Edward Bunker.
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Mia  la vendetta.
Racconti.
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A cura di Nat Sobel.
Titolo originale: Death Row Breakout and Other Stories.
Traduzione di: Emanuela Turchetti.
2009 Giulio Einaudi editore, Torino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Eddie Bunker, lo scrittore che ha fatto del carcere un
luogo della nostra anima, racconta un secolo di scontri
fra neri e bianchi in America. In un libro di storie folgoranti
l'aria chiara e feroce della grande letteratura.
Questo libro  l'addio di Bunker ai suoi lettori.
Viene pubblicato in anteprima mondiale nel Paese
che forse lo ha amato di pi.
Che si tratti della storia del diciannovenne Booker Johnson,
che nella L. A. non ancora razzista del 1927 esce di casa
e non potr mai pi fare la telefonata alla madre, perch
rinchiuso per la vita a San Quentin; o di George Jackson, che
in carcere decide di vendicare la morte di un detenuto nero,
dando origine a un celeberrimo episodio di rivolta e al mito
dei fratelli di Soledad, i personaggi di Bunker sono colti qui
non tanto nel momento in cui il loro destino si compie, ma in
quello germinale, in cui la trama, inesorabilmente, si compone.
E la trappola, o la storia,  gi pronta, davanti ai nostri occhi
che possono solo partecipare.
Nelle mani di Bunker anche un capitolo famoso della rivolta
nera - come nel racconto che d il titolo al libro, Mia  la
vendetta-, aldil della verit storica, si piega a una verit poetica
che sembra illuminarlo per la prima volta di una luce definitiva.
Negli ultimi anni della sua vita Eddie Bunker
ha riflettuto e scritto molto sullo scontro tra neri
e bianchi in America, e sulla segregazione razziale
come chiave per capire non solo il carcere,
ma l'intera storia degli Stati Uniti.
Ne  nato un libro, destinato con una lettera al suo
agente e amico Nat Sobel, che solo la morte
gli imped di veder pubblicato. Doveva essere
la prima parte, in s compiuta, di una narrazione
d'insieme dello scontro fra bianchi e neri in America.
Il libro segue un percorso narrativo preciso,
dal nascere dell'odio nella Los Angeles del 1927
alle diverse prospettive da cui viene vista la storia
dei fratelli di Soledad negli anni della rivolta
nera, al racconto esemplare di un pasticciato,
tragi-comico tentativo d'evasione dal Braccio della
morte: forse una delle cose pi belle in assoluto
mai scritte da Bunker.

L'AUTORE.
Edward Bunker, nato a Hollywood il 31 dicembre
1933,  scomparso a Los Angeles il 19 luglio
2005. In Einaudi Stile libero ha pubblicato Cane
mangia cane (1999); Come una bestia feroce
(2001), definito da Quentin Tarantino la pi
bella crime story mai scritta; l'autobiografia
Educazione di una canaglia (2002); Little Boy
Blue (2003); Animal Factory (2004) da cui fu
tratto l'omonimo film con Steve Buscemi e Willem
Dafoe; e Stark (2006), tutti pi volte ristampati.
Bunker lavor molto e con successo per il cinema,
ad esempio con lo stesso Tarantino (interpret tra
l'altro il personaggio di Mr Blue nelle lene)
e con Michael Mann come consulente per Heat.

UN GIUDIZIO.
Per anni ho pensato che gli scrittori
che vivevano una vita piena di esperienze ed
emozioni risultavano alla fine romanzieri modesti.
Bunker mi ha stravolto tutte le categorie.
Niccol Ammaniti.
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Indice.
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Introduzione.
Mia  la vendetta.
Giustizia a Los Angeles, 1927.
Dentro la Casa di Dracula.
Mia  la vendetta.
Morte di una spia.
Fuga dal Braccio della morte.
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Fine Indice.
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Mia  la vendetta.

INTRODUZIONE.

Caro Nat,
eccoti la prima bozza dei racconti. Era mia intenzione che
ciascuno potesse essere una storia a se stante. Potrei scriverne
altri e raccoglierli tutti in un grosso volume. Penso che le
storie migliori siano quelle non ancora scritte. Quanti dei tuoi
scrittori sono stati giudicati soggetto criminale affetto da infermit
di mente ? E una storia buffa, molto simile a quella
di Qualcuno vol sul nido del cuculo. Come ladro, ero un tipo
eclettico. Ero pronto a commettere una rapina a mano armata
se i soldi erano giusti e il colpo era facile: tanto per fare un
esempio, beccare uno nel parcheggio e riportarlo dentro per
costringerlo ad aprire la cassaforte. Ma ero molto cauto in fatto
di rapine a mano armata; la pena da scontare era cooosi
luuunga se ti beccavano. Specie se eri un ex detenuto. Io avevo
alle spalle due condanne scontate in carcere. Potevo darmi
da fare con le truffe lampo, sul genere di quelle raccontate
in La stangata, il film pi bello in assoluto mai realizzato
sui truffatori. Ma con la truffa lampo bisognava arrabattarsi
giorno per giorno, come un lavoro. Ci sbarcavi il lunario, ma
non facevi mai il colpo grosso che ti cambiava la vita.
Mi guadagnavo la pagnotta col furto con scasso. Scavalcavo
muri e mi calavo dai tetti per rubare merci di ogni tipo.
Sigarette e whisky erano il massimo, ma ho fatto razzia di
motori fuoribordo, scarpe, carne, televisori e apparecchi stereo,
nichel e platino (sottratto da un laboratorio di placcatura)
e di un intero banco dei pegni. Non ho mai svaligiato case,
in compenso. Invece mi piaceva davvero tanto fregare
spacciatori di droga e magnaccia, ma di individui cos non ce
ne sono poi tanti.
Di solito mettevo a segno un paio di colpi alla settimana.
Dovevo mantenere i miei vizi congiunti: eroina e bella vita.
Un fine settimana cominci male. Da tempo tenevo d'occhio
una rivendita di alcolici in Melrose Avenue. Il negozio
accanto era vuoto. Io e Jerry, il mio socio, c'introducemmo
li dentro. Gran parte delle pareti interne era di legno intonacato.
Bastava assestare qualche fendente con un'accetta,
fare leva, tirar via tutto con un piede di porco e opl: nel giro
di venti-trenta minuti, ti ritrovavi dall'altra parte.
Sotto l'intonaco, ahim, beccammo uno strato di cemento.
Non ce l'avremmo fatta a sfondarlo con gli arnesi che ci
eravamo portati dietro. Facemmo fagotto e ce la filammo, a
mani vuote.
Tornammo la notte seguente, stavolta con una mazza da
cinque chili e mezzo e una punta d'acciaio. Mi misi al lavoro
dopo mezzanotte: non solo l'edificio vuoto, ma tutto il
quartiere rimbombava quando calavo la mazza. Kaboom!
Kaboom! Schizz via una piccola scheggia. No, neanche in
quel modo avrebbe funzionato. Merda!
Avevo bisogno di raggranellare un po' di soldi. Dovevo
duemila dollari allo spacciatore. Il mio socio aveva individuato
un bar a cui potevamo accedere passando per il condotto
di ventilazione sul tetto. Portammo via il whisky (smontammo
i sedili posteriori di una grossa Buick Roadmaster e di
una Cadillac) e altra roba che si poteva vendere. Nell'ufficio,
incassata nel pavimento, scoprimmo una cassaforte e facemmo
saltare la serratura a combinazione. Ma non riuscii a svuotarla.
Ce la squagliammo. Comprai un arnese, un'asta che
scendeva gi con una pinza prensile, poi tornai al bar con un
grosso messicano di nome Gordo. Tirai fuori un migliaio di
dollari e alcuni assegni. Servendosi della mazza, Gordo scardin
il telefono a monete dalla parete.
L'indomani andai dal ricettatore a piazzare la refurtiva.
Mentre ero l, il tizio ricevette una telefonata da un ladro,
uno di colore, che disse di trovarsi in un vicolo dietro Western
Avenue con un mucchio di roba da vendere. Il ricettatore
mi pass il telefono. Quello all'altro capo del filo mi
spieg la faccenda e quel che avrei dovuto fare. Mi sembrava
un lavoro da taxisti. Non c'era niente di male a montare
in macchina e ad andare a vedere.
Era sulla via, un tipo mingherlino di cui non ricordo pi
il nome. Come aveva detto, ammucchiata nel vicolo, nascosta
sotto una pila di cassette, c'era un bel po' di refurtiva,
tra cui un televisore, alcune pistole e un cappotto di volpe
argentata. Caricammo la roba in automobile e tornammo dal
ricettatore. Compr tutto, tranne la pelliccia. Sarei riuscito
a ricavarne pi io, offrendola a una delle ballerine in topless
di uno dei locali nella Sunset Strip.
Il ladro mingherlino di colore era un tossico, per cui la prima
cosa da fare era procurarci la roba. Poich la droga messicana
solitamente era di miglior qualit di quella piazzata dai
neri, andammo a East L. A., dagli spacciatori di mia conoscenza.
Poi lo portai a casa sua. Ci stavamo facendo in bagno,
lui e io, quand'ecco che la moglie venne a dire che c'erano
dei tizi alla porta. Sembrava sconvolta. Pensai che era
ora di sloggiare.
Esco, e quei due neri, giovani e ben piantati, mi squadrano
da capo a piedi. Cammino sul marciapiede e li vedo che
escono dal portone e mi seguono. Salgo in macchina. Vengono
verso di me. Apro il coltello a serramanico e lo appoggio
sul sedile. Non appena il primo tizio si avvicina alla macchina,
infila una mano nel finestrino posteriore e arraffa la
pelliccia. - Il cappotto di mia madre, - dice. In un attimo
capisco tutto. Il mio socio ha fregato la pelliccia a qualcuno
di sua conoscenza.
Il tizio apr la portiera del passeggero, voleva tirar via le
chiavi. Gli feci una finta col coltello e lui arretr con un balzo.
Accesi il motore e filai via.
A pochi isolati di distanza, mi ritrovai con le luci rosso ciliegia
alle spalle. Si lanciarono all'inseguimento. Ero fuori del
mio territorio e, comunque imboccassi le curve, non riuscivo
a seminarli. Poi mollai. Mi presero e mi massacrarono di
botte. Una decina di sbirri mi pestava e contemporaneamente
mi informava sui miei diritti.
Era come se avessero avuto in mano O. J. Simpson. Che
potevo fare ? Dissi che ero John McCone, quello della CIA, e
che dovevo andare al processo di Dallas. Dovevo presentare
altre prove. La cosa si fece davvero buffa: quando mi schedarono
dissi che ero nato nel 1888 e che lavoravo per i servizi
segreti della marina. L'interrogatorio fu un vero spasso.
Li accusai di essere dei cattolici e di volermi impiantare una
radio nel cervello. Un tipo tir fuori la tessera di appartenenza
alla chiesa e dichiar di essere luterano.
Alla fine rinunciarono a interrogarmi. Quando tornarono,
mi dissero: - Abbiamo parlato col funzionario che ha in
carico la sorveglianza sulla tua libert vigilata, e lui sostiene
che la tua  tutta una finta -. Dichiarai che anche lui era in
combutta con la chiesa.
Quando mi portarono davanti alla corte per la contestazione
dell'atto di accusa, mi presentai con i pantaloni arrotolati
al ginocchio e dei sacchetti di tabacco Bull Durham sul
petto a mo' di medaglie, e non appena il giudice fece il suo
ingresso in aula, saltai in piedi e mi misi a strillare che lui era
un vescovo, lo potevo affermare con certezza per via della
toga che aveva indosso. Mi trascinarono fuori che urlavo come
un ossesso. Al procuratore distrettuale dissi che avevo
fatto centootto anni di galera.
Il procedimento fu sospeso per disporre una perizia psichiatrica.
L'incarico fu affidato a due strizzacervelli. In seguito
al colloquio cui mi sottoposero, dichiararono che ero
affetto da schizofrenia paranoide acuta a evoluzione cronica,
e che pertanto, rientrando nello stato di infermit di mente,
ero riconosciuto incapace di intendere e di volere. La tappa
successiva fu il manicomio. Da allora il mio certificato penale
riport che ero un soggetto caratterizzato da disturbi
psichici sfociati in un comportamento criminale.
In manicomio scatenai tutti i pazzoidi e fomentai una
sommossa. Mi spedirono in prigione. Li gi mi conoscevano.
Pensarono che avevo trasgredito gli obblighi imposti dalla libert
vigilata. La storia finisce quando me la svigno dalla prigione
della contea, di notte, nel bel mezzo della rivolta di
Watts.
La vuoi, quella storia ?
Poi posso anche raccontare di quella volta che le mie impronte
digitali finirono su un coltello da macellaio la cui fotografia
comparve sulla prima pagina dello Herald Express,
con tanto di didascalia che recitava: Trovate le impronte digitali
del maniaco. Il maniaco di Hollywood era un pluristupratore
e un assassino!
E certamente nell'autobiografia voglio scrivere una storia
sulla guerra razziale dentro le prigioni.
Cordiali saluti.
Edward Bunker.
 
GIUSTIZIA A LOS ANGELES, 1927.

L'anno era il 1927.
A Washington D. C., i membri del Ku Klux Klan, bardati
di tutto punto con tuniche e cappucci, marciarono in fila
per dieci al centro di Pennsylvania Avenue, le bandiere
americane al vento.
A Los Angeles, il diciannovenne Booker Johnson, guardando
la fotografia della parata sulla prima pagina del Daily
News, fu ben felice di trovarsi dall'altra parte del continente,
in California. Qui c'erano indubbiamente pregiudizio e
intolleranza, ma non quelle stronzate di leggi sulla segregazione
razziale.
Nel Tennessee, tutti i bambini di colore delle citt frequentavano
una scuola di due aule: la scuola elementare in
un'aula, la media nell'altra. Dopo la prima superiore non c'erano
altre classi. Quaggi tutti andavano a scuola insieme.
Era pur vero che i ragazzi di colore costituivano una piccola
minoranza a L. A. Dovevano trascorrere quindici anni prima
della grande emigrazione verso ovest avvenuta durante
la Seconda guerra mondiale. Quando Booker arriv a Los
Angeles, aveva sedici anni e sapeva appena leggere. Poich
doveva lavorare per aiutare economicamente la madre (il padre
era morto in un incidente in un campo agricolo quando
lui aveva dodici anni), Booker aveva ottenuto un permesso
di lavoro con l'obbligo di frequentare la scuola per quattro
ore a settimana. A diciassette anni aveva smesso di andarci
del tutto. Non gli capit mai di essere fermato dagli ispettori
scolastici. A sedici anni portava a spasso un peso di ottantasei
chili distribuito su una statura di un metro e ottantacinque.
A forza di sgobbare con la zappa, aveva gli addominali
scolpiti tipo asse per il bucato. A dire il vero, tutto il suo corpo
era tornito, con i muscoli gonfiati dai lavori pesanti. All'et
di dieci anni, gi raccoglieva il cotone: staccava le palline
di bambagia bianca dalle piante e le infilava nel lungo sacco
che trascinava fra le gambe lungo lo sterrato. A tredici anni
aveva cominciato a tagliare la canna da zucchero sotto il sole
rovente; il sudore attirava gli insetti, e le foglie affilate della
canna da zucchero gli tagliavano la pelle. In autunno, aveva
spaccato una quantit impressionante di legna da ardere
che veniva accatastata sul prato davanti a casa e venduta ai
passanti.
Adesso, a diciannove anni, lavorava alla stazione di servizio
Texaco tra Wilmington Avenue e la Quarantatreesima.
Dal luned al mercoled era addetto alla pompa della benzina
e controllava l'olio, ma gioved e venerd era in servizio
come meccanico. Per lo pi cambiava l'olio e riparava gli
pneumatici sgonfi, ma era proprio tagliato per i motori, ed
era persino riuscito a risuscitare la Ford Model T vecchia di
otto anni che il proprietario della stazione di servizio gli aveva
venduto per venticinque dollari. La paga settimanale ammontava
a trentadue dollari e cinquanta, e non era niente
male in un'epoca in cui l'affitto della casa costava trenta dollari
al mese. Il sabato il principale gli lasciava usare il ponte
sollevatore e gli attrezzi per lavorare alla Model T.
Era un sabato di settembre, e il caldo del deserto, di solito
secco, era straordinariamente umido. Booker aveva gli
occhi irritati dal sudore. L'aria immobile gli gravava addosso.
Ma niente lo contrariava in quel momento; era incantato
dal motore immenso e luccicante della Packard dodici cilindri
che era stato appena regolato. Un'ombra si allung su
di lui. Si guard intorno. Sulla porta c'era Ned Wilson. Il
giovanotto coi capelli color stoppa, due anni pi di Booker,
era il direttore in servizio nel fine settimana.
- Non mi sento bene, Booker.
- Cos'hai?
- Forse qualcosa che ho mangiato, forse il caldo. Boh...
Ho appena vomitato laggi... Non ti preoccupare, ho pulito
col getto dell'acqua prima che cominciasse a puzzare.
Booker non disse nulla; non aveva niente da dire, e poi
per natura era di poche parole.
- Avrei proprio bisogno di un favore. Puoi sostituirmi?
Fermarti e fare la chiusura. Sono solo tre ore. Ti dar dieci
dollari.
Dieci dollari! Dio solo sapeva se non gli facevano comodo
dieci dollari in pi. - Lo farei volentieri, - disse, - ma ho
un appuntamento. Belle non ha il telefono.
Ned Wilson sorrise scoprendo i denti macchiati, retaggio
della povert di famiglia. - Ci ho gi pensato io. Ho chiamato
Phil. Ha detto che stasera puoi chiudere un'ora prima.
Booker si sent manipolato. Phil era il proprietario. Averlochiamato prima di aver chiesto a lui rendeva tutto scontato.
Ma dieci dollari erano dieci dollari. Avrebbe potuto
portare Belle al Club Alabam. Era il locale pi in voga di Central
Avenue. - Vabbe', amico, ti rimpiazzo volentieri.
- Ehi, te ne sono davvero grato. Dico sul serio.
Booker annui e tese la mano.
Ned aggrott la fronte; poi cap, si allarg in un sorriso e
cerc il portafoglio. - Mi lasci al verde, - disse, mentre gli
allungava il denaro.
Un'automobile si accost alle pompe sul piazzale esterno.
- Ci penso io, - fece Ned, avviandosi fuori. Poi si ferm,
infil la mano in tasca e consegn a Booker le chiavi. - Sei
tu il capo adesso, ragazzo Si conged spiritosamente con
un saluto militare.
Alle otto e un quarto Booker cominci a chiudere. Svuot
il cestino della carta straccia, serr a chiave i gabinetti e abbass
le saracinesche del garage. Alle otto e trenta esatte,
chiuse le pompe e spense le luci.
La Model T si rifiut di accendersi. Quando il motorino
di avviamento non girava, Booker ricorreva alla manovella.
Non aveva mai fatto cilecca. La gir finch il braccio prese
a fargli male. Niente. - Accidenti! Merda! - imprec avvilito,
mollando un calcio allo pneumatico. Che avrebbe detto
Belle ? Come avrebbe fatto a dirglielo ?
Poi l'occhio gli cadde sulla Packard Roadster. La vista,
l'idea e la decisione agirono in simultanea. Per un attimo fu
sul punto di lasciar perdere, poi gli venne in mente lo splendido
corpo bruno di Belle fasciato dal fresco abito estivo.
Niente sarebbe andato storto. La Packard sarebbe tornata
al suo posto molto prima delle luci dell'alba.
Il motore Vi 2 scalpit all'istante e rugg potente quando
Booker schiacci l'acceleratore. Che macchina... Premette
il pedale della frizione e ingran la marcia. Era persino pi
facile che nella Model T. Una volta fuori, si ferm e scese
per chiudere a chiave il garage. Un minuto dopo imbocc la
strada con un sorriso compiaciuto, pregustando la reazione
di Belle alla vista dell'automobile. L'avrebbe aspettato davanti
a casa.
All'epoca, il semaforo aveva soltanto il rosso e il verde,
senza il giallo di preavviso. Contemporaneamente si alzava
una bandiera metallica, Alt e Avanti.
Booker schiacci il freno. La Packard inchiod. L'autovettura
dietro no. Per un secondo, lo stridore delle gomme
sull'asfalto; poi il tonfo sordo seguito dal fragore dei vetri
rotti.
Booker and a sbattere contro il volante. La costola gli
faceva male, ma era niente a confronto del dolore che gli trafisse
la mente. Oddio.
Apr la portiera e scese. Alla luce del crepuscolo vide venirgli
incontro un agente di polizia in uniforme. Booker s'impaur
subito, non tanto per esperienza personale, quanto per
i racconti che giravano nel ghetto. Dovevano passare decenni
prima del dilagare della criminalit nera, ma la polizia razzista
era tutt'altro che di l da venire.
- Che cavolo di frenata hai fatto ? - domand il poliziotto.
- Fuori la patente. Di chi  l'automobile ?
Booker esib il documento, ma ignor la domanda.
Il poliziotto esamin la patente e la restitu. - Mai avuto
guai con la legge, Booker ?
- No, signore, - rispose Booker. La mamma era stata severa,
e gli aveva insegnato la buona educazione e il rispetto
degli altri. I poliziotti lo intimidivano, ma non provava ostilit
verso di loro. L. A. contava ancora pochi neri, e i poliziotti,
forti della loro onnipotenza, si comportavano spesso
in modo paternalistico piuttosto che repressivo. L'atteggiamento
ossequioso di Booker ammorbid l'irritazione iniziale
dell'agente.
Nel tamponamento, i paraurti si erano agganciati insieme.
La Packard non aveva subito danni, tranne una luce posteriore
che si era rotta, ma il radiatore dell'automobile della
polizia si era bucato. L'acqua scorreva per la via.
Per separare le auto provarono a saltare su un paraurti
sollevando l'altro. Avesse funzionato, Booker avrebbe potuto
andarsene. Ahim, le auto rimasero agganciate. All'epoca
la polizia non aveva ancora in dotazione il sistema radio
ricetrasmittente. - Aspetta qui mentre vado a telefonare per
chiedere aiuto, - disse il poliziotto. - C' una cabina su Figueroa
-. Booker segu con lo sguardo la figura che si allontan fino a
scomparire. Neanche per un attimo gli pass per
la testa di tagliare la corda. Ci che pi temeva era la reazione
del suo principale. Era imbarazzante essere stato tamponato
dall'auto di uno sbirro, ma lui non aveva commesso
niente di illegale. La colpa era del poliziotto, e a parte la reazione
dei primissimi secondi, peraltro comprensibile, il piedipiatti
non aveva assunto un atteggiamento ostile nei suoi
confronti, e Booker era perfettamente in grado di riconoscere
l'espressione pi o meno velata del pregiudizio razziale
in una parola, in un tono di voce o in un comportamento.
Era un momento storico in cui - malgrado le leggi sulla segregazione
razziale, il Ku Klux Klan e i grandi scrittori americani
che utilizzavano la parola negro senza aver cognizione
di quanto suonasse offensiva - la criminalit nera era
ancora un fenomeno modesto e meno violento rispetto alla
criminalit bianca. I poliziotti non sentivano la necessit di
indossare i giubbetti antiproiettile per circolare nel ghetto,
n di spianare le armi quando accostavano una vettura con
giovani di colore a bordo. Questo poliziotto, in particolare,
provava una sincera compassione per la maggioranza dei ragazzi
di colore, e non presumeva che Booker avesse commesso
qualcosa di male. Era preoccupato per la probabile strigliata
dei suoi superiori per via del danno al radiatore. Raggiunse
la cabina e fece rapporto. Il sergente addetto al
centralino pens che la situazione era buffa. Avrebbe subito
mandato qualcuno sul posto. L'agente torn sui suoi passi in
direzione dell'incrocio.
Nell'attesa, Booker si era acceso una sigaretta, preoccupato
di come giustificare col principale la luce posteriore rotta.
Ci avrebbe rimesso il lavoro ? Aveva preso la Packard senza
permesso.
Si accost un'altra auto della polizia. Scese un sergente.
- Sei tu il conducente ?
- Si, signore.
- Dov' l'agente?
- Lui... ehm...  andato a fare una telefonata... credo.
Il sergente emise un grugnito e si spost dietro per ispezionare
i paraurti agganciati. Booker percep nettamente l'ostilit
del sergente, ed ebbe conferma della sua sensazione
quando il poliziotto gli rivolse la parola. - Dove l'hai rubata
questa macchina, ragazzo ?
- Non ho rubato nessuna macchina, capo. Lo giuro.
- Dov' il libretto di circolazione ?
- Non lo so. Mi lasci spiegare, la prego. Lavoro in una
stazione di servizio con un garage. L'auto era li per la notte
e...
- Te l'ha dato il proprietario il permesso di prenderla?
- Non il proprietario... il mio principale.
- Il tuo principale, eh ? Come si chiama ?
- Phil Collins. E la stazione di servizio Texaco Collins,
sulla Alameda.
- Numero di telefono?
- Adesso non c' nessuno. E chiuso.
- Il suo telefono di casa, qual  ?
- Non lo so. Voglio dire... c' alla stazione di servizio,
ma non ce l'ho qui con me.
Ricomparve il poliziotto che era andato a telefonare. Lui
e il sergente, tale Bilbo, si allontanarono per discutere tra loro.
Booker colse qualche parola qua e l, ma l'unica frase che
capt chiaramente era una sentenza di condanna: - Meglio
che lo portiamo in centrale e controlliamo, - dichiar il sergente.
Fino ad allora Booker si era preoccupato soltanto del tempo
che lo separava dal momento in cui avrebbe incontrato
Belle. Mai, neppure per un attimo, aveva pensato che avrebbe
potuto finire in galera.
- Ehi, amico, mica sei obbligato a farmi una cosa del genere,
- disse Booker con una morsa allo stomaco.
- No, hai detto bene, - ribatt il sergente. - Non siamo
obbligati... ma  proprio ci che faremo -. Si mosse verso
di lui, e Booker ud il rumore metallico delle manette. Un attimo
dopo, l'acciaio gli cingeva i polsi dietro la schiena. Sul
sedile posteriore dell'auto della polizia guidata dal sergente,
Booker avvert il dolore che si accompagna alle lacrime, anche
se riusc a trattenerle. Guardando dal finestrino la Citt
degli Angeli, ancora pulita e nuova, prov un sentimento di
perdita e di desiderio struggente, senza tuttavia immaginare
neanche lontanamente che cosa lo aspettasse.
Dopo una notte trascorsa in cella, due investigatori lo condussero
in una stanza senza finestre arredata con un tavolo
e tre seggiole.
- Mettiti a sedere, Booker, - ordin uno dei due agenti.
- Il tuo capo non conferma quello che hai detto, - prosegu
l'altro.
Booker scrut le loro facce bianche e gli occhi azzurri, e
sent pulsare dentro di s il terrore che ogni nero d'America
porta impresso nel profondo. Era rimasto impigliato nelle
maglie della legge dell'uomo bianco. Per tutta la notte aveva
avuto la certezza che in mattinata le cose si sarebbero aggiustate.
- Fatemi parlare con lui, - disse Booker.
- Non dipende da lui. Non ha sporto denuncia.
- No, - precis l'altro investigatore. -  di competenza
dell'ufficio del procuratore.
- Non capisco.
- Lo capirai.
- Datti una calmata, Phil, - fece l'altro; poi, rivolgendosi
a Booker: - Ti porteremo al tribunale cittadino questo pomeriggio.
Il procuratore distrettuale ti contester il reato di
guida pericolosa a bordo di un'auto rubata. Il giudice stabilir
la cauzione, probabilmente cinquecento dollari. Cinquanta
devi darli al garante della libert provvisoria. Ce la fai ?
Booker scroll il capo.
- Non conosci nessuno che potrebbe farlo ?
- Mamma... ma non ha niente. Ho passato a lei la mia
paga l'altroieri -. La donna aveva usato quasi tutti i soldi
per saldare l'affitto. Non ci avrebbe capito un'acca. Eppure
doveva informarla di quel che gli stava succedendo. Era
di certo terribilmente in ansia per lui. - Posso fare una telefonata?
- domand.
- Perch non l'hai fatta ieri sera?
- Mi hanno preso tutti i soldi. Non avevo monete per il
telefono.
- D'accordo, ti faremo telefonare uscendo di qui.
Ma mentre andavano verso l'uscita, un detenuto stava gi
usando il telefono e altri due erano in attesa. L'investigatore
guard l'orologio e disse che non c'era tempo. - Ti faranno
fare la telefonata in citt. Forza, diamoci una mossa.
Di nuovo Booker sent stringersi le manette ai polsi. Fu
scortato attraverso l'area di parcheggio, le palpebre che gli
battevano sotto il sole accecante di L. A. a mezzogiorno.
La cella di sicurezza del tribunale cittadino era come la
stiva di un peschereccio: tutto quanto veniva ramazzato per
le vie della citt, era scaricato l dentro per poi essere selezionato.
Consegnarono i suoi documenti a un vicesceriffo in
uniforme e gli tolsero le manette prima di metterlo nella cella
di sicurezza.
- Non prendertela, Booker. Buona fortuna.
- E la telefonata ?
- Chiedi ai vicesceriffi. Sono loro i responsabili adesso.
Booker si guard intorno. La gabbia era senza finestre,
le pareti coperte di graffiti. Perch mai scrivevano il nome
sui muri di una prigione ? Speravano che lo vedessero gli amici
che finivano in gattabuia ?
La cella di nuovo si apr; furono scaricati dentro altri tre
prigionieri. La stanza, pure ampia, era quasi piena. Sulla
panca che correva lungo le pareti non c'era pi posto, e per
un tratto era occupata da un uomo sdraiato con una camicia
bianca schizzata di sangue. Un giornale aperto gli copriva
la faccia, muovendosi impercettibilmente al ritmo del suo
respiro.
Booker not altri uomini con facce contuse e occhi pesti.
Per lo pi trasandati e con la barba incolta. Somigliavano a
dei barboni, pi che corrispondere all'idea che Booker aveva
di un criminale. Un uomo pi giovane, steso sul cemento,
scalciava convulsamente in aria come se cercasse di sciogliere
i muscoli delle gambe, e nello stesso tempo si asciugava
il naso con la carta igienica. Accanto a Booker c'era un
uomo di colore, pi anziano, con una giacca alla moda. Questi
vide che Booker osservava l'uomo sul pavimento. - Sta
a rota, - disse il vecchio.
- Rota ?
- Tossico di morfina... forse eroina.
-  per questo che scalcia ?
- Gi.
- Sembra terribile.
- Lo .
- Non fanno niente per aiutarlo ?
- Gli riderebbero in faccia, se chiedesse qualcosa.
Un vicesceriffo e un giovane in abito formale si avvicinarono
alla cella. Il vicesceriffo sbatt una chiave contro le sbarre.
- State a sentire, laggi Il rumore diminu, ma non cess
del tutto. - Ehi, idioti, - grid il vicesceriffo. - O chiudete
il becco o ci penso io.
Si fece silenzio.
Il giovane mosse un passo avanti. Aveva in mano un portablocco
con un taccuino di carta legale gialla. - Siete stati
portati qui per la contestazione dell'atto di accusa e la definizione
della cauzione. Se avete soltanto commesso un'infrazione,
la cosa non vi riguarda; ma se siete accusati di un
reato e non avete un avvocato di fiducia, mettetevi in fila e
datemi il vostro nome.
Si form una fila; c'era pi della met dei prigionieri, e
Booker era tra loro. Ciascuno aveva qualcosa da dire, una
storia da raccontare, una domanda da porre, tanto che il giovane
avvocato d'ufficio dovette bloccarli e sottolineare: - Solo il vostro nome. Niente domande, adesso. L'udienza inizier
a momenti.
Nonostante il richiamo, quando arriv il suo turno Booker
disse: - Non ho ancora avuto modo di fare la telefonata.
- I vice... ehm... ci penseranno... ehm... loro. Come ti
chiami ?
- Booker Johnson.
Il giovane avvocato aggiunse il nome alla lista sul taccuino
giallo. Sopraggiunse un commesso del tribunale e lo avvis
a bassa voce che l'udienza stava per iniziare. - Con voi
finiremo pi tardi, - disse rivolto al resto dei prigionieri che
aspettavano ancora numerosi. Poi si allontan tra i borbottii
di protesta.
Si fecero avanti due vicesceriffi. - Quando chiamiamo il
vostro nome, venite fuori -. Aprirono la cella e chiamarono
dodici nomi. I prigionieri furono allineati all'esterno e scortati
a passo di marcia oltre una porta in fondo al corridoio.
Quindici minuti pi tardi, il primo gruppo fece ritorno e
vennero chiamati altri dodici nomi. C'era anche quello di
Booker. Il vicesceriffo gir la chiave della porta in fondo al
corridoio. - Allora, rimanete vicini e prendete posto nel banco
della giuria sulla destra -. Apr la porta, e il gruppo
eterogeneo dei dodici uomini lo segu all'interno dell'aula. Passare
dalla cella affollata, con le pareti di cemento imbrattate
di scritte e invasa dal tanfo di sudore, disinfettante e urina,
all'aula ampia e rivestita di legno del tribunale, con gli
avvocati abbigliati di tutto punto, profumati di dopobarba
e coi capelli impomatati e pettinati all'indietro come Rodolfo
Valentino, fu lo stesso che uscire dalla latrina della servit
ed entrare nella casa padronale.
- Muoversi, muoversi, da questa parte... da questa parte,
- diceva il vice scortando i dodici uomini sporchi e trasandati
verso il banco vuoto della giuria. Erano tutti in disordine,
dopo aver trascorso una o pi notti nelle celle del
distretto di polizia. Tutti avevano bisogno di radersi. Booker
e altri due erano di colore. Un altro paio erano messicani.
Nella tribuna del pubblico, oltre la balaustra, c'erano gli amici
o i familiari di alcuni prigionieri. Gesticolavano, facevano
dei segnali e cercavano di comunicare senza perdere di
vista i commessi del tribunale, pronti a scattare per soffocare
il minimo accenno di rumore. Booker allung il collo per
scandagliare l'aula, sperando e temendo al tempo stesso di
vedere sua madre. Non c'era.
Da un'altra porta usc il giudice, un uomo di bassa statura,
almeno finch non sal sullo scranno e prese posto sotto
lo stemma della California, tra la bandiera degli Stati Uniti
e quella dello Stato. Sembrava un faraone sul trono.
Ebbero inizio le contestazioni degli atti di accusa. Il
cancelliere pass al commesso una lista, e in quell'ordine
i prigionieri furono condotti uno alla volta fuori del banco
della giuria. Ciascuno aspettava in piedi, accanto al banco
stesso, mentre l'uomo che lo precedeva stava di fronte
al giudice, a fianco del giovane difensore d'ufficio. Il viceprocuratore
distrettuale dava all'imputato una copia dell'atto
di incriminazione e dichiarava, perch fosse verbalizzato, che
la citazione gli era stata fatta. Il difensore d'ufficio
rinunciava alla lettura dell'atto di accusa. Il procuratore
distrettuale suggeriva la somma cui, a suo avviso, doveva
ammontare la cauzione. Ogni tanto il difensore d'ufficio
chiedeva che fosse pi bassa, sostenendo che
l'imputato era residente in citt, aveva un lavoro e una famiglia,
e che non sussisteva rischio di fuga. Non la spunt
neppure una volta. Decisa la cauzione, si fissava la data
per l'udienza preliminare, dopo di che l'imputato veniva
ricondotto al banco della giuria mentre si faceva avanti il
prigioniero successivo. Un tizio prov a prendere la parola,
ma il giudice lo ammon, ingiungendogli di parlare soltanto
per bocca del suo avvocato. - Il mio avvocato... Chi
 il mio avvocato ?
- E l, accanto a lei.
- Chi, questo ? Pensavo che fosse un difensore pubblico.
- Le assicuro che  un avvocato.
- Che cavolo, non gli  ancora spuntata la barba.
- Non intendo discutere questa faccenda con lei -. Il giudice
mise fine alla conversazione con uno schiocco delle dita
e i commessi accerchiarono l'uomo. Anzich ricondurlo al
banco della giuria, lo scortarono alla porta che conduceva alla
cella di sicurezza.
Booker era il prossimo. Avanz con il commesso finch
costui non gli fece cenno di fermarsi accanto all'avvocato.
- ... violazione della sezione cinque zero due e cinque zero
tre del codice della strada della California, entrambi reati.
L'imputato  citato in giudizio con una copia dell'atto di
accusa. Il procuratore distrettuale consegn alcune carte
al cancelliere, che le pass a Booker.
- Rinuncio alla lettura dell'atto di accusa, - disse il difensore
pubblico.
E la cauzione ? La pubblica accusa propose cinquecento
dollari. Il giudice fiss Booker dall'alto dello scranno; i suoi
occhi sembravano enormi dietro le lenti spesse.
- Signore, - disse Booker, stupito di se stesso. - Posso
fare una telefonata ?
- Da quanto tempo  in stato d'arresto?
- Da ieri sera.
- E non ha ancora fatto la telefonata ?
- No, signore.
- Perch quest'uomo non ha ancora fatto la sua telefonata?
- domand il giudice, rivolgendosi al commesso.
- Non lo so, vostro onore. Per noi  scontato che abbiano
fatto la telefonata al momento dell'arresto.
- Si occupi della faccenda... dica agli agenti della scorta
di provvedere, che possa fare la sua telefonata.  un suo diritto.
- S, signore.
- La cauzione  fissata a cinquecento dollari. Quanto ci
vorr per l'udienza preliminare ?
- Mezza giornata al massimo, - rispose il viceprocuratore
distrettuale. - Abbiamo tre testimoni: il proprietario dell'automobile,
il titolare della stazione di rifornimento e l'agente
che ha eseguito l'arresto.
- L'udienza preliminare  fissata per il 14 alle dieci di
mattina.
Il difensore pubblico prese nota. Il vicesceriffo si era gi
affiancato a Booker, in attesa di ricondurlo al banco della
giuria, poi accompagn l'imputato successivo dinanzi al giudice.
Quando il gruppo dei dodici imputati fu esaurito, i vice
li fecero rimettere in fila e li scortarono attraverso la porta
che conduceva alla cella di sicurezza. Mentre il cancello
veniva richiuso, Booker si fece largo per accostarsi alle sbarre.
- Senta, agente...
- Che c'?
- Ha sentito cos'ha detto il giudice? Che posso fare la
mia telefonata...
- S, l'ho sentito. Non abbiamo il telefono. La farai quando
arrivi alla prigione della contea.
- E quando sar ?
- Quando tutti quelli che sono qui hanno finito.
Prima che Booker potesse aggiungere altro, il vicesceriffo
aveva girato la chiave e si era allontanato.
Il palazzo di giustizia di Temple e Broadway era di recente
costruzione. La prigione occupava cinque piani, dal decimo
al quattordicesimo, sopra il quale c'era il tetto. L'autobus
scaric i prigionieri all'entrata del tunnel che correva sotto
l'edificio. Un grosso cartello con una freccia rossa indicava
che l'ufficio del coroner era in fondo al tunnel; i prigionieri
si mossero in quella direzione costeggiando la parete sulla destra.
Proprio di fronte all'obitorio c'era il montacarichi, che
li port all'ufficio accettazione al decimo piano. Mentre il
sergente addetto li contava via via che entravano, Booker gli
si ferm davanti e chiese di fare la sua telefonata.
- Il giudice ha detto che posso farla.
- Non ne so nulla, - ribatt il sergente. - Di, muoviti.
- Il giudice dice...
- Senti un po', negro, sono io il giudice qui dentro. Sposta
le tue chiappe nere laggi.
Tronc la conversazione con un imperioso scatto del mento.
Aveva il naso spalmato di pomata antisettica e la faccia
lentigginosa cotta dal sole e spellata. Booker prov una gran
voglia di mollargli un cazzotto e spaccargli il grugno, ma riusc
a trattenersi. Sarebbe stata una bella soddisfazione, ma
non valeva la punizione che gli sarebbe toccata. Era gi abbastanza
inguaiato, pi di quanto avesse immaginato. Era
stato proprio stupido a prendere l'automobile senza chiedere
il permesso. Perch non ci aveva pensato ? Erano ormai
passati due giorni dall'arresto. L'indomani mattina era luned.
Forse sua madre adesso sapeva dov'era. Sarebbe stato
terribile per lei, ma sempre meno terribile che non sapere
nulla.
L'insulto beffardo del secondino gli bruciava ancora. Non
tanto per il fatto di essere stato chiamato negro. Al suo
paese, nel Tennessee, i bianchi (specie i bifolchi ignoranti)
usavano la parola negro senza un'intenzione offensiva.
Erano stati la derisione, il disprezzo e l'affronto del secondino
ad avergli dato il coraggio di reagire. Ogni volta che si
apriva la cella, Booker lo guardava di traverso, il vice percepiva
quell'occhiata e scrutava in giro. Anche adesso i loro occhi
s'incrociarono e restarono incollati per alcuni secondi; poi
Booker distolse lo sguardo. Il vicesceriffo rise tra s, senza
rendersi conto che Booker era sul punto di perdere il controllo.
Soltanto la disciplina cui la famiglia lo aveva educato gli
imped di sferrare un pugno in faccia al vicesceriffo. Un pugno
che avrebbe annientato all'istante quel sorriso beffardo.
Ci vollero ore per passare attraverso tutta la trafila: le
pratiche dell'accettazione, il rilevamento delle impronte digitali,
le foto segnaletiche con sotto il numero e la scritta
Dipartimento dello sceriffo della contea di L. A., la doccia
e il cambio degli abiti civili con la divisa da carcerato, la
consegna del rotolo di coperte e lenzuola (al cui interno c'erano
anche tazza e cucchiaio), la tappa all'ospedale dove un
paramedico, dopo aver rivolto qualche domanda, ispezion
i genitali, ovvero strizz laggi, per verificare l'eventuale gonorrea.
Poi furono piazzati nelle celle. Trascorse un sacco di
tempo, perch nessuno passava alla fase successiva prima
che l'ultimo detenuto avesse terminato quella in corso.
Era quasi mattina quando un secondino apr con una chiave
il pannello dei comandi e tir una leva togliendo il blocco
delle celle della sezione, poi inser una seconda chiave in
un cancello stretto. - Va' alla cella 11, - disse il vice mentre
apriva il cancello e lo spalancava.
Booker varc il cancello, che si richiuse alle sue spalle.
Not subito le sbarre delle ventidue celle sulla destra. A un
paio di metri c'era una parete di sbarre che correva per tutta
la sezione. In mezzo, una lunga pedana. Booker s'incammin.
Al disopra di ciascun cancello era scritto un numero:
4... 5... 6. Attraverso le sbarre s'intravedevano facce di neri.
Le celle erano divise per razza. 9... 10... 11. Il cancello
era aperto. All'interno, le due brande erano entrambe occupate.
Booker esit.
- Entra li, - grid il vicesceriffo.
- Muoviti, entra, che cazzo, - disse l'uomo sulla branda
in basso, sottolineando le parole con un cenno della mano.
Booker obbed. Il cancello vibr sferragliando. -
Attenzione... si chiude, - grid il vice all'ingresso. La
solita litania,
quando si chiudeva un cancello. Era montato su rotelle
e si richiuse con un forte schianto. Non molto tempo dopo
a Booker avrebbero raccontato la storia del detenuto che si
era ammazzato infilandoci la testa. Adesso si guard intorno
domandandosi che fare del rotolo di coperte e lenzuola
che teneva sulla spalla.
- Poggialo per terra, - disse l'uomo sulla branda in basso.
Quello sulla branda in alto era di pelle scura e a malapena
si vedeva nella penombra. La luce arrivava da un passaggio
esterno alla seconda fila di sbarre.
- Basta che lo stendi sul pavimento, - prosegu l'uomo.
- Metti la testa rivolta verso il cancello, cos non sta vicino
alla merda, capito ?
Booker cap al volo. Se si fosse messo a dormire con la testa
accanto al water, c'era il caso che qualche schizzo potesse
finirgli in faccia durante la notte. Si sedette con la schiena
contro la parete d'acciaio. Le finestre sul passaggio esterno
erano aperte e riusciva a udire il rumore lontano delle automobili
e lo scampanellio dei tram gialli. Sentiva nel cuore il
dolore che precede le lacrime, ma s'irrigid per resistere al
pianto. Non aveva la certezza che gli altri due uomini, che
adesso si erano voltati con la faccia verso la parete, si fossero
rimessi a dormire. Intu che sarebbe stato un errore annunciare
il suo arrivo con le lacrime.
Rest seduto per un po', dopo di che si allung per terra,
usando la coperta come cuscino. Chiuse gli occhi, dubitando
che sarebbe riuscito a prendere sonno, ma ben presto
si addorment, sia per sfuggire alla disperazione che aveva
dentro, sia per riposare.
Nel tardo pomeriggio, il secondino all'ingresso della sezione
grid: - Johnson, cella 11, sacca personale e casacca.
Il messaggio fu ripetuto a voce pi alta dentro la sezione,
dal detenuto di fiducia all'interno della prima cella: - Johnson,
cella 11, sacca personale e casacca -. Il detenuto di fiducia
percorse un tratto della pedana per accertarsi che a Booker
fosse arrivata la comunicazione, e quando Booker fu arrivato
al cancello con indosso la casacca di tela e il sacco in mano, il
detenuto avvis l'agente all'ingresso: - Johnson, pronto!
- Apertura! - grid la guardia.
Il cancello vibr, poi si apr con uno scatto.
- Vieni fuori, cella 11.
Booker usc; il cancello trem e si richiuse alle sue spalle
con un tonfo. S'incammin verso l'ingresso. Il vice apr il
cancello della sezione e, dopo aver controllato la sacca, disse:
- Sala degli avvocati.
- Come faccio ad arrivarci ?
- Segui la linea gialla, - rispose l'altro, indicando parecchie
linee sul pavimento: rossa, blu, gialla, verde. Ciascuna
conduceva attraverso il labirinto della prigione a una
destinazione diversa: parlatorio, infermeria, bagni, sala degli avvocati.
Correvano tutte per lo stesso corridoio; poi una linea
svoltava a un angolo e le altre continuavano. Booker non sarebbe
mai riuscito a trovare la strada senza la linea gialla verniciata
sul pavimento. Mentre passava davanti alle pareti di
sbarre, dietro le quali c'erano altre sezioni di celle, not che
la prigione era divisa in tre raggruppamenti: bianchi, neri e
messicani, che negli Stati Uniti del Sudovest erano considerati
una razza a s.
Al termine della linea gialla c'era un cancello e il cartello
Sala degli avvocati. Oltre il cancello si apriva un'ampia
stanza con dei tavoli lunghi e panche su ciascun lato, e un
tramezzo divisorio che arrivava all'altezza del mento quando
si stava seduti sulle panche. In piedi, all'estremit di ogni
tavolo, una guardia a braccia conserte vigilava che niente
passasse tra l'una e l'altra parte. In sottofondo, il borbottio
di voci insistenti e disperate: avvocati, garanti della cauzione,
ufficiali addetti alla sorveglianza della libert vigilata che
parlavano con gli uomini sudaticci nelle divise di tela blu
stazzonate.
Un agente apr il cancello dall'interno. - Nome?
- Johnson.
L'agente esamin una pila di moduli sulla sua scrivania.
Trov quello giusto. - Sei tu che vuoi vedere il reverendo
Wilson?
Il reverendo Wilson! Che ci faceva li?
- S o no ?
- Vederlo? Si, certo.
- Firma qui L'agente fece scivolare il modulo sul piano
della scrivania e Booker obbed. Ci mise qualche secondo
per scandagliare in fretta la sala prima di individuare l'abito
nero, i capelli bianchi e la faccia color cioccolato del reverendo.
- Siediti di fronte a lui. Nessun contatto. Non vi
passate niente. Se vuole darti un documento, fallo controllare
prima alla guardia. A posto, va' pure.
Mentre procedeva lungo la fila di tavoli, Booker ebbe la
certezza che fosse successo qualcosa a sua madre. Era quellol'unico nesso col reverendo Wilson. Al solo pensiero si
sent mancare: dovette appoggiarsi al bordo del tavolo mentre
si metteva seduto. Si aspettava il peggio, e quando seppe
la verit, per quanto terribile, prov gratitudine. Sua madre
aveva avuto un attacco di cuore, ma si sarebbe rimessa.
Man mano che il reverendo forniva i dettagli dell'accaduto,
la gratitudine di Booker si tramut in rabbia. Ned della
stazione di servizio Texaco era passato a casa di Booker per
informare la madre. Lei aveva chiamato la prigione per sapere
l'orario delle visite, poi era salita sul tram per andare in
centro. Giunta l, gli agenti le avevano detto che era troppo
tardi. L'orario delle visite era fino alle tre, ma l'ingresso ai
visitatori era consentito solo fino alle due e mezzo.
- Tua madre mi ha detto che l'hanno trattata male, - rifer
il reverendo Wilson. - I dolori al petto le sono venuti
mentre stava andando via.
- Ma torner a stare bene come prima, vero ?
- Cos dicono i dottori. E nelle mani del Signore. Tu prega
di essere perdonato per questo dolore che hai causato.
Pregare di essere perdonato ! Perdono per cosa ? Per aver
preso in prestito un'automobile ? Assolutamente no. Era cos
arrabbiato che le parole del reverendo Wilson neppure gli
arrivarono. Non riusc a ricordarsi di averlo salutato. Quando
torn verso il cancello, c'era un altro agente alla scrivania,
lo stesso che lo aveva deriso a proposito della telefonata, lo
stesso che lo aveva chiamato negro e gli aveva detto di alzare
le sue chiappe nere. Adesso avrebbe dovuto allontanarsi
dalla scrivania per aprire il cancello e lasciar uscire
Booker. Si ritrovarono faccia a faccia, ed evidentemente
l'agente non si ricordava affatto di quanto era accaduto. La qual
cosa irrit Booker ancora di pi. Il vicesceriffo divent il punto
focale di tutta la frustrazione e la sofferenza che aveva in
corpo.
- Anche adesso ti va di chiamarmi negro ?
- Che?
- L'altra sera, all'accettazione...
Il vicesceriffo si ricord. Sollev il mento con un'aria di
superbia, e il cervello di Booker s'infiamm. Non aveva pensato
che cosa dire la sera prima, e adesso non pens affatto.
Il suo pugno destro part alla cieca. Il rumore del cazzotto e
lo schianto della mandibola del vicesceriffo furono abbastanza
forti da zittire i presenti nella sala degli avvocati. E gli occhi
di tutti si girarono da quella parte.
Videro il vicesceriffo scivolare lungo il cancello e accasciarsi
sul pavimento. Booker rest sorpreso; non si aspettava
di reagire in quel modo. All'attimo di appagamento segu
un'ondata di disperazione, poich si rese conto di aver appena
commesso un reato grave, e che avrebbe pagato un prezzo
terribile.
La guardia che sorvegliava il tavolo adiacente sopraggiunse
di corsa. Booker allung la mano destra in linea retta e l'agente
ci fin impalato. La sua testa si blocc, ma i piedi continuarono
ad avanzare. Piomb a terra di schiena, emettendo
un grugnito quando l'impatto col pavimento gli risucchi
l'aria dai polmoni. Si rotol ansimando. Il primo agente colpito,
intontito e dolorante, prov ad afferrarsi alle sbarre per
rimettersi in piedi. Booker gli rifil un calcio sulle costole.
L'uomo ripiomb a terra.
Sopraggiunse un'altra guardia, che si ferm a circa tre metri
di distanza. Booker guard l'uomo negli occhi e vide la
paura. Avanz di un passo, e l'agente indietreggi. A Booker
quasi scapp una risata.
La sua ilarit dur poco. Nel giro di pochi secondi arrivarono
altri due agenti. Uno aveva i gradi da caporale. Fece
cenno ai due colleghi di allargarsi; lo avrebbero assalito da
tre lati per poi placcarlo insieme.
Booker non aspett. Caric per primo, lanciandosi dritto
sul caporale al centro. Si fiond con la testa e la spalla contro
il petto dell'uomo, che fu sospinto all'indietro addosso a
un tavolo. Una zampa si spezz e il tavolo si rovesci sul pavimento,
lo stesso dicasi del caporale. Suonarono i campanelli,
avvocati e garanti si diedero alla fuga, altre guardie sopraggiunsero
da ogni parte.
Booker torn ad avventarsi sul caporale. Sollev il braccio
verso l'alto per acquistare forza e abbatt il pugno sul naso
dell'agente. Schizz sangue.
Arriv di corsa un secondino e colp Booker con un calcio.
Lui si rigir come un gatto, afferr il piede dell'agente
e lo torse finch l'uomo ricadde sulla scrivania.
Poi gli saltarono addosso, ed erano cos numerosi che alcuni
neppure riuscirono a toccarlo nella calca dei corpi. Sprazzi
di luce gli lampeggiarono nel cervello insieme a fitte di dolore,
mentre pugni, scarponi e manganelli, scatenati dalla frenesia
del mucchio, si abbattevano su di lui. Booker affond
all'indietro, travolgendo un secondino e trascinando con s
gli altri. Quando sbatt contro la parete, la guardia alle sue
spalle emise un grugnito e croll a terra. Un agente sferr un
pugno centrando Booker in un occhio. Un altro gli piant
una manganellata nelle costole mozzandogli il fiato.
Lo trascinarono attraverso la prigione sotto una gragnola
di pugni e calci. Lungo una scala di ferro, sbatt la testa
su ogni gradino. Tanta era la foga degli agenti, che a un certo
punto inciamparono e l'intero mucchio ruzzol gi per le
scale; uno si spezz una caviglia e lanci un urlo. Booker
piomb sopra la pila di corpi, finendo davanti a una cella di
prigionieri bianchi. Gli uomini, attaccati alle sbarre, gridavano,
sbattevano le tazze e sputavano fuori mentre Booker
veniva trascinato via. Ormai incosciente, avvertiva soltanto
momentanee fitte di dolore.
Passando per cancelli e corridoi, lo condussero a forza fino
alla cella di isolamento al quattordicesimo piano. Sotto
l'incessante scarica di pugni, calci e insulti, gli strapparono i
vestiti di dosso. Lo sbatterono nudo sul pavimento di cemento
e richiusero a chiave la porta d'acciaio. Booker si ritrov
immerso nel buio fitto della palude Stigia. Il suo corpo era solodolore. A ogni respiro, un dardo infuocato gli trafiggeva le
membra. Una costola era rotta. La caviglia destra era cos gonfia
che non sarebbe riuscito a cingerla con entrambe le mani.
Il dolore pi forte era all'occhio sinistro. Era atroce, e quando
Booker si tast, sent la carne gonfia come una mezza arancia
all'altezza dello zigomo. Se respirava col naso, fitte brucianti
gli perforavano l'occhio. Se respirava con la bocca, l'aria
sopra il nervo scoperto dei denti rotti scatenava un dolore
diverso al cervello. La bocca faceva meno male quando teneva
la lingua sopra i denti.
Passarono ore prima che Booker riuscisse a focalizzare dove
fosse e ci che era accaduto. Soffriva molto, ma ancor pi
penosa era la consapevolezza che il pestaggio e la cella di isolamento
erano soltanto un acconto sul prezzo che avrebbe
pagato. In California poteva ritenersi al riparo dal linciaggio,
ma nel 1927 un uomo di colore che rompeva la faccia di un
bianco, uno qualsiasi, anche meno importante di un vicesceriffo,
passava guai seri. Si ricord di quando, appena undicenne,
aveva domandato a sua madre perch gli uomini bianchi
erano cos crudeli con la gente di colore, specie con gli
uomini. La risposta l'aveva sorpreso: Hanno paura degli uomini
di colore. Signore Iddio, quanto vorrei che non fosse
cos... perch quando uno ha paura,  proprio allora che odia
e diventa malvagio. Non aver paura della gente, ragazzo mio,
e soprattutto non aver paura dei bianchi. Gli aveva fatto
questo discorso che erano ancora nel Tennessee, e tante volte
aveva visto la conferma di quelle parole. Aveva visto la
paura dell'uomo bianco, e le conseguenze di quella paura: il
corpo bruciato e gonfio di vesciche legato a un albero. Booker
sapeva che era di Big Luke, ma non perch la sua carcassa
fosse riconoscibile. I bianchi avevano avuto paura di Big
Luke, due metri quasi di altezza per oltre un quintale di peso,
e lui manifestava apertamente il disprezzo che nutriva per
loro. Ancor prima di lasciare la scuola, Luke fissava con insistenza
le donne bianche, poi le importun con suoni sconci.
Facendosi pi grosso, Luke era diventato sfrontato, e aveva
terrorizzato i bianchi ancora di pi. Finch la loro paura
aveva superato il limite, ed erano venuti a cercarlo di notte
vestiti di tuniche bianche. La mamma aveva detto a Booker:
Quel negro, era come se dicesse ammazzatemi, ammazzatemi!
 da quando era nato, non a parole forse, ma per come
si comportava. Meglio per te se impari la lezione, figliolo.
Booker si era poi domandato se questo era quanto sua madre
pensasse davvero, oppure se quelle parole fossero mirate a
proteggere il suo unico figlio dai pericoli del Sud rurale negli
anni Venti. Il linciaggio di Luke era stato uno dei motivi per
cui si erano trasferiti a Los Angeles, citt senza linciaggi e con
minor pregiudizio, cos si chiamava all'epoca il razzismo.
Per sei giorni Booker rimase sul cemento freddo, al buio
assoluto. Ogni ora un secondino sbatteva una grossa chiave
contro la porta d'acciaio. Lui doveva rispondere a voce
alta: Tutto a posto, capo, perch se non lo avesse fatto
e loro si fossero sentiti costretti ad aprire la porta per controllare,
gli avrebbero somministrato un'altra dose di botte.
La prima volta Booker non aveva risposto e, soltanto
perch era la prima volta, avevano lasciato perdere
limitandosi a minacciarlo. Da allora, aveva risposto puntualmente
a ogni controllo.
Per tre giorni aprirono la porta d'acciaio prima dell'alba
e gli passarono sei fette di pane bianco fresco (la moglie dellosceriffo era la proprietaria della panetteria che vendeva il
pane alla prigione della contea) e un contenitore di cartone
con un litro d'acqua. In un angolo della cella c'era un buco
sul pavimento. Completamente al buio, era difficile centrarloquando andava di corpo. Il tanfo era terribile, finch ci
fece l'abitudine; poi neppure lo avvert pi. All'inizio, quando
ud raspare, non riusc a capire da dove provenisse quel
rumore; poi, sentendo qualcosa strusciargli sul piede, fece
un salto lanciando un urlo. Gli ci volle un minuto per realizzare
che era un topo venuto fuori dalla buca sul pavimento.
Il terzo giorno gli diedero l'acqua ma non il pane. A mezzogiorno
aprirono la porta e misero dentro un piatto di carta
con dei maccheroni.
Schiacciata sopra la pasta c'era la razione di pane bianco,
che Booker utilizz per fare dei panini con i maccheroni
avanzati, avvolgendoli nella carta igienica.
Non sent nulla, ma qualche ora dopo, quando allung la
mano in cerca del panino, scopr che era stato attaccato dai
topi. Mangi comunque quanto ne era rimasto. L'indomani
mattina si ritrov con la razione di pane e acqua.
Al buio pesto, i secondi scorrevano lentissimi. Non aveva
idea se fosse mezzogiorno o mezzanotte. Prov a fare
qualche flessione sulle braccia, ma il dolore era insopportabile
per via della pressione sulla costola rotta. Il gonfiore all'occhio
diminu leggermente. A volte pregava, a volte cantava
tutte le canzoni di cui conosceva le parole, pi di una
volta avrebbe voluto gridare: Mio Dio, mio Dio, perch mi
hai abbandonato?
Attraverso le pareti riusciva a udire il suono dei campanelli e lo sferragliamento dei cancelli prima che si richiudessero
con uno schianto.
Il settimo giorno, la porta si apr. Quattro agenti gli ordinarono
di venir fuori. Mettendosi in piedi e muovendo il primo
passo, barcoll e quasi fin a terra. Fece uno sforzo per
ricomporsi; non gli andava che notassero nessuna sua debolezza.
Gli lanciarono un fagotto di vestiti e, una volta che li
ebbe indossati, lo ammanettarono e lo scortarono attraverso
la prigione seguendo la linea che conduceva al tribunale. Passando
davanti alle gabbie, alcuni carcerati lo riconobbero.
Gli uomini si affollarono a ridosso delle sbarre per guardarlo.
La rissa con i vicesceriffi era gi entrata nella leggenda
della prigione, e fu la prima storia nella leggenda di Booker
Johnson. Anni dopo, la storia si era trasformata: Booker aveva
messo al tappeto gli agenti non appena avevano varcato
la soglia della sala degli avvocati.
Tutte le gabbie erano segregate. A un certo punto si ritrovarono
davanti a una diversa, che Booker non pot fare
a meno di osservare con attenzione. All'interno vi coabitavano
tutte le razze, ma met dei detenuti aveva in faccia un
trucco grossolano e indossava camicie strette in vita e attillate,
in una grottesca parodia della femminilit. Mai visto
niente del genere nel Tennessee.
I secondini lo condussero fino a un piano con parecchie
gabbie, ciascuna delle quali ospitava i detenuti destinati a una
particolare aula del tribunale. Anzich sistemarlo con altri
prigionieri, lo rinchiusero in una stanzetta con una porta d'acciaio.
In tarda mattinata lo portarono in aula per l'udienza preliminare.
In alcune giurisdizioni, l'udienza preliminare svolgeva
la funzione di gran giur, in quanto stabiliva formalmente
che l'imputato aveva commesso un certo reato e che
esistevano motivi sufficienti per sottoporlo a processo. Il
pubblico ministero produsse tre testimoni. Il proprietario
dell'automobile dichiar che il veicolo era di sua propriet e
di non aver mai concesso a Booker il permesso di mettersi alla
guida della vettura. Il suo capo, che neppure si volse a guardarlo
in faccia, depose per secondo e afferm di non aver mai
autorizzato Booker a rimuovere l'automobile dal garage della
stazione di servizio. In fine, l'agente di polizia rifer come
aveva individuato Booker Johnson alla guida dell'automobile
all'incrocio di Washington e Broadway.
L'udienza si concluse in meno di un'ora. Il giudice rinvenne
elementi sufficienti per rinviare a giudizio l'imputato
dinanzi alla corte superiore.
Tornato alla prigione, lo spostarono dal Buco a Siberia,
una fila di celle regolari i cui occupanti vi restavano chiusi
ventiquattr'ore su ventiquattro senza permessi. Booker rimase
dentro Siberia per l'intera sua permanenza nella prigione
della contea di Los Angeles.
Qualche giorno prima della sua successiva comparizione
in tribunale, fu condotto alla sala degli avvocati per incontrarsi
con il difensore d'ufficio. Circondato da tre guardie,
attrasse gli sguardi dei detenuti quando pass marciando davanti
alle gabbie. Qualcuno lo riconobbe, e la voce si diffuse
in un lampo. I detenuti si affollarono a ridosso delle sbarre,
salutando il suo passaggio con applausi e grida di incoraggiamento;
le guardie di scorta bollivano di rabbia.
L'avvocato d'ufficio doveva parlare con undici uomini,
quella mattina. Tutto ci che sapeva di ciascuno era quanto
aveva trovato nelle cartelle sottili che gli erano state consegnate
prima di uscire dall'ufficio. Trov quella di Booker e
la scorse per un minuto. Sembrava un caso semplice, relativamente
non grave.
-  accaduto come hanno testimoniato ? - domand.
Booker annu.
- Nessuno ti ha detto che andava bene se prendevi l'automobile?
- No. Voglio dire... Non pensavo... credevo che non sarebbe
successo niente. La prendevo... solo in prestito... capisce
ci che voglio dire ?
- S, lo capisco... ma ti hanno beccato. Non  il reato del
secolo. Hai dei precedenti?
Booker scroll il capo.
- Mai arrestato quand'eri minorenne ?
- No.
- Ti daranno la custodia cautelare in carcere e la libert
vigilata.
Il difensore d'ufficio ne era convinto; era quanto desumeva
da un esame superficiale dei fatti. Doveva vedere undici
uomini quella mattina, e altri otto nel pomeriggio. Come
avrebbe potuto non essere superficiale ? Qualsiasi idealismo
lo avesse animato quando si era laureato in Giurisprudenza,
si era consumato nei due anni in cui aveva rappresentato individui
indigenti imputati di reati penali, che in stragrande
maggioranza erano colpevoli. Una verit che aveva accettato
in silenzio dopo pochi mesi di esercizio della professione
in qualit di avvocato d'ufficio. Per sua natura non se la sentiva
di sostenere la pubblica accusa, ma era quasi deciso a intraprendere
la carriera privata. Se doveva rappresentare dei
criminali colpevoli, tanto valeva farlo con chi poteva permettersi
di pagare la parcella. Per molti versi trovava alcuni dei
suoi clienti degni di ammirazione. Come il giovane nero con
cui stava parlando. Era certo che la corte sarebbe stata clemente.
Ignorava, per, che Booker avesse spaccato la faccia
a un vicesceriffo e provocato lesioni ad altri agenti.
- Ecco come stanno le cose, - spieg l'avvocato. - Se vai
al processo, resterai in carcere per altri tre o quattro mesi,
anche se ti ritengono innocente. Potrebbe succedere. E
improbabile che accada, ma in realt tu non avevi l'intenzione
di rubare. La giuria potrebbe essere comprensiva. Presumo
che ti giudicheranno colpevole, in base a ci che mi hai detto
e alle testimonianze. Se ti dichiari colpevole di furto d'auto
e guida abusiva, insomma di aver girato a bordo di una
vettura senza il permesso del proprietario, il giudice pu decidere
che si tratta di una violazione della legge di minore
gravit, piuttosto che di un reato vero e proprio. La guida a
bordo di un'auto rubata pu essere giudicata da entrambi i
punti di vista. Noi sicuramente sosterremo questo, e il procuratore
distrettuale non potrebbe neanche opporsi. Sei incensurato.
Avrai fatto pi di un mese di prigione. Hai un lavoro...
vivi con la tua famiglia...
- Solo con mia madre... - corresse Booker.
L'avvocato annu, poi prosegu col suo discorso: - Non
riesco a immaginare che ti diano altro che il carcere gi
scontato e la libert vigilata.
O alla peggio sessanta giorni, se il
giudice si  svegliato male.
Booker nutriva qualche dubbio. Era certo che la rivolta
contro le guardie in un modo o nell'altro sarebbe rientrata
nel conto. Eppure il giovane bianco sembrava parlare con
cognizione di causa. Era uno che aveva studiato. Era un avvocato.
cos Booker si rimise alla buonafede delle sue parole.
Certo, era anche un membro del sistema di potere dei
bianchi, e Booker non si fidava di lui abbastanza - non dopo
una chiacchierata di appena venti minuti - da raccontargli
di quanto era accaduto con la guardia.
Per di pi Booker ci aveva riflettuto mentre stava a Siberia,
specialmente dopo l'udienza preliminare, e aveva deciso
di dichiararsi colpevole per togliersi il pensiero. I bianchi
lo avevano insultato, e non c'era nulla che potesse fare,
ma questo rendeva tutto pi facile e rafforzava la sua decisione.
All'avvocato d'ufficio comunic che si sarebbe dichiarato
colpevole dinanzi alla corte superiore.
L'avvocato lo annot sulla cartella, di modo che qualsiasi
legale incaricato del patrocinio gratuito, pur non avendo
mai visto Booker in faccia, fosse messo a conoscenza
della situazione. E avrebbe potuto rinunciare o patteggiare
come qualsiasi altro avvocato. cos, quando il giudice
domand: - Come si dichiara l'imputato? - Booker rispose:
- Colpevole, vostro onore -. Il difensore d'ufficio gli
diede un colpetto affettuoso sulla spalla, come se avesse
fatto una scelta saggia. Costui era diverso dall'avvocato
che era venuto a trovarlo in prigione, e il difensore d'ufficio
in piedi di fianco a lui il giorno della sentenza era diverso
da quello che l'aveva assistito in occasione della dichiarazione
di colpevolezza. Il giudice volt le pagine del
fascicolo dell'ufficio della libert vigilata, e quando guard
Booker da sopra la montatura degli occhiali, la sua espressione
era arcigna.
- Dichiaro l'imputato colpevole e lo condanno alla prigione
di Stato della California per il periodo di detenzione
prescritto dalla legge, ne ordino la custodia cautelare da parte
dello sceriffo della contea di Los Angeles perch venga
consegnato al direttore di San Quentin...
Ovunque, all'interno della prigione, incontr ex detenuti,
uomini che in precedenza erano stati trasferiti al Nord
per scontare la pena nel leggendario penitenziario di San
Quentin. Quando a costoro raccont del suo reato e della
sentenza che era stata pronunciata contro di lui, restarono
sbalorditi. - Mai sentita una cosa del genere... nessun precedente...
niente di niente... arrestato per la prima volta...
per aver preso in prestito un'automobile...
- Ero alla guida di un'auto rubata. Non l'avevo detto al
mio capo prima di prenderla.
- S, vabbe'... merda... ma che cazzo! T'hanno sbattuto
in galera alla prima botta.
- Cos quanto tempo mi far ?
- Non mettono mai fuori nessuno prima di un anno. Dicono
che non sarebbero mai finiti a San Quentin, se il giudice
voleva fargli scontare una pena inferiore a un anno. Dovresti
farti quindici... diciotto mesi al massimo. Riga dritto.
Riga dritto ! Ges mio, aiutami a rigare dritto. Fu sempre
il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi, nei dieci
giorni di attesa dopo la pronuncia della sentenza. La pena
detentiva non iniziava finch non arrivava l. Voleva andare,
nonostante la paura straziante dell'ignoto.
Dodici giorni dopo la sentenza, Booker Johnson si ritrov
tra due dozzine di prigionieri prelevati dalla prigione della
contea di Los Angeles e condotti nella vicina stazione ferroviaria,
dove furono sistemati in una carrozza speciale. I finestrini
erano oscurati da pannelli di ferro, anche se in alcuni
una stretta fessura rendeva possibile sbirciare il nero della
notte o la luce sporadica di una fattoria. A un'estremit della
carrozza c'era una gabbia di rete metallica dentro cui sedeva
un agente armato. Sull'altro lato, il gabinetto con un tramezzo
che arrivava all'altezza della cintola.
La carrozza-prigione era agganciata a un convoglio di trasporto
del latte, che partiva nel tardo pomeriggio e viaggiava
verso nord nelle ore del tramonto e della notte. A Ventura,
tra gli sbuffi e gli scoppi della sosta in stazione, salirono
a bordo altri due prigionieri, uno bianco e uno nero. Alle fermate
successive, a Santa Barbara e San Luis Obispo, furono
firmate altre ricevute di consegna di corpi, e altri uomini
condannati a scontare la pena a San Quentin salirono sul
treno. Booker avrebbe sempre conservato un ricordo chiaro
e distinto di due dettagli di quel viaggio. Uno era il fumo di
sigaretta, specie quando salirono quelli della fermata di Los
Angeles. Quasi tutti sentirono il bisogno di accendersi una
Bull Durham o una Lucky Strike appena si misero a sedere.
Il secondo ricordo di Booker riguardava l'uomo scortato a
bordo a Salinas. Un tipo mingherlino, che sembrava ancor
pi ossuto per via del collo affilato che spuntava dal colletto
della camicia di una taglia troppo grande per lui, bianco
come pesce lessato, gli occhi stralunati; e dalla catena intorno
alla vita, i ferri ai piedi e le tre guardie di scorta, era ovvio
che si trattava di un condannato a morte. Booker gli era
seduto a fianco, dall'altra parte del corridoio centrale; era facile
studiarne la faccia. Chi aveva ucciso, quell'uomo?
Booker lo domand al prigioniero accanto a s, e quello rispose
con uno sguardo vuoto e un'alzata di spalle. Non sapeva
nulla e non voleva sapere nulla. Era un ubriaco che aveva
emesso degli assegni fasulli. Siccome era al suo quarto illecito,
il giudice lo aveva condannato al carcere perch gli
servisse di lezione. Adesso che era sobrio, la lezione la stava
imparando di sicuro. Un paio di volte, durante la notte, aveva
tirato su col naso e aveva cercato in tutti i modi di nascondere
che la sua pena stava per sciogliersi in lacrime. Se
avesse manifestato la sua autocommiserazione, avrebbe percepito
il disprezzo da parte dei suoi pari.
Booker chiuse gli occhi e si mise in ascolto del ritmo sempre
uguale delle ruote di acciaio sui binari di acciaio, clic ciac,
clic ciac, clic ciac, clic ciac. Si appisol e dorm fino al momento
in cui il vagone fu sganciato dal treno e imbarcato sul
traghetto che collegava il tratto di mare tra Richmond e la
penisola di San Quentin. Era l'alba.
Era l'ultima cosa che Booker avrebbe visto del mondo di
fuori. Qualche mese dopo gli fu comunicato che la sua aggressione
agli agenti mentre era in attesa di giudizio aveva
aggiunto cinque anni di detenzione alla sua condanna...
Mentre il traghetto trasportava il vagone per mare, le luci
si accesero e i neodetenuti cominciarono a muoversi, il che
signific che ciascuno si fum una sigaretta per riassaporare
il gusto delle sigarette che aveva fumato prima di dormire.
Un uomo incoll l'occhio alla fessura e annunci ad alta
voce che riusciva a vedere il blocco orientale del penitenziario.
Booker doveva urinare. Chiss quando avrebbe
avuto un'altra occasione. Si alz, e poich la catena tra i
ferri ai piedi era lunga una trentina di centimetri, si mosse
a piccoli passi, tenendosi aggrappato agli schienali dei
sedili. Doveva ancora apprendere il segreto di camminare
coi ferri alle caviglie, che era quello di sollevarsi sulle punte
e fare dei passetti veloci, come una donna cinese coi piedi
fasciati.
Giunto all'ultimo sedile, stava per attraversare lo spazio
che lo separava dal bagno, quando il traghetto tocc la
banchina, col risultato che Booker barcoll e fin addosso
alla gabbia del sorvegliante. Cozz violentemente contro la
rete metallica cogliendo di sorpresa la guardia, che balz in
piedi lanciando un urlo, la schiena schiacciata alla parete.
- Chiedo scusa, capo, chiedo scusa, - disse Booker. - Mi
ha fatto perdere l'equilibrio... Non volevo fare niente...
- Va bene... s... Sta' attento.
Booker urin. Anzich tornare al suo posto, si sistem su
un sedile vuoto accanto a un venticinquenne di colore: era
la seconda volta che il giovane tornava a San Quentin, a scontare
una condanna per rapina a mano armata. Jeff Hawkins,
detto Hawk, era di corporatura piccola, ma i suoi muscoli
erano cavi d'acciaio. Malgrado fosse di pelle scura, aveva i
tratti pi arabi che africani: naso aquilino, labbra sottili, zigomi
aguzzi. Booker aveva parlato con lui nella gabbia del
tribunale, mentre aspettavano la corte.
- Come va Book? - domand Hawk. - Dimmi un po'.
- Dimmi tu, che ne sai pi di me.
- Ci verranno a prendere fra poco.
Bast una manciata di secondi. La porta accanto alla
gabbia della guardia si apr. Entr un uomo con l'uniforme
delle guardie carcerarie. Aveva le mostrine da tenente al
colletto della camicia. Hawk emise un suono di disgusto.
- Whitehead.
- Chi  Whitehead ?
- Lui...  uno sporco...
Accanto a Whitehead comparve il vicesceriffo. Insieme
contarono le teste e firmarono una ricevuta. La guardia carceraria
aveva in mano un bastone con l'impugnatura di quindici
centimetri e il puntale in piombo. Lo batteva sul pavimento.
- Quando pronuncio il vostro nome, venite avanti. Chi
 Johnson?
Booker alz la mano. - Eccomi qua.
- Tu resta dove sei -. Cominci a chiamare gli altri nomi.
Via via che ognuno si trascinava verso la porta, una
guardia carceraria lo ammanettava, e soltanto allora i vicesceriffi
gli toglievano i ferri ai piedi, lasciandoli cadere
in un mucchio, propriet della contea di Los Angeles. Gli
uomini adesso appartenevano allo Stato della California.
Sparirono oltre la porta. Booker scrut il tenente Whitehead,
un omone con dei rotoli di carne sul collo che gli
uscivano dalla camicia e gli arrivavano al berretto. Dio l'aveva
fatto con un fisico taurino, ma a quarantuno anni,
l'alcol torcibudella del proibizionismo aveva aggiunto una
ventina di centimetri al suo girovita. Teneva il bracciale
del bastone col puntale di piombo avvolto distrattamente
intorno al polso.
Quando il vagone fu vuoto, il tenente Whitehead accenn
a Booker di avvicinarsi. Mentre Booker arrancava per il
corridoio, il tenente lo guardava con un ghigno. Booker si aspettava
che dicesse qualcosa, ma all'ultimo momento il tenente
gir sui tacchi e se ne and. La guardia carceraria in attesa
gli mise le manette. Anzich togliergli i ferri ai piedi, il vicesceriffo
gli fece segno di uscire.
Arrivato agli scalini, Booker cap il motivo per cui venivano
tolti i ferri. Il gradino per scendere a terra era troppo
alto. Pi in l stavano caricando gli altri uomini su due autobus.
Erano circondati da guardie carcerarie e vicesceriffi.
Il sole era intenso, e trasfigurava la Bay in un lago di metallo
fuso. Booker si domand perch fosse stata costruita una
prigione in un posto cos bello.
Esit. Come faceva a scendere ? Con le mani ammanettate,
si aggrapp alla barra verticale e si lanci gi. Si ritrov
in discesa e and a finire a gambe per aria contro il tenente
Whitehead, che gli dava le spalle. Entrambi crollarono a terra,
Booker sopra il tenente.
- Levati di dosso, Sambo! Dannazione!
Le guardie arrivarono all'istante e tirarono via Booker;
poi aiutarono il tenente a rimettersi in piedi. Lui si spazzol
i vestiti con una mano, lo sguardo torvo, la faccia paonazza,
doppiamente imbarazzato per le risatine dei detenuti che
avevano assistito alla scena.
- Villano di un negro che non sei altro !
-  stato un incidente, capitano. Lo giuro.
Booker sent lo stomaco rivoltarsi. Aveva sperato di sparire
nella moltitudine degli uomini numerati. Alla prigione
della contea qualcuno gli aveva detto che tra quasi cinquemila
detenuti era facile passare inosservati. Con una condanna
cos lieve, sarebbe stato fuori prima che le guardie avessero
imparato il suo nome. Quella speranza adesso era compromessa.
- Lo giuro ! - sbrait il tenente Whitehead facendogli il
verso. - Che mi prenda un colpo se... un detenuto che lo
giura! Questa si che  bella!
I due autobus si avviarono verso la riserva della prigione.
San Quentin sorgeva su un'area di ventuno ettari, mentre la
riserva era grande sette volte tanto. Sulla sinistra il mare,
basse colline sinuose sull'altro lato. La strada costeggiava una
piccola altura sulla destra. Gli autobus superarono una curva,
e la prigione fu visibile: un lungo complesso penitenziario
disposto ad angolo sulla sinistra; su un crinale a destra,
una fila di grossi edifici. Le grandi finestre della facciata davano
sulle mura di cinta interne.
Aveva piovuto e ora aveva smesso, ma la terra era scura
e bagnata e le nuvole che si rotolavano in cielo, nere e grigie,
annunciavano che sarebbe caduta altra pioggia. Quando
l'autobus fu pi vicino, la vasta struttura sugger a
Booker l'idea di una fortezza medioevale.
Nell'autobus regnava l'eccitazione, che per molti serviva
a mascherare la paura. Quelli che erano di ritorno indicarono
i punti di riferimento. Innanzitutto la torretta di guardia
n 1, che si affacciava sul mare.
- C' una mitragliatrice calibro 50 raffreddata ad acqua
montata su una piattaforma girevole, lass.
L'autobus oltrepass un cancello di reticolato metallico,
aperto da un anziano di colore con un impermeabile giallo
in tela cerata.
-  il vecchio Charlie, - disse una voce. -  qui dal '99...
per rapina a una diligenza.
- S, potrebbe ottenere la libert vigilata, se volesse, -
disse un altro. - Ma questa ormai  casa sua.
La vecchia faccia avvizzita guard in alto, poi salut i nuovi
venuti con un cenno della mano.
Gli autobus si fermarono davanti all'ingresso orientale, il
varco di controllo pedonale di San Quentin. Il cancello era
una grata di fascette d'acciaio. - Attenti al gradino... attenti
al gradino, - salmodiava una guardia mentre i novellini varcavano
in fila la soglia. Come di norma, gli uomini venivano
contati man mano che passavano.
Lungo un tunnel chiamato
Tra i cancelli sono fissate
delle panche a ridosso delle pareti. In fondo alla galleria si
apre una porta d'acciaio, ma prima di arrivarci, saliti due gradini,
si trova un'altra porta laterale. A uno a uno i prigionieri
vengono chiamati e avviati attraverso quella porta, sovrastata
da un cartello: Accettazione e rilascio. Il detenuto entra,
una guardia gli toglie le manette e gli mostra tre panche
strette. - Vai li e spogliati nudo. Butta tutto l dentro -. Indica
una cesta della biancheria sporca. Non succede lo stesso
per Booker. Lui resta in manette. Gli dicono di rimanere in
piedi da una parte.
Quando i nuovi arrivati si furono seduti nudi sulle panche,
sopraggiunse Whitehead. Li scrut per bene, tutti per
lo pi giovani e di pelle bianca, le facce gi marchiate dalla
vita, molti con dei tatuaggi blu di inchiostro di china, le stimmate
del riformatorio. Nascondevano la paura sotto l'arroganza;
aspettavano qualcuno con cui attaccare briga. Booker
cont i neri: otto su quarantuno, sette forse. Difficile dire
se un tizio fosse di colore oppure no. Aveva la pelle scura e
i capelli crespi, ma i suoi tratti erano affilati e parlava inglese
con un certo accento; sembrava messicano, ma era pi
aspro.
Booker torn a concentrarsi sul discorso di indottrinamento
di Whitehead.
- Questa  San Quentin, la prigione di Stato della California.
E un pe-ni-ten-zia-rio. Il tribunale vi ha mandato
qui perch siete stati condannati per aver commesso un reato...
o pi di un reato. Noi ce ne freghiamo se l'avete fatto
o non l'avete fatto. C'importa quel che fate qui. Riceverete
un regolamento, e gran parte delle regole sono scritte l. Ma
vi parler di un paio di regole che invece non ci troverete.
Chiunque entra da quel cancello si domanda se  possibile
scappare. S, succede. Ogni tanto qualcuno evade ... ma
nessuno... nessuno evade con un ostaggio. Se vi prendete la figlia
del direttore e lui ordina di aprire il cancello, nessuno
obbedir a quell'ordine. C' stato il caso di un paio di detenuti
che avevano preso in ostaggio il membro di un coro. Volevano
un'automobile. Gli ho risposto che l'unico veicolo su
cui si sarebbero mossi sarebbe stato un carro funebre. Quindi
non ci pensate nemmeno a evadere in quel modo. Un'altra
cosa...  possibile che infilzate un altro detenuto con una
lama o altro... e se venite presi, state sicuri che sarete puniti...
ma non ne faremo un caso personale. Non mi accanir
su di voi pi di tanto. Ma se solo vi sognate di aggredire una
persona libera o una guardia, vi massacrer di botte, vi far
schizzare il cervello per terra. Se colpite una guardia  meglio
che v'impiccate, perch la vostra vita sar pi orribile
dei vostri incubi peggiori. Uccidete un detenuto: ci pu stare.
Cercate di fregare una guardia: ve ne pentirete. Vi ridurremo
il cervello in poltiglia con questi.
Sollev il bastone con il puntale di piombo. Avrebbe potuto
farlo roteare distrattamente in aria come faceva Chaplin,
per ottenere un effetto pi micidiale.
- Potete essere dei duri... - continu. - Potete essere i
pi duri figli di puttana sulla faccia della terra, ma non siete
pi duri del cemento e dell'acciaio di questa prigione. Vi
far a pezzi. Avete tutti una pena indeterminata: chi  qui
dentro per furto con scasso, ha da uno a quindici anni e pu
essere fuori dopo un paio d'anni... oppure scontare quindici
anni per intero. Se  qui per rapina a mano armata, la sua
pena va da un anno all'ergastolo: pu ottenere la libert vigilata
dopo due anni e mezzo, oppure pu restare qua per
mezzo secolo e vedere la prigione tinteggiata per due volte.
Non consumerete il cemento. Potete sprecare la vita e invecchiare.
Potete morire qui senza neanche aver vissuto. Per lo
pi siete cos stupidi che neanche sapete leggere.
Booker ascolt, e giur a se stesso per l'ennesima volta
che in prigione avrebbe imparato a leggere; l'avrebbe fatto,
qualunque cosa fosse successa.
- Se farete quello che vi viene detto, - prosegu il tenente,
- nessuna guardia se la prender con voi. Se un detenuto
prova a fare il prepotente, prima di accoltellarlo venite da
me e ci penser io.
La porta si apr ed entrarono due detenuti con una cesta
piena di tute bianche fresche di bucato, provenienti dalla lavanderia
della prigione.
- Bene, adesso indosserete queste tute. Poi andrete nel
refettorio. Quando attraversate il cortile, non date confidenza
a nessuno. Non voglio che vi fermate per fare qualche
cazzata o vi mettete a toccarvi il culo coi vostri amichetti.
I due detenuti passarono le tute bianche ai novellini.
Mentre questi si vestivano, sopraggiunsero altre due guardie
e fecero rapporto al tenente Whitehead. Si scambiarono
qualche battuta; i loro occhi si volsero verso Booker. I due
agenti gli si avvicinarono. - Andiamo.
Condussero Booker fuori dell'ufficio Accettazione e rilascio.
Quando la porta d'acciaio interna si apr, Booker
fece il suo ingresso a San Quentin. La scena che gli si par
davanti lo indusse a fermarsi per osservare. Lo chiamavano
il Giardino del bello, pi di duemila metri quadri di fiori
sgargianti in un giardino classico percorso da vialetti di
ghiaia che si incrociavano tra loro. Sulla sinistra si ergeva
un blocco di celle che risaliva all'Ottocento. Si aprivano
su una balconata lunga e aperta; le massicce porte di acciaio
erano provviste di spioncini all'altezza degli occhi.
Sulla destra del Giardino del bello si innalzava un palazzo
imponente di epoca vittoriana, con un porticato che
correva per l'intera facciata. Ospitava gli uffici del capitano
e del vicedirettore del carcere. I detenuti giravano intorno
al Giardino del bello per raggiungere lo sportello dei
lasciapassare, nel portico, all'altezza dell'ufficio del capitano.
A meno che non fossero sotto scorta, come Booker.
Mentre camminava tra le due guardie, divorava con gli occhi
il suo nuovo mondo: una piccola citt con una propria
linea dell'orizzonte. Alcuni detenuti stavano distesi su dei
larghi scalini che conducevano a un pianerottolo, su cui si
stagliava una porta ampia a doppio battente. Il cartello che
stava sopra diceva: Cappella del Giardino. Era la chiesa
della prigione. I detenuti squadrarono Booker con curiosit
inespressiva. Uno gli fece un cenno con la testa. Lui
restitu il saluto annuendo a sua volta.
La strada procedeva in pendenza, serpeggiando tra le mura
della prigione e un edificio risalente a un centinaio d'anni
prima, che un tempo aveva ospitato il carcere femminile. Una
delle guardie apr con la chiave una pesante porta d'acciaio
e accese una lampadina che pendeva da un filo elettrico. Davanti
a loro si svel un passaggio stretto, in discesa e col pavimento
grezzo. Su ogni lato, porte d'acciaio con spioncini
all'altezza degli occhi. Poich la lampadina era di basso voltaggio,
il passaggio restava in ombra.
Una guardia fece strada; teneva in mano una chiave enorme.
Subito dietro veniva Booker, che guard gli spioncini e
vide occhi che sbirciavano dalle fessure. Alle sue spalle seguiva
la seconda guardia. Il pavimento era sconnesso, acciottolato.
Quando la chiave gir nella serratura e la porta si apr,
il tanfo del bugliolo nell'angolo si rivers all'esterno.
- Ahhh, merda ! - esclam l'agente con la chiave, voltando
la testa mentre richiudeva il battente. - Mettilo nella 21.
Si mossero verso un'altra cella. Anche in questa c'era un
secchio, ma era provvisto di coperchio, cosicch il puzzo era
meno forte. La guardia si scans su un lato per permettere a
Booker di entrare. Booker, invece, si ferm. Poich queste
guardie non si erano dimostrate n ostili n minacciose, prese
coraggio e domand: - Che succede ? Per quanto tempo
dovr restare qui ?
- Il capitano ha detto di tenerti sotto chiave... finch avr
modo di vederti luned mattina.
Booker annu ed entr. La cella aveva una volta rotonda.
Era larga un metro e mezzo e lunga due. Sul pavimento, contro
la parete, c'erano alcune coperte sporche. In un angolo,
il bugliolo chiuso con un coperchio; accanto, un rotolo di carta
igienica. Sull'angolo opposto, un secchio da tre litri.
Tenendosi bocca e naso tappati con un fazzoletto, la guardia
entr e prese il secchio da tre litri. Da qualche parte, poco
distante, Booker sent rumore di acqua di rubinetto. Il
rumore cess, la guardia fece ritorno con il secchio e lo pos
nell'angolo.
- Questo  quello dell'acqua. L'altro  quello della merda.
Vedi di non confonderli... Ah, ah, ah...
La porta si richiuse con uno schianto, acciaio contro acciaio,
e la cella piomb nel buio, anche se un chiarore lieve
penetrava dallo spioncino, cosicch l'oscurit non era assoluta.
Si udirono i passi allontanarsi; poi echeggi il tonfo della
porta esterna.
- Ehi, Six Way, chi  quello che  entrato ? - risuon una
voce con un accento bianco del Sud.
- Non lo so, amico... uno di colore che non ho mai visto
prima, - rispose Six Way. - Mi sa che  uno dei nuovi. Portava
una di quelle tute.
- S,  sabato. Il treno  arrivato stamattina.
- Ehi, cella 21 !
- S... - rispose Booker, diffidente.
- Appena arrivato, eh ?
- Gi.
- E ti hanno messo subito sottoterra.
- Gi.
- Tutto quello che hai da dire  gi?
- Basta per rispondere a tutte le domande.
- Ehi, ehi, - intervenne un'altra voce. - Vacci piano col
ragazzo. E arrivato quaggi... Come ti chiami, amico?
- Johnson... Booker Johnson...
- Com' che t'hanno messo sottoterra?
- Dicono che il capitano mi vuole vedere prima che mi
mettono fuori da qui.
- Ehi, amico, chi hai accoppato ? Magari dovresti essere
nel braccio...
- Chiudi il becco, stupido, - soggiunse un'altra voce. Aveva
un tono perentorio e autorevole. - Ehi, cella 21. Booker...
- S? - fece Booker.
- Eri a Siberia con Smokey Allen, giusto ?
Alla prigione della contea, Siberia era il gradino sopra il
buio totale della cella d'isolamento. Era una sezione di celle
normali, ma i suoi occupanti erano privati degli effetti personali
e di qualsiasi permesso, e restavano chiusi in gattabuia
ventiquattr'ore su ventiquattro. Faceva freddo, poi, perch
i carcerati erano senza coperte, esposti a finestre aperte da
cui penetravano il gelido vento notturno e i suoni della citt.
- S, conosco Smokey Allen. E arrivato col treno un paio
di settimane fa. E tu chi sei?
- Sullivan Brewster. Ma tutti mi chiamano Sully.
- Certo, amico, - disse Booker. - Smokey mi ha parlato
di te.
- Parla di tutti, lui.
- Hai boxato con Dempsey ?
- Ti ha detto anche questo, - disse Sully ridacchiando.
- Oh, s. Abbiamo parlato un sacco. Non c'era altro da
fare, a Siberia. Smokey pu andare in cortile, no ?
- Macch. L'hanno trasferito a Folsom ieri mattina.
- Merda! - esclam Booker. Aveva contato sul fatto che
Smokey Allen gli avrebbe fatto da apripista a San Quentin.
- Ehi, Smokey mi ha detto che organizzavi tu il progetto del
pugilato. Com' che sei finito in cella d'isolamento ? - domand
Booker.
La domanda suscit un coro di risate. Booker si chiese
cosa ci fosse di cos buffo.
- Diglielo, Sully, - disse uno.
- Diglielo tu, - ribatt Sully. - Non vedi l'ora.
- Te lo dico io perch, amico. Si sta facendo quindici giorni
quaggi perch ha messo la bandiera del Giardino del bello a mezz'asta quando hanno arrostito Sacco e Vanzetti, la
settimana scorsa.
- S, ho dovuto farlo, altrimenti pagavo tre stecche di sigarette.
 quello che avevo scommesso. Ero convinto che
avrebbero concesso un'altra sospensione dell'esecuzione.
- Stronzate ! A te semplicemente piace fare cazzate clamorose
come quella.
Dal fondo qualcuno attacc a cantare con una voce orribile.
- Piantala con quella merda! - intervenne un altro, sbattendo
il pugno contro la porta d'acciaio.
- Non ti pare che canto come Bing Crosby ?
- Oh, amico, canti come un fottuto tacchino.
Booker non fece caso alla conversazione. I suoi occhi si
erano abituati al buio, e adesso riusciva a vedere una lama
di luce penetrare dallo spioncino. Era sottile ma si diffondeva,
e lui poteva distinguere la sua mano alzata davanti alla
faccia. Per un attimo lo fece sentire bene. Ne aveva avuto
abbastanza del buio assoluto nella prigione della contea.
Quando riport l'attenzione alle conversazioni, queste si
erano spostate su argomenti diversi dal novellino di colore.
Non aveva altro da fare che prestare ascolto, e nel giro
di un'ora le voci assunsero personalit e storia. Pareva che
Sully fosse il pi benvoluto e rispettato, ma quello che chiamavano
Six Way era il pi temuto. Pezzo per pezzo Booker
arriv a capire che Six Way aveva sventrato un altro detenuto
nella lavanderia. Era stato portato via per essere interrogato,
e quando era tornato aveva detto a Sully: Non hanno
un cazzo di niente. Nessuno ha cantato.
- Certo  quasi un miracolo.
- Non hanno neanche uno straccio di prova che mi accusa.
- Nessuno ha visto niente ?
- Un cazzo di niente. Uno spione fottuto ha detto che mi
ha visto accanto allo scolo delle docce.
- L dove hanno trovato la lama ?
- S, ma non ha detto che mi ha visto fare qualcosa.
- Come cazzo hai fatto a scoprirlo ? Sei in questa fottuta
cella da quattro o cinque giorni.
- Da una settimana. Ma la mia donna ha portato qui quell'avvocato
difensore; lui  andato all'ufficio del procuratore
distrettuale della contea di Marin e ha fatto delle copie dei
verbali. Me l'ha detto lui.
- Ecco dov'eri finito. Noi pensavamo che eri fuori a vuotare
il sacco.
- Basta con queste menate! - protest un'altra voce.
- 'Fanculo a tutti voi coglioni! - fece quello accusato di
omicidio, ma con un tono scherzoso nell'insulto. Poi, fingendo
seriet, soggiunse: - Merda, vorrei proprio farvi la spia,
coglioni. Ma voi non avete fatto niente, e loro stanno cercando
di incastrarmi con un omicidio. Pretendono da me pi
di quello che posso dargli.
- Six Way Jack... trova sempre Sei Modi per fregare un
coglione, - dichiar Sully. - So bene che sei una serpe, ma
mi piaci lo stesso.
- Non farlo Sully, - disse Six Way. - Lo sai che non mi
metterei mai contro di te. Tu sei amico mio.
- Lo so, - disse Sully. - Ma mi guardo comunque le spalle,
perch i serpenti hanno una certa natura. La conosci quella
del serpente e della tartaruga, no ?
- No. Raccontamela un po'.
- Questo serpente sta attraversando la California e arriva
al fiume Colorado. Non sa nuotare. Allora vede questa
tartaruga che conosce. La tartaruga sta nuotando qua e l, e
il serpente la chiama gridando: Ehi, tartaruga, amica mia,
sono io, il tuo amichetto serpente. Ho bisogno di attraversare
il fiume. Dammi un passaggio. Che vai a pensare, amico,
che sono una stupida o che ? Sei un serpente. Mi affonderai
i denti nel collo. Ehi, tu e io ci conosciamo bene. Ti
d la mia parola, cara. Tu sei amica mia. Dammi un passaggio.
Non ti morder. Giura sulla tomba di tua madre che
non mi morderai. Giuro sulla tomba di mia madre. Va
bene, lo far. cos la tartaruga trasporta il serpente dall'altra
parte del fiume. Arrivati sull'altra sponda, il serpente la
morde sul collo. Mentre il serpente sta scendendo, la tartaruga
dice: Mi avevi dato la tua parola. Hai giurato sulla tomba
di tua madre. E il serpente risponde: Ho morso anche
lei. Sono un serpente. Non posso essere nient'altro.
Al buio, Booker sorrise. Era una bella storia. Diceva qualcosa.
Non sapeva esattamente cosa, ma conteneva un messaggio.
Per tutto il pomeriggio ascolt quelle voci. Riusc a identificarne
cinque, e sembr che ce ne fossero altre due o tre
che avevano ben poco da dire. Erano tutti bianchi, alcuni
con la pronuncia nasale del Sud, e Booker, che evidentemente
era l'unico di colore nella prigione sotterranea, si aspettava
di sentir pronunciare la parola negro. Ma non la ud
mai. Forse la consapevolezza della sua presenza aveva placato
le loro lingue. O forse le faccende della razza non li interessavano,
avevano altro per la testa. Parlarono molto di violenza,
quasi ogni storia raccontava di uno che aveva fottuto
o accoltellato qualcun altro.
Parlarono anche di sport, specialmente di baseball. Scommettere
sulle partite di baseball era molto diffuso a San
Quentin. I New York Yankees, col capitano The Babe e il
manager Miller Huggins, stavano stracciando l'American
League.
Booker ascoltava in preda allo stupore. Che ci faceva li,
tra ladri e assassini? Com' che la vita poteva cambiare in
modo cos repentino e inaspettato ? Perch aveva perso la testa
con quel bianco ? Certo, per lui era stata una grossa soddisfazione,
ma cazzo, ne era valsa la pena, viste le conseguenze
che stava pagando? I giornali dicevano: Guida a bordo
di auto rubata, ma il vero motivo per cui si ritrovava in galera
era l'aggressione all'uomo bianco. No, non soltanto un
uomo bianco: un poliziotto bianco. Grazie a Dio era la California,
e non il Tennessee. Avrebbero potuto linciare il suo
culo nero, in Tennessee.
Era una cosa chiusa, quella. Adesso era li. Se avesse tenuto
il cappello in mano e la testa bassa, ce l'avrebbe fatta a
essere fuori nel giro di un anno o poco pi. Avrebbe rivisto
sua madre. Lei non sarebbe mai riuscita ad arrivare fino alla
Bay Area. Lui doveva guardarsi dal tenente Whitehead.
Quel bifolco razzista significava brutte notizie per la gente
di colore.
Stava pensando a queste cose, quando la notte insonne e
la giornata piena di tensioni presero il sopravvento e si addorment.
Durante la notte fu svegliato dal cigolio di apertura della
porta esterna. Fu portato dentro un ubriaco che inveiva e
delirava. Il tonfo dei pugni sulla carne, il rumore sordo di
corpi che sbattevano contro le pareti, le imprecazioni delle
guardie e le urla di un detenuto indussero Booker - e tutti
gli altri - ad accostarsi agli spioncini per vedere cosa stava
accadendo.
Parecchie guardie stanno trascinando a furia di calci un
detenuto indiano ubriaco verso la cella vuota davanti a quella
di Booker.
I detenuti delle altre celle urlano: - Lasciatelo stare! Lasciatelo
andare !
Una guardia pianta un bastone con la punta di piombo
nel ventre dell'indiano. E quando l'indiano si piega in due,
la mazza si abbatte sulla sua schiena. L'uomo crolla a terra
e le guardie gli piombano addosso.
Compare una camicia di forza. Ci infilano dentro l'indiano,
poi lo rovesciano sulla pancia in modo da poter legare i
lacci pi stretti. Lui si dimena inutilmente, contorcendosi
come un pesce tirato a riva. Loro lo guardano e sogghignano.
Quando chiudono la porta, Booker prova pena e rabbia.
Mentre si allontanano, una voce dice: - L'avete fatta franca...
ma qualcuno, l fuori, pagher per questo.
Ridendo di quella minaccia, le guardie escono.
L'indomani mattina, due guardie aprirono la cella e comunicarono
a Booker che il vicedirettore voleva vederlo. Booker
ne fu sorpreso: s'immaginava di dover aspettare fino a luned,
e di dover incontrare il capitano, non il vicedirettore. Pareva
che il vicedirettore Douglas fosse ufficiale di giornata e
che, avendo notato la sua presenza nella prigione sotterranea,
lo avesse mandato a chiamare. Dovette schermarsi gli occhi
dalla luce del giorno quando lo scortarono all'esterno e lo fecero
marciare verso il portico della grande casa accanto al
Giardino del bello.
Rest in attesa su un vialetto di ghiaia, sotto la vigilanza
di un tiratore piazzato su una garitta sopraelevata, insieme a
un gruppo di altri detenuti che dovevano comparire dinanzi
alla commissione disciplinare per piccole violazioni del regolamento:
aver sniffato colla da calzolaio, non essersi presentati
al momento della chiusura in cella, non essersi accostati
alle sbarre per la conta. Uno alla volta, a un cenno, furono fatti
entrare attraverso una porta con la scritta J. Douglas, Vicedirettore,
Custodia. Quando fu il suo turno, Booker trov
seduto alla scrivania il vicedirettore James Douglas, capelli grigi,
naso schiacciato e sopracciglia segnate dalle cicatrici da ex
pugile. Stava leggendo un rapporto.
Sul pavimento davanti alla scrivania, a circa un metro di
distanza, era dipinta una linea rossa. Booker si ferm dietro
la linea. Il vicedirettore Douglas fin di leggere il rapporto e
richiuse la cartella. Una cartella sottile, un fascicolo che aveva
appena iniziato a riempirsi.
- Non sei accusato di niente, Johnson, ma quando uno
arriva dalla cella di isolamento della prigione della contea, o
di qualsiasi altra prigione, ci piace fare quattro chiacchiere
con lui prima di lasciarlo libero di scendere nel cortile.
Booker si domand se dovesse commentare, ma non gli
venne in mente niente da dire, cos distolse lo sguardo e rimase
in silenzio.
- Hai preso a pugni alcune guardie nella prigione della contea,
- prosegu Douglas. - Giusto?
- Sissignore... ma...
- Ma che ?
- Non volevo... voglio dire... non ho cominciato io.
- Il tenente Whitehead dice che hai un brutto atteggiamento...
ma io voglio concederti il beneficio del dubbio e
tenerti fra la popolazione carceraria. Voglio inoltre darti un
consiglio. Sei grande, forte e abbastanza bravo a scazzottare,
ma non sei abbastanza duro per San Quentin... sempre
che tu non voglia sputare sangue. Chi fa a pugni, qui, non
porta granch di peso addosso. Ci sono dei messicani che pesano
poco pi di quaranta chili, con dei coltelli grandi cos e
in scarpe da tennis, che ti strapperanno il cuore e te lo daranno
da mangiare, se gli rompi le palle. Il principio numero
uno della filosofia del detenuto  questo: sconta la tua pena.
Sai che vuol dire ?
- Si, credo di s.
- Vuol dire fatti gli affari tuoi e non dare nell'occhio. Ci
sono cinquemila uomini dentro queste mura. Se te ne stai
buono, sarai fuori di qui prima che gli agenti impareranno il
tuo nome. Non credo che qualcuno ti romper le palle se non
le rompi tu a lui. Perci intendo lasciarti fuori nel cortile.
Non hai nemici, vero ?
- No, signore.
- Ti metteranno fuori dopo la conta -. Richiuse la cartella
e con un cenno del capo fece capire a Booker che era congedato.
- S, signore. Grazie, signore, - disse Booker e fece per
voltarsi.
- Un'altra cosa, - disse il vicedirettore Douglas. - Nel
rapporto sulla libert vigilata c' scritto che sai leggere al livello
della terza elementare. Non abbiamo un vero e proprio
programma scolastico, ma nei fine settimana vengono dei volontari
a insegnare le nozioni di base. Pensaci.
Booker annu; avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma
non fu capace di decidere cosa. Si gir per andarsene; pensava
agli insegnanti del fine settimana.
Quando usc, trov ad aspettarlo una guardia di scorta.
Sent il cicalino che chiamava il detenuto successivo. Mentre
camminava ai margini del Giardino del bello, pos lo
sguardo sulla linea dei tetti della prigione e gli venne in mente
una piccola citt. S, proprio cos, una piccolissima citt
dei dannati.
Un'ora pi tardi, due detenuti nella barbieria ne aggredirono
un terzo con armi da taglio rudimentali. Scorse sangue,
suonarono fischietti, e il capitano ebbe bisogno di posto per
i due detenuti nella prigione sotterranea. Anzich aspettare
che finisse la conta, il sergente incaricato liber Booker nel
pomeriggio. Allo sportello dei lasciapassare gli assegnarono
una cella e lo inviarono alla Distribuzione degli indumenti.
Un quarto d'ora dopo, con indosso dei pantaloni di jeans e
una camicia di cotone col numero stampato sopra il taschino,
Booker avanzava per un viale in direzione del cancello
del Grande cortile. Il complesso delle celle nord era ancora
in costruzione, uno degli enormi blocchi della fortezza che
sarebbero subentrati ai pi vecchi spagnoli. Ne restava ancora
uno in piedi; sarebbe stato utilizzato come braccio dei
travestiti e di segregazione per altri due decenni, poi come
sezione amministrativa, finch anch'esso fu abbattuto e sostituito
dal Centro di adattamento, una creazione in puro stile
orwelliano.
Approssimandosi al cancello del Grande cortile, Booker
s'inoltr in una muraglia di rumore, il ruggito collettivo di
migliaia di voci racchiuso nella cucina, nei refettori e nei blocchi
di celle est e sud. Quest'ultimo era il complesso di celle
pi grande del mondo, capace di ospitare duemila detenuti.
Il cancello del cortile era aperto. Booker fece il suo ingresso
muovendosi contro la marea di detenuti che si riversavano
fuori e svoltavano a sinistra, scendendo per una fila di scale
che conduceva al cortile inferiore e, pi in l, alla zona industriale.
Tornavano al lavoro. A distanza, poteva vedere il
monte Tamalpais. Il cortile, pavimentato in cemento, misurava
pi o meno come due campi da calcio, e met della sua
superficie era coperta da un'alta tettoia ondulata che lo riparava
dalle intemperie e lo faceva somigliare a un enorme
fienile privo di pareti esterne. Conteneva ancora circa la met
della popolazione carceraria di San Quentin.
Booker si avvi verso la tettoia. Guard in alto. Su una
passerella c'era un tiratore. I detenuti non si accalcavano sotto
la tettoia; era all'ombra e faceva freddo. La maggioranza
dei carcerati se ne stava al sole. Per l'intera estensione del
blocco di celle est si susseguivano dei tavolini da picnic. Su
tutti, meno uno, si giocava a domino: le tessere venivano sbatacchiate
con forza sulla coperta stesa sul tavolo. Alcuni dei
migliori giocatori di domino al mondo si ritrovavano qui ogni
giorno, sotto la pioggia o sotto il sole, a giocare d'azzardo. Le
partite erano gestite dai detenuti imprenditori, che si prendevano
una quota per garantire il pagamento delle vincite.
Soltanto su uno dei tavolini si giocava a scacchi, e anche qui
si puntavano soldi.
Booker non passava inosservato, gli abiti nuovi scuri e
ancora rigidi addosso che lo marchiavano come novellino,
l'epiteto affibbiato ai nuovi arrivati. Alcuni detenuti lo squadrarono,
ma la maggioranza lo ignor mentre si faceva strada
nel Grande cortile in direzione del blocco di celle sud,
com'era indicato sul suo lasciapassare di destinazione alla
cella.
Una guardia lo scort in un atrio a forma di rotonda - la
porta d'acciaio rimbomb richiudendosi - da cui si accedeva
al blocco di celle sud. La rotonda smistava pure il traffico
pedonale verso l'ospedale della prigione, raggiungibile
solo passando attraverso il blocco di celle sud. Anche per
raggiungere il blocco di celle ovest era necessario transitare
per la rotonda.
L'ufficio del blocco si trovava al centro, sotto una scala
d'acciaio. Si comunicava con il personale all'interno affacciandosi
da una mezza porta. Dentro, davanti a una macchina
per scrivere, sedeva un detenuto che lavorava come impiegato.
Era un bianco pelle e ossa, cos vecchio che i tatuaggi
che aveva sulle braccia erano raggrinziti come la sua carne.
Aveva in testa un berretto di tela con la visiera di una foggia
mai vista prima, tranne che in prigione.
L'impiegato si alz per prendere il lasciapassare. Riemp
un cartellino e lo inser in una fessura sulla bacheca in cui figuravano
ogni cella e i suoi occupanti. - La 883  sul quarto
ballatoio, sezione D.
- Sei McGurk ?
L'anziano detenuto avvizzito sollev lo sguardo su Booker
per la prima volta, scoprendo la faccia. Una cicatrice gli correva
dalla fronte all'occhio sinistro, biancastro e accecato, e
gli arrivava fino al mento. Qualcuno doveva averlo colpito
con un rasoio affilato. - S, sono McGurk.
- Uno di nome Sully ha detto di chiedere a te di darmi
quello che mi serve.
- Che ti serve ?
- Un paio di francobolli, dentifricio e sigarette.
- Niente sigarette. Solo tabacco Bull Durham o Duke's.
- Cazzo, non so rollare le sigarette.
- Imparerai, oppure smetti di fumare.
Risuon un campanello.
- Arrivano ! - grid una voce dalla rotonda, e subito dopo,
a capo dell'orda, comparvero i detenuti pi lesti; andavano
alle loro celle come cavalli all'acqua. Alle loro spalle sopraggiunsero
i duemila detenuti, i peggiori della California
sotto i trent'anni. La maggioranza di quelli sopra i trenta
finiva a Folsom, una volta soddisfatto il requisito di aver accoltellato
qualcuno. Mettendosi di lato, Booker osserv le
facce dei carcerati, in maggioranza bianche: bianchi e messicani
insieme. I neri erano una minoranza. Stavano in un
gruppo a parte, anche se vide un fratello di pelle pi chiara
dai capelli rossicci e le lentiggini sul naso; stava in compagnia
di due bianchi, due trans. Era un termine che Booker
doveva ancora imparare, perci quando vide il trio dapprima
rimase interdetto, domandandosi cosa ci facessero quelle
due donne in mezzo alle bestie. Quando gli passarono pi
vicino, si rese conto che erano uomini, ma soltanto perch
non potevano essere altro che detenuti nei loro blue jeans
scuri; salivano ai piani superiori per l'appello.
Booker si avvi per la scala di acciaio. Era alle spalle del
trio, due checche bianche e un frocio nero. Avevano un'aria
molto spensierata, e Booker istintivamente cap che se i
rapporti tra le razze fossero stati feroci, quella stramba congrega
non avrebbe mai potuto esistere. I fanatici della razza
da entrambe le parti non l'avrebbero mai consentito. Dov'era
la cella 883 ? Sulla parete in fondo al quarto ballatoio, un
cartello segnalava: Da 851 a 900. Era laggi.
Booker dovette aggirare il trio. Il fratello di pelle chiara
con le lentiggini stava facendo lingua in bocca con uno dei
travestiti. Camminando di traverso, Booker li super. Poteva
udire il risucchio delle lingue anche nella gazzarra dei detenuti
che si accalcavano e correvano da ogni parte. Uno voleva
scommettere sull'incontro di baseball dell'indomani e
un altro gli rispose di andare a farsi fottere, mentre il frocio
e il travestito continuavano a baciarsi come un uomo e una
donna... o che altro. I detenuti li superarono senza badare a
loro. Booker fece lo stesso. In che razza di mondo era finito
? Nella prigione della contea aveva sentito parlare di certi
miti del penitenziario, ma vedere degli uomini baciarsi tra
loro era ben diverso che sentirlo raccontare. Nessuno l'avrebbe
molestato. Glielo avevano garantito. Non che avesse bisogno
di essere rassicurato. Era certo di saper badare a se
stesso. Avrebbero anche potuto ammazzarlo, ma non sarebbero
riusciti a sottometterlo. O a costringerlo a baciare un
altro uomo sulla bocca. Signore Ges! Oh, no!
Adesso era sul ballatoio e controllava i numeri scritti sopra
ogni cella. 865... 72... 79... 81... 82. Aveva gli sguardi
puntati addosso. Un tizio di pelle bianca con una brutta acne
gli strizz l'occhio facendogli un cenno del capo.
Di fronte alla 83 sostava un uomo di colore, parecchi anni
pi vecchio di lui, ma una ventina di chili in meno. Il nodo
che Booker aveva in gola scomparve. Allung la mano.
- Sono il tuo compagno di cella, credo. Booker Johnson.
L'uomo annu e, con evidente riluttanza, tese la mano.
- Wilkins, - disse.
Booker not che il suo compagno di cella era ricoperto da
una lanugine brunastra. Ce l'aveva dappertutto, compresi i
capelli e i peli della barba corta. Era il laboratorio della tessitura
della iuta, la pi grande manifattura del penitenziario,
che produceva sacchi per i fertilizzanti e tela per altri usi. I
telai ormai antiquati - cos aveva sentito dire nella prigione
sotterranea - sembravano cantilenare per tutta la giornata:
Sei fottuto... sei fottuto... sei fottuto; un coro di trecento
telai che ripetevano la stessa cosa.
Booker non sapeva che dire. Wilkins pareva restio a parlare.
Booker lanci un'occhiata alla cella chiusa attraverso le
sbarre, e fece fatica a credere a ci che vide. Era larga meno
di un metro e mezzo. I letti a castello provenivano dall'esercito
statunitense e risalivano all'epoca della Guerra ispano-
americana. La branda inferiore consisteva in un materasso di
paglia bitorzoluto con una coperta sopra. Sulla branda superiore
erano rimaste solo le molle deformate.
Suon la campanella dell'appello. Le barre di sicurezza che
chiudevano le celle si sollevarono. All'unisono, con un rumore
stridente, ogni cancello si spalanc, i detenuti entrarono e
lo richiusero. Le barre di sicurezza calarono con forza.
Booker e Wilkins si ritrovarono chiusi all'interno. Wilkins
s'infil nello spazio tra il fondo della branda e le sbarre del
cancello. Booker non sapeva che fare. Si schiacci lungo la
branda verso il fondo e fin quasi per sedersi sul gabinetto.
- Avvicinati alle sbarre per l'appello, - disse Wilkins, facendogli
cenno di accostarsi.
Booker si mise di fronte all'entrata della cella. Un momento
dopo comparvero due guardie, a un metro e mezzo di
distanza, ciascuna munita di un contatore manuale. Arrivate
in fondo al ballatoio, confrontarono i loro conteggi e comunicarono
il numero ad alta voce a un sergente che stava
al piano. Il sergente lo trasmise all'ufficio del blocco. I numeri
venivano ritrasmessi all'ufficio di controllo; prima quellototale del blocco, poi quello di ciascun ballatoio. Spesso il
totale era giusto, ma poteva succedere che un blocco di celle
eccedesse di uno, e che un altro fosse sotto di uno. Qualche
detenuto era nel posto sbagliato.
Se i conti tornavano, al suono della campanella iniziava
l'apertura delle celle per la distribuzione del vitto serale, un
ballatoio dopo l'altro, dall'alto in basso.
Il quinto ballatoio fu aperto e la maggioranza dei detenuti
si avvi verso la fila di scale al centro, mentre alcuni saltarono
la ringhiera per aspettare gli amici sui ballatoi inferiori.
Wilkins si pettin in attesa che venissero aperte le gabbie
del quarto ballatoio.
All'improvviso davanti alla cella compare McGurk. Lascia
cadere un materasso sul ballatoio.
- Tiralo dentro quando si alza la barra -. Poi, dalle tasche
interne di una giacca di una taglia pi grande della sua,
McGurk estrae una stecca di Lucky Strike (quelle col pacchetto
verde), un asciugamano di spugna, dentifricio, sapone,
caramelle e caff in polvere. - Sully mi ha fatto sapere
di avere un occhio di riguardo -. Qualcuno in fondo al ballatoio,
che Booker non riesce a vedere, fa un segnale a McGurk.
- Devo andare, - dice il vecchio, e scompare.
Le barre di sicurezza del quarto ballatoio si alzarono e
tutti spalancarono i cancelli. I detenuti sfilarono davanti alla
883, gettando un'occhiata all'interno mentre Booker lanciava
il materasso sulla branda superiore. Sul materasso c'era
un buco. Ci infil una mano e ne estrasse paglia. - Oh,
merda, - esclam. Era una rogna dormire sulla paglia. I detenuti
defluirono davanti alla cella, per lo pi giovani bianchi
con una brutta faccia, pens lui sul momento. Non lo degnarono
della minima attenzione mentre tirava dentro il materasso
e richiudeva il cancello. Il flusso di umani andava
tutto in una direzione. E Booker divent una foglia di quell'umanit
trasportata dalla corrente.
Gi per la scala, il tonfo metallico dei piedi, il miscuglio
delle voci. Sul pianerottolo sottostante, gli uomini aspettavano
l'apertura del terzo blocco per poter mangiare con i loro
amici. Nella garitta, a quattro metri sopra il vuoto, stava
la guardia in grigioverde, con il fucile che teneva fissato a
una cinghia a tracolla come una benda per sostenere un braccio
ferito. Impossibile che un calibro 30,06 cadesse accidentalmente
in mano ai detenuti che stavano sotto.
In fondo alle scale, lo stuolo si mosse dritto attraverso la
rotonda passando per due porte che conducevano all'enorme
refettorio sud, dove era possibile sfamare contemporaneamente
duemila carcerati: quattro banchi di servizio e tavoli
stretti, appena la larghezza dei nuovi vassoi in acciaio
inossidabile. Avevano tutti lo sguardo rivolto nella stessa direzione.
Se i detenuti si fossero seduti al tavolo uno di fronte
all'altro, ne sarebbe inevitabilmente scaturito qualche atto
di violenza. Magari uno si sarebbe sentito fissato da un
altro, e a sua volta avrebbe cominciato a fissarlo. Che hai
da guardare, stronzo? Ma vai a farti fottere!
Non solo guardavano tutti nella stessa direzione, ma anche
il refettorio era diviso per razza. Booker indugi sulla soglia
dinanzi alla scena che gli si par davanti. - Muoviti, amico,
- incalz qualcuno alle sue spalle. Prosegu. Si mise nella
coda dove i carcerati erano tutti di colore. Mentre si accostava
un passo alla volta al banco di servizio, Booker not che
bianchi, messicani, indiani e i pochi di origine asiatica mangiavano
insieme. Soltanto i neri erano isolati. Gli tornarono
in mente le leggi sulla discriminazione razziale, quand'era
bambino nel Tennessee, dove non aveva provato alcun risentimento
semplicemente perch era il modo normale in cui andava
il mondo, o perlomeno cos era portato a credere. Adesso
ne sapeva di pi della malvagit di quelle leggi e delle loro
implicazioni. Maledetti bianchi, rendevano facile odiarli.
In una sorta di stordimento, che gli imped in seguito di
ricordare chiaramente, prese il suo vassoio del vitto e segu
l'uomo davanti a s verso il lungo tavolo di facce nere. Si sedette.
Quando una guardia fece segno alla fila di alzarsi,
Booker si mescol agli altri. Tornato in gabbia, la barra di
sicurezza si abbass e un detenuto addetto alla chiusura gir
la chiave di ogni cancello. - E cos per la notte, - comment
il suo compagno mentre si allungava sulla branda.
Al buio, Booker rest solo col suo odio. Sarebbe morto
in prigione cinquantaquattro anni dopo. Nove di loro rimasero
nel Braccio della morte per aver colpito una guardia con
un orinale.
Non fece mai la sua unica telefonata.
 
DENTRO LA CASA DI DRACULA.

Vennero a prendermi dopo mezzanotte, il decimo giorno
successivo alla pronuncia della sentenza. Si presentarono tre
vicesceriffi, annunciati dal tintinnio delle chiavi lungo il ballatoio.
Un quarto rimase all'ingresso, ad azionare la leva che
sbloccava la cella. Quando arrivarono davanti alle sbarre, li
stavo gi aspettando, i miei scarsi effetti personali racchiusi
in una scatola da scarpe infilata sotto il braccio.
La piccola carovana di due veicoli usc che era ancora buio
dall'area di carico sul retro. Era il deposito di autobus, camion
e bidoni della spazzatura. Il tanfo era nauseante. Stavo
a bordo di una station wagon bianca e nera, sul sedile posteriore,
separato da un tramezzo divisorio dai due vicesceriffi
seduti davanti. Seguivamo una berlina lungo le strade
immerse nell'oscurit che precede l'alba, fino alla rampa dell'autostrada.
Cominciava a formarsi il primo traffico, gli enormi
camion Mack in viaggio in direzione nord. Sarebbero arrivati
a Sacramento a mezzogiorno. Quando il sole era solo
una pallida linea arancione a est, ci lasciammo Bakersfield alle
spalle; attraversammo campi sconfinati di fragole e cotone
che brulicavano di braccianti messicani, chini a raccogliere
le bacche e i batuffoli dalle piante. C'era da rompersi la
schiena, sotto quel sole torrido. Meglio la cella di una prigione,
pensai, che raccogliere cotone come uno schiavo negro.
Preferivo la prigione, sempre che non prevedesse l'opzione
della condanna a morte. Ero sfaticato, mica suonato.
Anche se i ferri ai piedi mi segavano le caviglie e i denti
della cremagliera delle manette mi penetravano i polsi e il pensiero
della mia destinazione mi assillava la coscienza, il viaggio
non fu del tutto orribile. Erano quasi nove mesi che non
vedevo il mondo libero. Chiunque l'avrebbe definito un tratto
monotono dell'autostrada, bordeggiata da piccoli chioschi
che vendevano ogni sorta di prodotti agricoli del posto, per
lo pi noci, fragole e meloni, ma era sempre meglio tenere gli
occhi incollati a quel paesaggio piuttosto che al muro di una
cella, o fissarmi su qualsiasi altro pensiero avessi in testa.
Quando superavamo le aree di sosta dei camion o gli abitati,
una volante della polizia locale o una pattuglia della
stradale, gi in attesa del nostro arrivo, ci scortava per una
trentina di chilometri prima di fermarsi sul bordo della strada.
I vicesceriffi non avevano certo la fantasia di Lewis Carrol,
e anche se parlarono di parecchie cose, dalla loro conversazione
restarono fuori velieri, ceralacca, cavoli e sovrani.
A sentir loro, il fatto che tutti i progressisti fossero
antiamericani era una presa di posizione ideologica convincente.
Uno enunci questo concetto; l'altro concord con
un energico cenno del capo.
A met della mattinata attraversammo Oakland per poi
proseguire lungo il ponte che collega Richmond e San Rafael,
da dove scorgemmo il complesso murario color merda
del penitenziario di Stato della California, San Quentin.
- Eccolo l, Cameron, - disse quello al volante. - La tua
ultima casa.
- Ah ah... la Casa di Dracula.
Uscimmo dall'autostrada seguendo la berlina e arrivammo
a un segnale di stop; poi proseguimmo per il sottopassaggio
in direzione di San Quentin. Sulla destra c'erano alcune
vecchie case in legno costruite su un pendio che dominava
la baia; sull'altro lato, le basse colline verdi di Richmond.
Il cancello esterno della prigione si trovava a ottocento
metri dalla cinta muraria.
Un anziano ergastolano di colore lo spalanc
al segnale lanciato da una guardiola, sorvegliata da una
sentinella piazzata sulla torretta dell'arsenale, a circa cinque
metri dal mare. Una guardia carceraria donna con la faccia
da camionista (probabilmente una lesbica) usc dalla guardiola
e si avvicin alla berlina per controllare i documenti
d'ingresso. Fece un segno con la mano e il cancello si spalanc.
Ci fermammo accanto al varco est, dove aspettammo
un quarto d'ora prima che comparisse il tenente di guardia.
Campbell! Un emerito figlio di puttana, il peggiore di tutti.
Era la prima volta che si faceva vedere in giro. Il suo posto
era dietro la scrivania, dove stava al sicuro. Alcuni detenuti
addetti all'ufficio lavoravano con lui, ma non era mai stato
di sorveglianza nel cortile e non si era mai ritrovato da solo
in uno dei blocchi, tra gli uomini con i numeri di matricola.
Nutriva un odio particolare per me. E mi temeva. Un bel
po' di tempo prima, aveva scoperto leggendo il mio fascicolo
che avevo aggredito un guardiano all'epoca in cui ero in
casa di rieducazione, poi un assistente sociale al riformatorio
e un agente di custodia nel carcere minorile. Era tenente
delle guardie di sorveglianza, la pi alta carica esecutiva all'interno
del penitenziario. Sopra di lui c'erano soltanto i responsabili
delle decisioni. Loro non si sporcavano le mani.
Tra le sue competenze rientrava anche la responsabilit di
presiedere la commissione disciplinare. Quasi subito finii davanti
a lui con l'accusa di turbativa dell'appello e oltraggio a
una guardia. La realt (che in verit non conta nel mondo
reale) era che le molle rotte della mia branda mi si schiacciavano
contro la schiena, cos avevo buttato il materasso sul
pavimento accanto al cancello. La cella era larga un metro e
venti. Stavo sdraiato accanto alla branda, come aveva fatto
a non vedermi? Scoprirono che c'ero al terzo appello, quando
controllarono cella per cella segnando i numeri su un blocchetto
di carta, e mi coprirono di insulti perch avevo piantato
quella grana. Ribattei che non mi andava di sentire filippiche,
la guardia fece rapporto e scrisse che gli avevo dato
del bastardo. cos mi ritrovai davanti a Campbell con
quell'accusa. Pensai che fosse uno scherzo, che al peggio mi
sarebbe costato trenta giorni di revoca dei permessi. Ma
Campbell divent paonazzo, e ci manc poco che gli venisse
la schiuma alla bocca quando ordin: - Portatelo in cella
di rigore!
Non ci vidi pi. Inarcai la schiena, afferrai il fondo della
sua scrivania e opl, la scrivania si ribalt, i cassetti si schiantarono
per terra e le carte volarono per aria. Le guardie di
sorveglianza che stavano di rinforzo quando si riuniva la
commissione disciplinare scattarono all'istante, bloccandomi
con una stretta alla gola, poi mi atterrarono sulla schiena.
Avevo diciannove anni e pesavo sessantotto chili.
Campbell non era ferito, ma strillava come un ossesso.
La faccenda fin davanti alla commissione disciplinare, e il
vicedirettore la trov un po' comica, anche se dovette schierarsi
col tenente e mi inflisse venti giorni in cella di isolamento
- il massimo - e un soggiorno a tempo indeterminato
in segregazione amministrativa, che  cosa diversa. In
questo regime ti spettano un paio di benefici.
Trascorsi un anno in segregazione amministrativa. Campbell
aveva preteso che venissi processato da un tribunale ordinario.
Adesso mi stava porgendo i suoi saluti prima che mi mettessi
in viaggio verso il braccio dei condannati a morte. Era
li fuori, con quattro vicesceriffi e sei agenti di custodia.
Merda! Due volte merda!
Si avvicin al vicesceriffo responsabile del trasferimento
e confabul con lui. Il vicesceriffo gli consegn i mandati
del tribunale con tanto di bolli e di ordinanze, poi estrasse
un portablocco con una ricevuta di consegna dei prigionieri da
firmare.
Ero di sua propriet, ormai. Ero in catene, quindi impossibilitato
a fare alcunch per difendermi, tranne sputargli in
faccia, cosa che, per quanto futile, avrei di sicuro fatto.
Ma, udite udite, neanche una volta si degn di guardarmi.
I documenti in mano, gir sui tacchi e si allontan verso
il varco di accesso.
- A posto. Portate dentro quella testa di cazzo!
Diede l'ordine di farmi entrare e spar.
Mi sollevarono per aiutarmi a scendere, perch il gradino
era troppo alto per uno con i ferri ai piedi. Dovetti camminare
a piccoli passi, sulle punte, come una donna cinese
dai piedi fasciati. Diversamente, i cerchi metallici intorno alle
caviglie avrebbero sbattuto a ogni passo contro l'osso.
Superato il varco, mi spintonarono. Pi avanti c'era un
cancello di cinghie di acciaio d'altri tempi. Oltre, si apriva
un tunnel di circa sei metri con un soffitto alto a volta e panche
fissate a entrambe le pareti. All'altra estremit del corridoio,
c'era una porta di acciaio per lato. Da una si accedeva
al parlatorio, dall'altra all'ufficio Accettazione e rilascio.
Di fianco a quest'ultima, un orinatoio e dei lavabi per le mani.
Chiunque entrasse o uscisse da San Quentin passava per
il varco est. In quel momento ero l'unico detenuto all'interno
del tunnel, anche se tutti i carcerati che lavoravano fuori
della cinta muraria transitavano di li.
- Fermati qua, - intim una guardia, sbarrandomi il passo
con un braccio. Il sergente apr la porta dell'ufficio Accettazione
e rilascio e infil dentro la testa. Un attimo dopo
si ritrasse e, accennando con una mano, ordin: - Siediti,
Cameron -. Poi, rivolto all'altra guardia di scorta: - Ci sono
da fare tre rilasci. C' da aspettare una mezz'ora.
Mi misi a sedere e aspettai, immerso nel ricordo di altri
tempi. Anni prima, un rivoluzionario nero, che divent anche
una cause clbre tra l'estrema sinistra e i giovani neri,
pass di qui. Era convocato in parlatorio per un colloquio.
Si chiamava George Jackson. Ne aveva un sacco di visite,
lui, perch come ho detto, era una cause clbre, ed era pieno
di avvocati difensori fino al culo. Era in attesa di processo,
imputato di omicidio di un agente di custodia. Quando
fu riportato al Centro di adattamento, tir fuori una pistola.
Caos totale. Due guardie, due detenuti e George
rimasero uccisi. La notizia fece scalpore e i media si domandarono:
come aveva fatto a entrare in possesso della pistola?
Dovevano avergliela passata durante la visita in parlatorio.
E come fece a trafugarla all'interno del Centro di adattamento?
All'uscita dal parlatorio era stato perquisito ed era
rimasto sotto la sorveglianza di un secondino finch non
erano arrivate le guardie di scorta per riportarlo in cella. Si
era seduto sulla panca, nel punto esatto in cui ero seduto io.
Per quanto fantasiosa, venne ritenuta abbastanza credibile
l'ipotesi che la pistola fosse nascosta nella sua capigliatura
in stile afro, molto di moda all'epoca.
Non la penso cos.
Quello stesso giorno, un po' prima, un detenuto di colore
che lavorava allo snack bar pass per il corridoio e si ferm
per urinare. Prese la pistola avvolta in una bandana e la infil
sotto il lavandino. Poi tir dritto per gli affari suoi.
Quando George usc dal parlatorio, una guardia anziana
coi capelli bianchi gli disse di mettersi a sedere e aspettare,
il tempo di chiamare la scorta al telefono. George obbed,
poi fece un cenno con la mano per indicare che doveva
urinare. La vecchia guardia si trovava a circa un metro e
mezzo di distanza dall'orinatoio, ma poteva vedere la testa
di George e, pi gi, le sue gambe, dalle ginocchia ai piedi.
Invece non poteva vederne le mani, n il busto. George cacci
la bandana e il suo contenuto dentro la cintola.
Quando arrivarono le guardie di scorta, George era seduto
sulla panca, e l'anziana guardia, rivolgendosi a loro,
disse: - L'ho gi perquisito.
cos quelli della scorta gli fecero cenno di muoversi e lo
accompagnarono per i cinquanta metri di tragitto attraverso
la piazza fino al Centro di adattamento. Dopo tutti quegli
anni nessuno  riuscito a immaginare come avesse fatto
a entrare in possesso della pistola.
La porta dell'ufficio Accettazione e rilascio si apr e ne
uscirono quattro detenuti appena messi in libert vigilata.
Indossavano pantaloni cachi, camicia sportiva e giacca a vento,
ciascuna di un colore diverso. Uno dei rilasciati aveva occupato
una cella adiacente alla mia. Mi lanci un'occhiata,
poi si volt dall'altra parte mentre si allontanavano. Aveva
paura di parlare con me. Io rimasi in silenzio e li seguii con
lo sguardo mentre uscivano alla luce del sole della libert.
Attraversai l'altra porta dalla quale si accedeva all'interno
di San Quentin. C'era subito un piazzale abbastanza grande.
Su un lato le cappelle, cattolica e protestante, sull'altro
il Centro di adattamento, un edificio di tre piani di costruzione
pi recente che ospitava i turbolenti nei due piani pi
bassi e, al terzo, il braccio dei condannati a morte n 2. Un
capannello di detenuti ciondolava accanto alla vasca dei pesci
dalle parti delle cappelle. Ne conoscevo un paio di vista,
ma non sapevo come si chiamassero.
Mi scortarono oltre la baracca di lamiera che ospitava la
biblioteca, di fronte all'edificio scolastico. Una guardia si
stacc dal gruppo e sollecit i detenuti a sgombrare con un
gesto della mano e il monito provocatorio: Uomo morto che
cammina ! Una seconda guardia mi era alle spalle, e una
sentinella armata piazzata sulla passerella del blocco delle celle
nord abbass la testa e ci segu con lo sguardo. Davanti si ergeva
il cancello del Grande cortile, sopra il quale c'era un altro
tiratore.
Il Grande cortile era delimitato da tre blocchi di celle, pi
il refettorio e la cucina. Gli edifici dei tre bracci erano imponenti
e adombravano lo spiazzo, lasciando penetrare soltanto
un fascio di luce. A eccezione dei detenuti della squadra
delle pulizie, il Grande cortile era vuoto.
Al braccio dei condannati a morte n 1 si accedeva passando
per la rotonda delle celle nord. Poi bisognava varcare
una porta di acciaio sulla sinistra, sempre aperta, e un'altra
in fondo all'atrio, questa invece chiusa a chiave. Dopodich
c'erano l'ascensore e la scala da cui si saliva al braccio. Una
porta accanto all'ascensore conduceva alle celle in cui i condannati
alla pena capitale venivano trasferiti la sera prima
dell'esecuzione. L trascorrevano la notte fino all'ora in cui
la loro morte era fissata.
Una delle guardie di scorta premette un pulsante per chiamare
l'ascensore. Mentre salivamo, suon una campanella
per annunciare il nostro arrivo. Giunti all'ultimo piano, un
paio d'occhi ci scrut da uno spioncino. Dopo pochi secondi
la chiave gir e la porta si apr.
Dentro aspettavano tre guardie. Due erano giovani; uno
era una recluta appena arrivata, riconoscibile perch aveva
ancora indosso la divisa cachi anzich quella regolamentare
verde oliva. Il terzo era il sergente Blair, e la sua presenza mi
sorprese. - Ehi, sergente, che fa quass?
-  solo per un paio di giorni. Recupero ferie. Mi spiace
vederti qui, Troy. Non me lo sarei mai immaginato.
- Le cose le sfuggono di mano, sergente.
Il caposcorta consegn a Blair i documenti e attese che il
sergente si chinasse sul tavolino pieghevole per firmarli. Potevo
vedere il corridoio davanti alle celle. Vi sostavano forse
una decina di carcerati, per l'ora d'aria. In fondo era stesa
una coperta sul pavimento di cemento, per giocare a carte.
Quattro uomini sedevano a gambe incrociate e giocavano,
altri due seguivano e commentavano la partita. Accanto all'ingresso
c'era un enorme sacco sospeso, e un detenuto, l'unica
faccia a me nota, si stava allenando piantandoci dentro
i guantoni. Era bello e muscoloso, la pelle liscia color ebano.
Il sacco sobbalzava sotto i suoi pugni. Penso che fosse un ritardato,
o forse solo un mezzo analfabeta. Un tizio l'aveva
portato da Compton, dove si trovava, a Santa Monica per
derubare un giovane bianco che spacciava cocaina e marijuana.
Richards, cos si chiamava, non aveva perso tempo e l'aveva
fatto secco con una pallottola in fronte. In prigione mi
teneva in grande considerazione, e mi dispiacque per lui.
- Allora, laggi, sgombrate il ballatoio, - grid una guardia.
- Ehi, mica  finita l'ora d'aria.
- Ne sta arrivando uno nuovo. Perci, tutti dentro.
I detenuti rientrarono in cella e il secondino abbass le
barre di sicurezza; poi chiuse a chiave ogni cella. Riusc a farlo senza smettere di camminare. Quando ebbe finito, fece
un cenno e le barre di sicurezza tornarono a sollevarsi.
- Vieni, Troy, - disse il sergente Blair.
Affiancato dal sergente, varcammo il cancello e passammo
sul ballatoio. Notai che dietro le sbarre e la rete metallica
che avevamo su un lato, c'era una guardia armata di pistola
e randello a gas lacrimogeno che faceva su e gi. La
guardia con la chiave aspettava tenendo aperto il cancello.
Era a tre celle dalle sbarre sul fondo, oltre le quali c'erano
altre dieci celle. La parete divisoria di ciascuna sporgeva di
un metro verso l'esterno. C'era una pesante porta di noce
con una finestrella. Quand'era chiusa, chi si fosse messo a
strillare avrebbe potuto farlo a suo piacimento, finch non
lo faceva smettere la laringite.
In una di queste gabbie insonorizzate qualcuno si accorse
della nostra presenza. Arrivarono tonfi sordi e una voce
smorzata penetr dalle fessure.
- Sergente ! Maledizione, sergente, stammi a sentire !
- Merda... - borbott Blair, scrollando il capo mentre
infilava la grossa chiave nella serratura.
Tac, la chiave gir, il nottolino scatt, e io mi ritrovai rinchiuso
dentro la mia gabbia nel Braccio della morte. Tre metri
e cinquanta per uno e venti. Sul fondo c'era un affare di
metallo fissato al muro: un lavandino, con lo scarico dell'acqua
collegato al water. Una trovata davvero ingegnosa dell'architettura
penitenziaria... Sulla parete, a un metro e mezzo
di altezza, due mensole di metallo per gli effetti personali
del carcerato.
Sulla parete laterale c'era la branda imbarcata con un materasso
a strisce bianche e blu. Andai a urinare e notai gli
strati di lerciume dentro la tazza. Feci scorrere l'acqua prima
di pisciarci dentro. Avrei dovuto scrostarlo con straccio
e detersivo. Premetti il pulsante del lavandino. Funzionava.
L'acqua fredda usc dal buco di scarico, e dopo qualche secondo
scol nella tazza. Per ultimo schiacciai l'interruttore
sotto la coppia di neon fissati al muro. La luce guizz, crepit,
poi si accese del tutto.
Dopo aver girato intorno come un cane, mi distesi sulla
branda. Eccomi qui, a casa mia, almeno per alcuni anni, forse
parecchi. Questa piccola cella, il ballatoio fuori; e infine i
luoghi dove la mia mente poteva portarmi, viaggiando nel
tempo e nello spazio.
- Ehi, tu, alla porta accanto! - grid una voce da destra.
C'erano soltanto altre tre celle da quella parte.
Dopo attenta riflessione, risposi: - Dici a me ?
- S, tu che sei appena arrivato. Ti hanno trasferito dal
Centro di adattamento o arrivi dalla prigione della contea ?
- Dalla prigione.
- Di che contea ?
- Bakersfield.
- Ah, gi... tu sei il tizio che ha freddato i due sbirri. Giusto?
Dall'accento e dalla scelta delle parole decisi che era un
nero. Dovetti ricredermi quando lo vidi, perch era un bianco,
anche se era cresciuto in mezzo ai neri come io ero cresciuto
tra i chicanos.
In quel momento, tuttavia, quella confidenza m'infastid.
Il fatto che occupavamo due celle contigue nel Braccio della
morte non significava che eravamo amici per la pelle. Poteva
essere un pedofilo, uno stupratore, o magari uno spione.
Non era mia abitudine parlare con chiunque solo perch
era in prigione.
- Di questo mi accusano, - fu alla fine la mia risposta.
Lui percep la mia freddezza e non insistette oltre con le
domande. Cominciai a farmi la branda. Ero giunto al mio
ultimo riposo. Ero entrato nella Casa di Dracula. Mi aspettava
una morte lunga e lenta.
  MIA  LA VENDETTA.

1. La prigione.
La prigione di Soledad era visibile dall'autostrada gi a tre
chilometri e mezzo di distanza, perch la lunga vallata era terreno
agricolo pianeggiante, con filari frangivento di eucalipti
a protezione delle case coloniche ogni tre-quattro chilometri.
L'architettura del penitenziario non era sul genere della
fortezza ottocentesca, piuttosto nello stile anonimo degli edifici
del secondo dopoguerra. La caratterizzavano una ciminiera
alta e delle torrette di vigilanza situate all'esterno del
doppio recinto, sovrastato da rotoli di filo spinato.
Ogni pomeriggio si alzava il vento. Se proveniva dalle
montagne occidentali e soffiava verso est era sempre fresco,
perch saliva dall'oceano oltre le montagne. Se proveniva dalle
Sierre orientali e soffiava verso ovest era caldo e secco, perch
saliva dai vasti deserti del Sudovest. La valle, quando i
campi erano verdi, s'increspava come un lago mosso dalla forte
brezza. Dopo l'ultimo raccolto dell'estate fino al pieno inverno
che induriva la terra, le folate portavano una polvere
perenne. Scuotevano i recinti di rete metallica, coi rotoli di
filo spinato che danzavano e sobbalzavano, tenendo i detenuti
lontani dal principale cortile della ricreazione, in attesa
che tutto si placasse.
Nell'ala O, l'unit di segregazione, una guardia sfil davanti
alle celle con un portablocco, sostando di fronte a ciascuna.
I carcerati risposero s o no alla tacita domanda
se volevano uscire nel minuscolo cortile dell'ora d'aria,
situato tra due edifici. Concluso il compito, la guardia torn all'entrata
della sezione e pass il blocco a un collega piazzato
all'esterno del cancello. Era l'addetto al quadro degli interruttori
che azionavano l'apertura delle celle. Nelle unit di
massima sicurezza non era consentito ai carcerati stare sul
ballatoio due alla volta. La guardia all'interno del ballatoio si
spost sull'altro lato, dove una terza guardia la fece uscire.
- A posto, falli andare, - grid, e la guardia dall'altra parte
apr con la chiave il pannello di controllo e azion una leva.
Una cella si apr. Ne usc un giovane nero, con i vestiti
in una mano e le ciabatte di tela nell'altra. Ostent un'aria
spavalda, i muscoli scolpiti, mentre avanzava verso il cancello
sul fondo e appoggiava i vestiti sulle sbarre. Una guardia
ispezion gli abiti, l'altra sottopose il detenuto alla danza
rituale della perquisizione corporale: - Su le braccia...
mani dietro la testa... girati... piegati in avanti... - Una volta
finito, fu fatto accedere a una seconda porta che si apriva
sul cortile dell'ora d'aria. Il detenuto and con i vestiti
in mano oltre una linea rossa dipinta per terra, a quattro
metri e mezzo dalla porta. Aveva quasi finito di indossarli
quando la porta si riapr e ne usc un altro nero, giovane e
atletico. Se non erano in isolamento (al buco) si allenavano
insieme davanti alla rastrelliera dei pesi e sul ring del pugilato.
La prigione era detta la Scuola del gladiatore, non
senza motivo.
- Pronto? - domand il primo nero.
- Jack  pronto, amico.
La porta si apr un'altra volta; usc fuori un terzo nero,
seguito da cinque chicanos, uno alla volta. I neri gravitarono
sulla met del campo da pallacanestro, i chicanos accanto al
muro di un edificio usato per la pallamano. In genere iniziavano
col riscaldamento. Avevano soltanto due ore e volevano
allenarsi il pi possibile. Non quel pomeriggio, per.
Infine usc un bianco. Aveva capelli neri radi e lunghi che
gli scendevano sulle spalle, e peli sulle spalle e sul dorso. I peli
si confondevano con una galleria vegetale di tatuaggi blu,
di quelli fai da te tipici delle case di correzione o dei riformatori.
Tra gli altri, aveva una serie di doppie saette sul collo e una svastica particolarmente scura e nitida sul petto. In
realt non sapeva distinguere un nazista da un ritardato; per
lui quei tatuaggi significavano soltanto che era bianco in un
mondo in cui i bianchi erano spesso una minoranza. Super
rapido la linea rossa, s'infil i pantaloni della tuta e si leg le
maniche del sopra intorno alla vita.
La porta si apr ancora e usc un altro bianco. Smilzo, flaccido,
di carnagione chiara, anche lui deturpato da alcuni tatuaggi.
- Jerry, vieni qua, - fece il nero pi grosso, quello che era
uscito per primo.
Jerry, il bianco smilzo, ignor l'invito. Si avvi in direzione
del bianco che stava indossando le ciabatte di tela. Era
dura, per i piedi, fare a pugni scalzi sull'asfalto ruvido.
- Cerchi rogna, bianco?
- Sta a voi decidere. Ma non avete abbastanza fegato.
Il nero si volse a guardare gli altri neri, e loro gli fecero
capire che erano pronti. Si diressero verso i due bianchi e
inizi la rissa.
Dalla torretta, la sentinella aveva notato la tensione nel
cortile. Quando part la scazzottata, tuttavia, fu colta di sorpresa.
Stava versando del caff fumante dal thermos nel tappo
che serviva da tazzina. Prov a riavvitare il tappo, dimenticandosi
che era pieno di caff bollente. Il liquido nero gli si
rovesci sulle mani e lui moll di scatto il thermos, che gli
cadde addosso. - Oh... Oh... Oh...
Dolorante, lanci un'occhiata sotto. Il bianco mingherlino
e uno dei neri si stavano prendendo a pugni, mentre gli
altri due avevano atterrato il ragazzone bianco e lo stavano
tempestando di calci. La sentinella imbracci la carabina. Secondo
la procedura, avrebbe dovuto prima suonare il fischietto
e poi sparare un colpo di avvertimento, e soltanto dopo
avrebbe potuto mirare sulla mischia. Innervosita dal caff
bollente e dalla situazione, la guardia omise di fischiare, anche
se spar un colpo di avvertimento seguito rapidamente
da altri tre spari. La detonazione, secca e fragorosa, produsse
uno spostamento d'aria, e subito dopo uno stormo di merli
sul tetto schizz in volo.
Quando si spense l'eco del fucile, due neri erano a terra
e il bianco si stava mettendo seduto, col sangue che gli sprizzava
a fiotti dal viso. Una scheggia di proiettile rimbalzata a
terra lo aveva ferito allo zigomo, e la faccia, si sa, sanguina
sempre in abbondanza. Un nero si torceva, l'altro era steso
sulla schiena, le braccia spalancate, mentre intorno al suo corpo
si era formata una larga pozza di sangue denso. Sgorgava
dall'arteria femorale. Il primo nero aveva le costole rotte e si
muoveva rimbalzando per terra. Con le mani tremanti, la
guardia sollev la cornetta.
- Un incidente nel cortile dell'ala O. Servono barelle e
rinforzi.
La prigione era strutturata in ali che si dipartivano da entrambi
i lati del lungo e ampio corridoio centrale. Ai detenuti
era proibito sostare nel corridoio, e c'era sempre un paio
di guardie che li faceva circolare. Quando vennero esplosi
gli spari e le barelle passarono di corsa, nel corridoio stazionavano
pochi detenuti. Poi le barelle fecero ritorno con i corpi
dei due neri, uno dei quali con la faccia nascosta da una
coperta. Il bianco nerboruto, il busto incrostato di sangue,
camminava in mezzo a due guardie tenendo un asciugamano
bagnato premuto contro la guancia. L'asciugamano era
zuppo di sangue, che sgocciol sul pavimento del corridoio.
Il drappello di guardie svolt verso la porta che conduceva
all'ala dell'ospedale. Un minuto dopo un detenuto che lavorava
come infermiere usc fuori e annunci che Toussant era
morto dissanguato.
Il passaparola in prigione  rapido come la Western Union.
Nel giro di venti minuti, la faccia di ogni nero s'incup, e in
molti ricacciarono lacrime di rabbia, poich Toussant era benvoluto
e rispettato dalla maggioranza dei detenuti di colore.
Uno dei pochi carcerati a non ricevere la notizia entro il primo
quarto d'ora fu George Jackson. Era il suo pomeriggio di
riposo dal lavoro di sguattero nelle cucine, con la mansione
di rimuovere i resti del cibo dai vassoi di acciaio inossidabile
prima di caricarli nella lavastoviglie. Era diretto verso il cortile
principale, quando fu investito da una raffica di polvere
portata dal vento.
- 'Fanculo! - imprec, pensando che avrebbe potuto saltare
l'allenamento quel giorno. Doveva finire di leggere un
libro di Rgis Debray e scrivere alcune lettere. Voleva convincere
la sua sorella borghese che il socialismo era la cosa
migliore per la gente di colore. Sarebbe rimasto in cella per
tutto il pomeriggio fino alla fine dell'appello principale. Sarebbe
uscito per il vitto serale e, pi tardi, per socializzare
nella sala Tv. Pochi minuti prima dell'appello del pomeriggio
sent aprirsi la serratura della sua cella. I reclusi avevano la
possibilit di entrare e uscire per un paio di minuti: scambiarsi
qualche rivista, scommettere sulle semifinali del campionato
universitario NCAA di pallacanestro, oppure comprare qualcosa
per tenersi su di giri durante la notte in gabbia.
Suon la campanella e la barra di sicurezza fu alzata per
consentire l'apertura del cancello. George usc senza camicia.
Era alto un metro e ottantasei, pesava novanta chili e faceva
flessioni sulle braccia, poggiandosi a terra sulla punta delle
dita, e addominali anche quando era in cella di isolamento, ovvero
da pi di met dei nove anni che era in prigione. Doveva
tenersi in forma per la sua guerra contro sbirri, messicani
rognosi e razzisti.
Si affrett gi per le scale e raggiunse il terzo ballatoio,
sospeso a dodici metri di altezza, per prendere il giornale delle
Pantere nere da Scott, che occupava la prima cella. Il ballatoio
si stava riempiendo in fretta via via che gli uomini si
affollavano su per le scale. Scott era fuori della cella e parlava
con Yogi Bear, il cui nome e il cui aspetto smentivano il
fatto che fosse uno psicotico borderline e un assassino psicopatico.
- Beccato alla fem... fem... quell'arteria nella gamba,
amico. L'hanno fatto morire dissanguato.
- Che succede? - domand George. - Chi  morto dissanguato?
- Non hai sentito, amico? Gli sbirri, gi, hanno ammazzato
Toussant.
- Che dici? - domand George, la testa che gli girava.
Lui e Toussant erano amici per la pelle. - Com' successo?
- Stava facendo a botte con quel bianco... uno di quei
motociclisti. Non hanno suonato il fischietto. Hanno soltanto
cominciato a sparare. Che razza di merda  questa, accoppare
uno per una scazzottata...
- Toussant?
- S, Toussant.
Angoscia e rabbia s'impadronirono di George. Era sempre
un nero a essere ammazzato. Rest l in piedi, immobile,
sforzandosi di far uscire il fiato.
Suon la campanella dell'appello e un altoparlante gracchi:
In cella! Tutti dentro! Sgombrare i ballatoi! Gli internati
si dispersero disordinatamente in direzione delle gabbie.
George torn verso la sua cella. Era rimasto l'ultimo sul
ballatoio. Entr e richiuse la porta. La barra di sicurezza cal.
Con la faccia tirata, ascolt il rumore del contatore manuale
del secondino diventare sempre pi forte, uno scatto metallico
per ogni corpo dietro una porta d'acciaio. Quando il
viso della guardia oltrepass il suo, George piant un pugno
nella parete di cemento. - Uccider uno di quei schifosi bastardi,
- sussurr o forse pens. Comunque fosse, era una
promessa solenne, pi importante di qualsiasi altra avesse
mai fatto. Si guard la mano. Le nocche sanguinavano. Le
accost alla bocca e succhi il sangue. Dio, che vita fottuta
faceva un nero grande e grosso in America, se era povero...
e gli unici che non erano poveri sapevano ballare e cantare
per la gente bianca. O smistare la posta. Aveva bisogno di
compagni rivoluzionari. Bisognava controllare i mezzi di produzione,
perch una rivoluzione potesse dirsi vincente.
L'indignazione rabbiosa stava per travolgere il modo in
cui lui sapeva avrebbe dovuto giocarsi la partita se l'obiettivo
era la vittoria, e non la vendetta. Solo che non riusciva a
far sbollire la rabbia. No, non Toussant. Si erano spartiti il
pane, avevano condiviso i pasti alla mensa e i libri. Toussant
conosceva la storia, specialmente quella dell'Africa, meglio
di chiunque altro George avesse incontrato. Farlo fuori doveva
essere stata un'azione deliberata. Toussy aveva preso a
pugni uno di loro circa un anno prima. Per questo si trovava
nell'ala O, e questa era la loro vendetta. - Faranno secco
anche me, - sussurr George. - Un giorno o l'altro. Ma
che cosa posso fare?
C'era ancora abbastanza luce estiva da lasciare aperto il
cortile principale per una mezz'ora dopo la cena. George,
Scott il grosso e Dupree, il nipote di Toussant, sedevano uno
accanto all'altro sulla gradinata, dando le spalle alla torretta
di vigilanza. Si diceva che ci fosse un dispositivo, lass,
atto a captare le conversazioni tra i carcerati a poco meno di
quaranta metri, se non c'erano interferenze. Vero o falso, i
tre tenevano le facce rivolte dall'altra parte.
- Allora, amico?
Scott era ansioso di sapere. Il pi esagitato del gruppo,
era pronto a bere subito l'amaro calice della vendetta.
George sollev una mano in segno di moderazione. - Calma.
Abbi pazienza. Sbucheremo dal buio all'improvviso, cogliendoli
di sorpresa, come le pantere.
Strizz l'occhio e annu per suffragare le sue parole. Gli
altri gradirono ci che disse. Sorrisero scoprendo i denti
(Scott li aveva brutti) e si batterono i palmi in segno di fratellanza
e cameratismo.
Lecito sparare in prigione, recitava un sottotitolo sulla prima
pagina del Valley Courier. Dupree aveva portato il
giornale a George e aspettava la sua reazione. Il breve articolo
diceva che il gran giuri aveva dichiarato l'assassinio di
Louis Toussaint omicidio per legittima difesa.
- Sapevamo che sarebbe andata cos, - fu il commento
di George. - Dov' il grosso?
- Si stava pompando i muscoli in palestra.
- Andiamo da lui, vediamo di capire come cazzo fare.
Mentre George e Dupree percorrevano il corridoio verso
la porta della palestra in fondo all'entrata, molti neri li salutarono
con un gesto tutto loro. Il pugno chiuso alzato era
in voga. I neri musulmani dissero: As-salamu alaykum.
Anche se il loro credo non era il suo, George li rispettava.
Avevano l'orgoglio di essere neri e si comportavano con la
dignit che tutti i neri avrebbero dovuto far propria. Avrebbero
potuto lasciar perdere Dio, Allah e compagnia bella, ma
lui immaginava che quella roba fosse il prezzo della dignit
e della buona educazione.
L'ingresso della palestra era piantonato da una guardia,
che prendeva in consegna il cartellino dei permessi da ogni
detenuto che voleva entrare. Senza cartellino, nessun permesso,
palestra compresa. Se in palestra accadeva qualcosa,
come era gi successo in passato, le autorit della prigione
sapevano che era di sicuro coinvolto uno dei titolari dei cartellini
in loro possesso. Il sistema riduceva cos il numero dei
sospettati.
La palestra era simile a quella di una scuola superiore.
Aveva un campo da pallacanestro in legno, sebbene soltanto
la met fosse utilizzabile se la partita non si svolgeva fuori;
il che non succedeva da anni, allorch le rivolte erano arrivate
alla prigione. L'altra met del campo era occupata da
un ring per la boxe rialzato, specchi per l'allenamento con
l'ombra, sacchi sospesi e cos via. I sedili per il pubblico erano
richiusi contro le pareti. Su un lato c'erano tre campi da
pallamano. Sull'altro lato c'era un soppalco, met del quale
occupato dalle macchine per l'allenamento. Nell'altra met
erano sistemate delle sedie pieghevoli e un grosso televisore
per seguire gli avvenimenti sportivi. Tutta l'attivit della palestra
era sovvenzionata dal Fondo di assistenza ai detenuti,
ovvero dai proventi derivanti dal negozio del fai-da-te e
dallo spaccio.
Mentre George e Dupree calcavano il pavimento della
palestra, suon la sirena, seguita dall'annuncio: Mettere in
ordine! Mettere in ordine! La palestra chiude tra dieci minuti.
Scott lavorava nella sala attrezzi. Era circondato dai cesti
con i bendaggi per le mani e dalle scarpette da boxe che i pugili
acquistavano da catalogo. Si occupava anche della distribuzione
degli asciugamani, poi raccoglieva i pesi e li accatastava.
Le sue mansioni gli permettevano di conversare con
qualunque detenuto senza dare nell'occhio. I carcerati di
tutte le razze si affacciavano al suo sportello per avere il loro cesto
o chiedere un asciugamano. Scott avvist George e Dupree
in cima alle scale e sorrise. Poi guard meglio la faccia
di George, e allora i suoi occhi si socchiusero e il sorriso spar.
Aveva capito al volo di cosa si trattava, prima che gli venisse
annunciato a parole: era arrivata l'ora di colpire. Come se
gli avesse letto nel pensiero, George annu solenne. Scott fece
scivolare lo sguardo su Dupree, che annu a sua volta.
- Ecco come dovremmo agire, - esord George. - Dopo
che ci danno la brodaglia e ci lasciano andare per le attivit
serali, noi restiamo indietro e aspettiamo nel blocco. Guardiamo
la Tv, giochiamo a domino...
Il refettorio si svuotava via via che i carcerati finivano di
mangiare e si sparpagliavano verso l'uscita, dopo aver ammucchiato
i vassoi su un carrello e gettato forchette e cucchiai
in un secchio. George e Dupree andarono nell'atrio insieme.
Scott li aspettava. George fece un gesto per chiedere
una sigaretta e Scott estrasse un pacchetto di Bugler con sigarette
gi rollate.
George ne accese una e aspir a fondo. - Grazie, fratello.
Siete pronti, ragazzi?
Entrambi annuirono, e tutti e tre si fecero strada nell'atrio
verso la porta d'ingresso al blocco. All'interno c'era una
folla di uomini in attesa che si liberasse il corridoio e che si
chiudessero le porte. Terminata l'operazione, l'altoparlante
annunci: - Prima apertura serale. Palestra, scuola, coro. La
lezione sulla Bibbia del reverendo Graham per stasera  annullata.
- Guardate l, - fece Dupree.
Due agenti controllavano le uscite. In realt era una sola
guardia con l'uniforme regolamentare color oliva a eseguire
l'ispezione, mentre l'altra osservava ci che faceva il
collega. Magro e giovane, il secondino indossava l'uniforme cachi,
il che lo bollava come uno nuovo. Lavorava li da cinque
settimane. Tutti avevano notato che era intimidito dai carcerati.
Teneva gli occhi incollati al blocco degli appunti ed
evitava di alzarli per incrociare gli sguardi dei detenuti.
- Quando il branco va a caccia, capisce subito qual  la
preda pi debole e pi facile da uccidere dell'intero gregge,
- disse George.
- Capisco come si sentono quando vedo quel piccolo
stronzo rinsecchito, - disse Scott.
- Anch'io, - disse Dupree.
- Siete pronti? - domand George. - Sapete quello che
dovete fare?
Annuirono.
La coda dei carcerati che uscivano per le attivit serali si
stava accorciando. L'area pianterreno delle unit residenziali
disponeva di tavoli per gli scacchi e per il domino. Alla
sala Tv si accedeva da un lato. Aveva delle finestrelle munite
di sbarre che somigliavano a dei telai. Erano state studiate
per insonorizzare l'ambiente, ma i detenuti ne avevano
rotte cos tante che alla fine avevano smesso di ripararle e
il suono arrivava fuori distintamente.
- Muoviamoci, - fece George. - Andiamo nella sala Tv.
La televisione era molto seguita quella sera. La stanza era
affollata. Le seggiole erano tutte occupate e c'era posto solo
in piedi sul fondo. La sala era suddivisa in base alla razza.
Quando George era arrivato al penitenziario, la sezione centrale
davanti era riservata a certi bianchi e chicanos. L'indomani,
era stato proprio l che George si era seduto. Ehi,
amico, questo posto  riservato, aveva protestato uno. Bravo!
Riservato per me! aveva ribattuto George scattando
in piedi, pronto a fare a botte. Nessuno aveva reagito. Almeno
non quella sera. La sera dopo, invece, lo avevano aspettato,
ed era scoppiata una rissa. Da allora George ebbe il suo
posto a sedere davanti, nella sezione centrale.
- Che state aspettando, tutti quanti?
- Le semifinali del torneo NBA.
La seggiola di George era vuota, ma anzich prendere posto,
il nero si ferm accanto alla porta sul fondo, da dove si
poteva avere una visuale completa della sala. Per via della partita
di pallacanestro trasmessa in Tv, i giocatori di scacchi e
di domino ai tavoli erano meno numerosi, anche se c'era Wilson,
l'avvocato, circondato da cartelline zeppe di carte e
pareri legali. Si era rifiutato di comparire davanti alla commissione
per la libert vigilata, perch, secondo la sua interpretazione
della legge, non era competente per il suo caso.
Ogni occasione era buona per mostrare in giro i pareri legali
che aveva raccolto. La legge diceva che doveva presentarsi
davanti alla commissione per ottenere la libert vigilata. Non
fosse stato per il suo puntiglio, avrebbe ottenuto la scarcerazione
sulla parola quasi dieci anni prima. La commissione era
propensa a rilasciarlo. Non rappresentava alcuna minaccia,
nessun pericolo pubblico, e sarebbe costato di meno fuori con
l'affidamento ai servizi sociali.
Il trio rimase nella sala Tv fino a tre minuti dalla fine della
partita, quando i Lakers erano in vantaggio di undici punti
e Jerry West, dopo un tiro in sospensione, si stava portando
verso la lunetta del tiro libero. La partita era in frigo,
cos si espresse il cronista. George fece un cenno e i suoi compagni
lo seguirono fuori. Quando la trasmissione termin e
i detenuti defluirono all'esterno commentando l'incontro, il
trio si trovava a un tavolo di domino sul fondo. Aspettavano,
gli occhi puntati sulla porta d'ingresso. I carcerati che
erano stati in palestra e alla cappella stavano ritornando, tenendo
in mano i cartellini identificativi per passare il controllo
all'entrata del blocco. Molti salirono sui ballatoi, in attesa
di ritirarsi in cella. Altri sostarono sul pianerottolo. C'era
ancora un'ora e mezza prima della chiusura notturna. Finalmente
accadde ci che George attendeva: l'agente pi anziano
chiam il centralino e stacc dal turno, passando per
il bar e i bagni del personale di custodia. Apr la porta del
corridoio e spar. A quel punto rest soltanto la guardia giovane,
circondata da oltre un centinaio di detenuti.
- Ecco come ci muoviamo. Tu, - disse a Dupree, - vai a
dirgli che un tizio sull'ultimo ballatoio  in cella e urla. Lo
sbirro correr a vedere. Andrai avanti per primo...
Dupree annu; l'avrebbe fatto, ma aveva i crampi allo stomaco
per la paura.
- Tu invece, - prosegu George rivolto a Scott, - prendi
una tazza d'acqua. In cima alle scale c' una rientranza accanto
alla porta del ripostiglio. Nella rientranza c' una lampadina:
schizzaci un po' d'acqua e la lampadina scoppier.
Aspetta li, al riparo del buio. Io attacco la guardia arrivando
da dietro. Mica vorremo gettare i sassi nello stagno e far
filare via il pesce...
- Che? - fece Dupree.
- Non importa, - rispose George. Poi, a Scott: - Tu vieni
fuori se lui ti si accosta. Spero di essere gi li. Lo massacriamo
di botte e lo buttiamo gi dal ballatoio. Ho sentito
dire di uno stronzo a San Quentin che  atterrato sul cemento
volando dal quinto ballatoio. Quando ha toccato terra, si
 spiaccicato con un bel botto... come un uovo gigantesco.
Qui i ballatoi sono solo tre, ma l'altezza pi o meno  la stessa.
Vai e fai la tua mossa. Io ti verr dietro. Scommetto che
gli hanno fatto vedere la mia foto segnaletica e gli hanno fatto
notare chi sono.
- Oh, sicuro, George, che l'hanno fatto.
- Per loro sono uno sporco bastardo. Non ce la fanno a
lasciarmi in pace. Razzisti del cazzo... Che merda, amico -.
Si ferm e fece un largo sorriso. - Sai cosa? Ci trattano meglio
di come io tratterei loro.
- Manco a dirlo, amico.
George aspett li. Da quel punto riusciva a vedere la sala
di ricreazione e la scrivania delle guardie protetta dalla rete.
Scott si muoveva lungo la parete destra, di fronte alle celle
del primo ballatoio, lasciando i detenuti seduti ai tavoli
tra s e la guardia. La guardia si gir verso destra al momento
giusto; Scott sgusci alle sue spalle. George segu ogni sua
mossa, attimo per attimo, mentre svoltava per raggiungere
il ballatoio superiore e saliva gli scalini con un'ampia falcata,
tre alla volta. Era illuminato dal riverbero che giungeva
dal pianerottolo sovrastante. Spruzz l'acqua all'ins e la luce,
dopo un piccolo scoppio, si spense. Scott si ritir nell'ombra
e rimase in attesa.
Dupree si accost di lato alla scrivania, parl alla guardia
indicando in alto. La guardia si alz in piedi, e dopo aver
preso le chiavi si avvi verso le scale. George si mosse dal
fondo del pianerottolo in direzione della scala. Punt lo
sguardo in alto, vide del movimento e cominci a salire in
punta di piedi, a passi veloci, tenendosi comunque a una certa
distanza e cercando di fare meno rumore possibile. Arrivato
all'ultima rampa, scorse il fascio di luce della torcia dell'agente
puntato sul nascondiglio di Scott. La guardia intim:
- Che stai facendo quass? - Scott era nel cono di luce e aveva
un'aria minacciosa per via della mole. La voce stridula
della guardia tradiva la paura: decisamente, non era nell'esercizio
delle sue funzioni.
George si raggomitol e tese i muscoli. Dapprima pens
di aggredire la guardia stringendole un braccio intorno al collo e trascinandola all'indietro per poi buttarla gi dalle scale.
Cos facendo, per, l'uomo sarebbe caduto per nove metri
fino al piano di sotto. Perci, mentre percorreva gli ultimi
due fatidici gradini che lo separavano dal ballatoio, abbass
la spalla e piomb addosso alla figura mingherlina caricandola
di lato alla cieca. La guardia fin contro la parete
oltre il pianerottolo, emettendo un grugnito.
- Che c'? - domand. - Che ti prende?
- Chiudi il becco, bastardo! - inve Scott, mollando un
pugno contro la faccia che si ritrov di fronte. George si rimise
in piedi, le dita ancora artigliate alla camicia della guardia.
Questa fece un balzo all'indietro con una forza sorprendente.
Si liber con uno strappo e url.
- Aiuto! Aiuto!
George fece girare il secondino su se stesso e lo mand a
sbattere contro la porta di una cella. Dentro, Tyree Adams
salt su, allarmato dal rumore improvviso. And a guardare
attraverso lo spioncino. La guardia era a terra e si teneva alla
ringhiera con la mano sinistra, mentre con la destra cercava
di parare i cazzotti e i calci sferrati da George e da un altro
fratello nero che non riconobbe. Dupree spunt di lato,
e per un momento gir la faccia di modo che lui e Tyree si
guardarono negli occhi da una distanza di mezzo metro. Dupree
fugg verso le scale, scatenando l'ira di George che inve
contro di lui prima di tornare al massacro. Mentre Scott
continuava a tempestare la guardia di pugni e calci, George
si sedette per terra sul ballatoio, e puntellando la schiena contro
la porta di Tyree, spinse la guardia con entrambi i piedi
sotto la ringhiera. Colta di sorpresa, la guardia riusc ad agganciare
un braccio alla ringhiera, poi riprese a strillare invocando
aiuto. Da una cella di fronte, Walter Semich guard
fuori e vide Scott e George che menavano pugni, sferravano
calci e spingevano la guardia di sotto, mentre quest'ultima
si teneva aggrappata per salvarsi la pelle. Semich cap subito
che quella scena era l'anticamera della scarcerazione sulla
parola. Si augur che l'ammazzassero, la guardia, cos lui
avrebbe potuto testimoniare contro i due neri. Walter era
dentro per truffa, e i truffatori considerano tutti dei perfetti
imbecilli, specialmente se negri.
Al pianterreno, i detenuti rimasti nella sala Tv non sentirono
nulla per via del volume altissimo del televisore, ma
quelli nella sala di ricreazione che giocavano a scacchi e a domino
udirono le urla e guardarono in alto, ma tutto ci che
riuscirono a vedere furono delle figure indistinte. Si lev un
ultimo grido quando i due ruppero le dita dell'agente, e quellocadde gi: fin prima contro una ringhiera, poi, dopo un
paio di giravolte, piomb sopra una panca rompendosi la
schiena. L'impatto col pavimento di cemento gli frattur il
cranio, con tanto di fuoriuscita di liquido cerebrale.
Qualche attimo dopo, George e Scott sbucarono dal fondo
delle scale, sudati e ansimanti. I detenuti si riversarono
fuori della sala Tv per vedere cos'era accaduto. Dupree, tutto
tremante, si avvicin timido a George.
- Che cazzo  successo? Dove cazzo eri finito?
Dupree abbass lo sguardo per la vergogna. - Non lo so.
Non capivo pi niente.
George scroll il capo e lo ignor. Il cuore gli batteva a
mille. La guardia era l, la faccia rivolta verso George, il sangue
che sgorgava dagli occhi e dal naso. I detenuti erano ammutoliti
e si tenevano alla larga dal corpo, alcuni con lo sguardo
puntato su George. Scott si diresse alla sala Tv, George
verso la scala. Sarebbe suonata la campanella del rientro in
cella, e sarebbero arrivate le guardie con gli sfollagente. Probabilmente
si sarebbero scatenate e avrebbero picchiato i detenuti,
ma non su per le scale strette e sui ballatoi.
La porta del corridoio si apr ed entr la guardia anziana
con l'uniforme verde oliva. Un minuto dopo si precipit fuori
e richiuse a chiave. I detenuti scoppiarono a ridere... finch
arriv la squadra dei picchiatori con i manganelli.
Gli agenti alzarono delle tende intorno al cadavere per occultarne
la vista ai detenuti delle celle circostanti, come se il
loro sguardo potesse profanarlo, o forse indurli a pensare che
avevano un potere. Far fuori un carcerato  faccenda da poco;
uccidere una guardia  sacrilegio. Da due decenni non ne
era stata ammazzata una in tutto il sistema delle carceri. Scattarono
i flash, sopraggiunsero gli inquirenti dell'ufficio del
procuratore distrettuale. Durante la notte, tre guardie fecero
uscire i detenuti per sottoporli a interrogatorio.
Alcuni tornarono. Secondo il foglio dei movimenti notturni,
erano stati fuori del blocco. Altri passarono la notte seduti
sulle panche fuori dell'ufficio del capitano. Il capitano si
chiamava Moon. Piccolo di corporatura e di aspetto giovanile,
detestava i detenuti perch nei loro occhi coglieva un'espressione
che riconosceva, ma non riusciva a definirla n a
descriverla a parole. Era stato in gamba al concorso della pubblica
amministrazione, ed era diventato capitano delle guardie
prima di compiere trent'anni.
Il capitano Moon avrebbe scommesso sul coinvolgimento
di George, ma era meno certo dell'identit di chi lo aveva
aiutato a uccidere il giovane agente appena arruolato. Non
l'avrebbe mai ammesso, ma nove anni di servizio nelle carceri
avevano gradualmente fatto di lui un razzista.
Il capitano Moon non chiuse nessuno in isolamento quella
notte. Non sarebbero andati da nessuna parte. Aspett la
soffiata che sarebbe arrivata con la posta. I detenuti infatti
scrivevano delle lettere, poi le infilavano in una busta che
appoggiavano sulle sbarre e che veniva prelevata insieme alla
corrispondenza ordinaria. Ne furono rinvenute sette: denunciavano
George, Scott e Dupree.
- In isolamento, - disse il capitano mentre firmava l'ordine.
L'indomani, il procuratore distrettuale deposit gli atti
per intentare un'azione a carico dei tre sulla base di due capi
di imputazione del codice penale della California: 187,
omicidio, e 4500, aggressione con l'intento di produrre lesioni
gravi. Il verdetto di colpevolezza comportava la condanna
a morte, senza alternative. La ruota della giustizia aveva
iniziato a girare.

2. L'avvocato.
In una luminosa e tiepida mattina d'autunno, Sally Rosen
faceva colazione seduta nel tinello di casa propria, sulle
colline di Berkeley che dominano la East Bay. Spalm confettura
di fragole su un cornetto e vers acqua bollente nell'espresso.
Mangiucchiando il cornetto e sorseggiando il
caff, scorse i titoli del San Francisco Chronicle.
Nella stanza accanto squill il telefono. Sally guard l'orologio.
Non erano ancora le otto. Avrebbe lasciato partire
la segreteria telefonica. Invece sent la voce di suo marito.
- Pronto?... S, Charlie, te la passo -. Michael Rosen
comparve sulla soglia del tinello tenendo in mano la cornetta.
- Charlie Connelly, - annunci a Sally allungandole il telefono.
Lei si lecc un po' di marmellata sul pollice e prese
la cornetta.
- Ciao, Charlie. Che c'?
- Hai visto il Chronicle?
- Avevo appena iniziato a leggerlo quand' squillato il telefono.
- Guarda a pagina tre, in alto, i giovani neri. Sono stati
incriminati per l'assassinio di quell'agente di custodia nella
contea di Anselmo. La contea di Anselmo regala l'esecuzione
capitale come l'esercito della salvezza regala i dolcetti di
Natale.
- Allora?
- La madre di uno dei neri ha telefonato in ufficio. Si chiama
Georgina Jackson. George  suo figlio. Vuole che assumiamo
noi il patrocinio.
- Pro bono?
- Al novanta per cento. Ha pochi soldi. Non credo che
dovremmo prenderlo... il denaro, voglio dire.
- Pensi davvero che dovremmo assumere la difesa?
- Come minimo dovremmo esaminare il caso.
- Vuoi dire che io dovrei esaminare il caso.
- Ho dato un'occhiata alla tua agenda. Tutto quello che
hai da fare oggi  una contestazione dell'atto di accusa nel
caso Solano. Neal ha un'udienza sul 995 nella stessa corte.
Ce la far a gestire entrambi i casi senza sudare.
- Va bene. Aspetta, prendo carta e penna.
Scrisse i dati su un blocchetto. Due ore dopo lasciava l'autostrada
all'altezza del cartello che indicava Istituto correzionale
di Anselmo. Prossima uscita. Prima di giungere alla
prigione, attravers l'elegante comprensorio di villini costruito
dallo Stato per suoi dipendenti. Le abitazioni erano come
nuove, con campi simili a prati dorati e una rigogliosa profusione
di fiori. Merito dei detenuti giardinieri, visibili all'opera
qua e l. Sotto la torretta di sorveglianza c'era un cartello
di stop con un citofono.
La voce gracchi: - Dichiari il motivo per cui  qui.
- Sono avvocato e sono qua per parlare con un detenuto.
Ho preannunciato la mia visita.
- Il suo nome?
- Sally Rosen.
- Un momento La comunicazione riprese. - Parcheggi
sulla sinistra, dove  scritto Visitatori. Torni qui e verranno
a prenderla. Il capitano desidera vederla.
Sally parcheggi come indicato. Quando torn sui suoi
passi, una guardia con le mostrine da sergente sul colletto della
camicia la stava aspettando. Le chiese di esibire il tesserino
dell'ordine degli avvocati e la patente, poi di passare attraverso
un metal detector e un congegno a raggi X. La donna
conosceva la procedura; non era la prima volta che entrava
in una prigione per incontrarsi con un suo assistito, e non aveva
portato nulla con s che avrebbe potuto destare sospetto.
Il sergente la scort attraverso i cancelli elettrici e poi per il
viale che conduceva all'ala amministrativa e all'ufficio del capitano.
Passarono nei pressi di due bracci residenziali. Pur
non essendo un tipo attraente per via della pelle rovinata dall'acne
che nascondeva sotto uno strato generoso di cosmetici,
Sally aveva un corpo flessuoso e belle gambe. Dalle finestre
delle celle si levarono dei commenti.
- Oh, mamma mia! Sei uno schianto, bambola.
- Jimmy, figliolo, guarda che bel pezzo di gnocca...
- Me la sono fatta, fratello.
- Enn che non te la sei fatta. Ti piacerebbe...
Il sergente le fece strada nell'ala amministrativa. Era cos
pulita e tirata a lustro che Sally ebbe l'impressione di trovarsi
in un ospedale piuttosto che in una prigione. Mentre il sergente
le teneva aperta una porta contrassegnata dalla scritta
Direttore amministrativo, spieg che l'ufficio del capitano
era nella sezione di massima sicurezza.
- Di solito non permettiamo alle donne di entrarci.
Un carcerato di pelle bianca era seduto dietro una scrivania
nella sala d'attesa del direttore amministrativo. - C' il
capitano? - domand il sergente.
- Vi sta aspettando. Poi, a Sally: - Lei ...
- Sally Rosen.
Il detenuto apr la porta interna. - La signorina Rosen,
capitano Moon.
Il capitano le fece cenno di accomodarsi e ordin al sergente
di aspettare fuori. - Si sieda, - le disse, indicando una
seggiola di fronte alla scrivania.
Sally si accomod.
Il capitano Moon la osserv con attenzione. Sapeva che
era socia di Charles Connelly, un avvocato, probabilmente
un comunista, che aveva ottenuto il proscioglimento di un
militante delle Pantere nere accusato di aver ucciso un poliziotto
della Bay Area. Aveva convinto quei babbei che si era
trattato di legittima difesa.
- cos lei vuol vedere George Jackson.
- S, esatto.
- Ho controllato il suo fascicolo. Lei non  l'avvocato
d'ufficio di George Jackson, e non mi risulta affatto che lui
abbia chiesto di vederla.
- Sua madre ha telefonato al nostro studio.
- Non  conforme alla procedura. Lei deve essere il suo
difensore d'ufficio, oppure lui deve presentare una richiesta
formale di conferire con lei. Non capisco perch le interessi
tanto.  una persona odiosa, volgare, un bullo, uno che odia
i bianchi. Adesso ha assassinato un giovane agente, e io spero
che riusciremo a mandarlo alla camera a gas.
Sally avrebbe voluto ribattere, ma sapeva bene che sarebbe
stato inutile, come sputare al vento; quell'uomo non l'avrebbe
fatta passare.
- Immagino che dovr andare da un giudice e ottenere
un ordine del tribunale.
-  quello che dovr fare.
- Ci vediamo in tribunale, capitano.
- Suppongo di s... ma spero di no.
Il Capitano Moon premette un pulsante, la porta si apr e
comparve la guardia di scorta. Sally Rosen usc dalla stanza.
Anzich rimettersi in macchina e tornare alla Bay Area,
Sally Rosen aveva trascorso la notte in citt, al Ramada Inn.
Adesso era in attesa all'ombra di un albero del pepe, davanti
al tribunale, quando il furgone della prigione svolt nel viale
stretto accanto all'edificio. Bene. Mancava pi di un'ora
all'udienza, convocata per le dieci. Avrebbe avuto un bel po'
di tempo per conferire con il suo nuovo cliente. Una guardia
penitenziaria scese dal furgone e suon il campanello. Uscirono
parecchi vicesceriffi con lo Stetson da cowboy in testa
e le spalline con la bandiera degli Stati Uniti. Altre due guardie
vennero gi dal furgone, aprirono la portiera posteriore e
rimossero i ferri ai piedi dei prigionieri. Uno era alto e allampanato,
un altro piccolo e di pelle scura, mentre l'ultimo era
alto pi di un metro e ottanta, pelle nera e di bell'aspetto.
Ostentava un'aria spavalda, nonostante le manette incatenate
alla cintola. Sally intu che era lui George Jackson. Circondati
dalle guardie, entrarono, la porta si richiuse e la chiave
gir rumorosamente nella serratura.
Sally si affrett verso la porta e stava per suonare il campanello,
invece si ferm e si accese una Camel senza filtro.
Avvertiva un nodo allo stomaco e la mano le tremava visibilmente.
Dovette sorridere, perch quei segnali di nervosismo
erano insoliti per lei. Aveva incontrato ogni sorta di
persone in ogni genere di situazione, senza alcuna reazione
nervosa.
Schiacci la sigaretta e suon il campanello. Sulla porta
c'era una finestrella di controllo munita di sbarre, e fu questa
ad aprirsi. Comparve una faccia tonda, guance pendule,
capelli fini schiacciati sul cranio e occhi piccoli.
- Cosa posso fare per lei?
Sally aveva in mano il tesserino dell'ordine degli avvocati.
- Vorrei vedere il mio cliente.
- Chi ?
- George Jackson.
- Ah, Jackson. Attenda qui -. Richiuse la finestrella. Sally
rest in attesa.
Quando la finestrella si riapr, le facce erano due. Una
aveva indosso l'uniforme delle guardie penitenziarie. - Vuole
vedere Jackson? - domand.
- S. Sono il suo avvocato.
- Il suo nome?
- Prego, - rispose Sally allungando il tesserino. La finestrella
si richiuse. Poi si riapr, e la guardia penitenziaria le
restitu il tesserino. - Lui sostiene di non avere un avvocato.
- Sua madre mi ha incaricato della difesa. Senta, ho parlato
col giudice ieri pomeriggio e lui mi ha detto che avrei
potuto vederlo oggi.
- Non ha informato nessuno della cosa.
- Mi permetta di vederlo. Il giudice chiarir tutto.
- Non  ancora arrivato. Meglio se aspetta fuori e lo ferma
quando entra.
Sally si riprese il tesserino. Non era cos ingenua da mettersi
a discutere con gente simile. Avevano un potere e un
rango cos marginali che non appena si presentava l'occasione
di infliggere una piccola angheria raramente vi rinunciavano.
Senza contare che lei era un avvocato che patrocinava
la causa dell'assassino di un membro della loro trib, e
pertanto era un loro nemico. Sally gir intorno all'edificio
del tribunale e arriv sull'altro lato. I posti del parcheggio
erano riservati con l'indicazione del nome o della carica. Impiegato
della contea, Sceriffo A. Fernandez, Giudice del tribunale
municipale Patricia Johnson, Giudice della corte
superiore A. Yankwich. Lo spazio a lui riservato era accanto a
una porta anonima. Il giudice sarebbe entrato nel parcheggio
nell'arco di pochi secondi. Sally non voleva correre il rischio
di farselo scappare, per cui lo aspett accanto al muro
dell'edificio nonostante il sole cocente del mattino la stesse
facendo arrosto col passare dei minuti. L'orologio segn le
nove; poi le nove e quindici. La corte si riuniva alle dieci.
Maledizione! Avrebbe avuto pochissimo tempo.
Alle nove e trenta una Buick impolverata parcheggi e ne
usc il giudice Yankwich.
Sally gli and subito dietro. - Vostro onore...
- S? - disse il giudice, continuando a camminare.
- Ho parlato con lei ieri, a proposito del colloquio con
Jackson.
- Mi ricordo. Qual  il problema?
- Ho bisogno della sua autorizzazione.
- Venga.
Le fece strada nell'aula dell'udienza. C'erano soltanto il
cancelliere e un commesso di tribunale con la divisa da vicesceriffo.
Il giudice disse al commesso di condurre la signorina
Rosen alle celle di sicurezza e di lasciarla conferire col
signor Jackson fino all'inizio dell'udienza.
Il commesso la scort per un corridoio stretto e senza finestre
dietro le aule. Il corridoio terminava davanti a un cancello
oltre il quale il pavimento diventava di cemento, e pareti
divisorie di sbarre separavano una gabbia dall'altra.
Il commesso batt sulle sbarre con una chiave pesante.
Dall'altro capo spunt la testa di un vicesceriffo che fece un
cenno con la mano. Qualche minuto dopo il vicesceriffo ricomparve
seguito da George in manette, affiancato da due
guardie carcerarie. Sally not che George non ostentava l'arroganza
tipica della maggioranza dei giovani neri del ghetto.
Camminava con il portamento eretto di un cadetto di
West Point. Il vicesceriffo apr una cella ed entr. Un attimo
dopo segnal al commesso di far passare Sally.
George aveva un braccio ammanettato alla seggiola dall'altra
parte del tavolo.
- A posto, - disse la guardia carceraria. - Proibito toccarsi
o passarsi qualcosa sul tavolo. Se dovete scambiarvi delle
carte, tenetele sollevate in modo che l'agente possa assicurarsi
che non c' niente nascosto dentro. Chiaro?
- Conosco la procedura, - assicur Sally.
- Allora si sieda pure. Terminerete il colloquio quando
annunceranno che  ora di andare in aula.
Sally si accomod di fronte a George. Il cancello fu serrato
a chiave e un vicesceriffo si piazz fuori, da dove poteva
sorvegliare ma non sentire ci che si dicevano i due.
- Mi hanno detto che  stata mia madre a mandarla qui, -
esord George.
- S,  stata lei a chiamarci.
- Avete preso del denaro da lei?
- No, naturalmente no. Sono qui perch Huey Newton
mi ha chiesto di studiare il caso.
- Lo conosco soltanto dai giornali. Perch dovrebbe...
- Perch sei dalla stessa parte. Siamo tutti dalla stessa
parte. Noi vogliamo che l'America cambi sul serio.
- Non ricordo di aver sentito il tuo nome nel processo di
Huey.
- Era Charley Connelly l'avvocato incaricato del dibattimento
in aula.  il mio socio. Ecco qua...
Tir fuori un biglietto da visita e lo blocc tra l'indice e
il medio. La guardia al cancello annu e Sally pass il biglietto
a George. Lui lo esamin attentamente.
- Connelly, Carson e Levin.
- Io sono Levin. Ci sono altri due avvocati che sono associati
ma non titolari dello studio.
- E che pensate... che mi salverete la vita?
- Faremo del nostro meglio. Non posso dirti come ci muoveremo
finch non so cos'ha in mano l'accusa.
- Soffiate, ecco che hanno.
- Hanno sempre delle soffiate in mano. Il pi delle volte
le giurie dubitano delle delazioni... specie delle soffiate in prigione,
quando c' dietro un tornaconto per chi parla. Non
devi prendere una decisione adesso. Per sono convinta che
dovresti autorizzarmi a sostenere la tua difesa in questa udienza.
Non  granch importante, ma il mio nome finir negli
atti, cos potr venire a trovarti in prigione.
- E i miei fratelli?
- Probabilmente posso rappresentare anche loro stamattina,
ma dovremo trovargli altri difensori per evitare possibili
conflitti d'interesse.
George annu. - Capisco.
A distanza una voce annunci: - Cinque minuti.
- Meglio che andate, - disse la guardia al cancello.
- Allora, mi autorizzi, per oggi? - domand Sally.
- Certo. Perch no?
Sally si alz. - Ci vediamo in aula.
Sally fece il suo ingresso mentre il cancelliere stava pronunciando
ad alta voce: - Tutti in piedi. Si riunisce in seduta
la corte superiore della California nella e per la contea di
Monterey, presieduta dal giudice A. Yankwich.
Il giudice, ammantato di toga, entr in aula e crebbe in
statura salendo sullo scranno.
- Caso numero uno in elenco: il popolo della California
contro George Jackson e altri. Costituzione delle parti.
- Roy Innes per la pubblica accusa.
- Sally Rosen per gli imputati.
- Rappresenta tutti e tre? - domand il giudice.
- Per i fini di questo procedimento, soltanto se non c'
conflitto d'interesse.
- Voi due, acconsentite? - domand il giudice.
Entrambi annuirono.
- Il consenso venga messo agli atti. Questa udienza  per
la contestazione dell'atto d'accusa, la dichiarazione degli imputati
e l'istruzione del processo, essendo gli imputati stati
incriminati dal Gran giuri. Siamo pronti?
- Vostro onore, - esord Sally, - chiedo un breve rinvio
per studiare il caso.
- Questa  soltanto un'udienza preliminare. La posizione
degli imputati non  pregiudicata in alcun modo se fanno
la loro dichiarazione in questa udienza di oggi.
-  vero in parte, vostro onore, in quanto se le dichiarazioni
degli imputati sono messe agli atti, perderemo il diritto
di sollevare un'eccezione.
- Un'eccezione! Su che basi?
- Non lo so. Forse nessuna. Ma vorrei valutare la possibile
sussistenza di un difetto di giurisdizione.
- Qual  l'orientamento della pubblica accusa in proposito?
- Lo Stato non intravede alcuna possibilit di garantire
tale eccezione.
- Comunque sia, - osserv il giudice Yankwich, - la ricusazione
di tale istanza di rinvio costituirebbe errore revocabile,
giusto?
- Probabilmente, vostro onore.
- Di quanto tempo ha bisogno?
- All'incirca una settimana.
Il giudice si volse verso il cancelliere, il quale si avvicin
allo scranno con un grosso registro che consultarono insieme.
- Che ne dice del 9 di questo mese, otto giorni a partire
da oggi? - chiese il giudice a Sally.
- Benissimo, vostro onore.
- L'udienza  rinviata a mercoled prossimo, 9 marzo, alle
dieci di mattina.
Sally appunt data e ora sull'agenda. Mentre il capocommesso
del tribunale, i vicesceriffi e le guardie carcerarie liberavano
i tre neri dalle catene che li legavano al tavolo, Sally
si gir dalla loro parte per salutare.
- Ci vediamo prima della prossima settimana.
- Puoi tornare alle celle adesso... subito?
- Certo.
Sally guard Dupree e sorrise. L'uomo rispose con un cenno
della testa. Mentre lasciava l'aula vuota, Sally non immaginava
certo che fosse l'ultima volta che un'udienza di quel
caso si svolgeva in quel modo. In futuro si sarebbe tenuta in
un'aula stracolma di gente chiassosa (e talvolta anche sediziosa).
Si avvi all'automobile e inser un quarto di dollaro nel
parchimetro; poi si diresse verso l'entrata laterale della sezione
carceraria. Mentre girava l'angolo dell'edificio, vide il
furgone del penitenziario che si allontanava. - Merda! - imprec,
con un movimento del corpo che esprimeva tutta la
sua stizza.
Dentro il furgone, George si volt a guardare indietro, la
vide e comprese la sua reazione. Anche le guardie di l dal
massiccio divisorio di rete metallica videro la stessa scena.
- Pensi davvero che quella puttana comunista ti salver
il culo, George?
Lui rispose con una vaga alzata di spalle, la faccia inespressiva.
Il furgone lasci la citt prendendo per l'autostrada che
proseguiva oltre Soledad. Quando svolt per entrare nella
propriet della prigione, George finalmente apr bocca.
- Agente?
- S, Jackson?
- Lo sai che razza di sbirro ciccione e stupido sei?
- S... Ma almeno non sono un negro.
- Cane rognoso! - inve Scott. George lo zitt con una
gomitata. Scott soffoc i suoi insulti.
Durante il resto del tragitto il furgone rimase immerso
nel silenzio, ma la tensione era alta. Le guardie consideravano
i tre neri dei feroci assassini che avevano ammazzato uno
di loro. I giovani neri vedevano le guardie come aguzzini razzisti,
degni di indossare l'uniforme nazista.
Il furgone super il varco sotto la torretta di sorveglianza.
Il cancello interno si spalanc e il veicolo si accost alla
banchina di carico. Ad aspettarli all'ufficio Accettazione e
rilascio c'erano il capitano Moon e quattro guardie della squadra
speciale di sicurezza, meglio nota come squadra picchiatori.
Indossavano delle tute anzich le divise regolamentari,
e una cintura con tutta una serie di attrezzi utili nelle perquisizioni:
cacciaviti, pinze e specchi coi manici ricurvi per
ispezionare in alto, in basso o dietro un angolo stretto. In
quel momento, comunque, portavano guanti di cuoio aderenti
e impugnavano i manganelli che venivano ufficialmente
definiti bastoni.
- Siamo in trappola, - fece Dupree parlando con un lato
della bocca.
- Chiudi il becco, - intim il capitano Moon. Si mosse
verso George e gli si par davanti come per fronteggiarlo faccia
a faccia, solo che il capitano era pi basso e il nero era in
catene. - E cos avete rotto i coglioni ai miei uomini, vero?
- Se la vuole mettere cos... - George vide una certa
espressione sulla faccia del capitano Moon, con gli occhi che
gli si rimpicciolivano; poi il modo in cui soppesava il manganello.
Un attimo prima di piantarlo nello stomaco di George.
George fu il primo a colpire, mollandogli un calcio nei testicoli.
Il capitano emise un grugnito e balz all'indietro piegato
in due. Le guardie si lanciarono in avanti e gi a menare
mazzate, pugni e calci. I neri provarono a contrattaccare,
ma erano impediti dalle catene alla cintola. I manganelli si
sollevarono in aria e ricaddero gi, e il sangue schizz sulle
pareti. Dopo, le guardie scoppiarono a ridere. Erano certi che
nessuno avrebbe protestato per quello che era stato fatto ai
detenuti, specie a dei detenuti neri che avevano assassinato
una guardia penitenziaria.
 3. La difesa.
San Francisco e Berkeley messe insieme costituivano la
comunit pi progressista e radicale d'America. L'elettorato
di San Francisco fu l'unico della California a votare a favore
dell'erba e contro la pena di morte. La scena politica era
caratterizzata dai Democratici vecchio stampo che rappresentavano
l'ala conservatrice e, sull'altro campo, da quelli che
si proclamavano guerriglieri rivoluzionari. Fu un terreno fertile
per il Comitato per la difesa e il Fondo per la difesa degli
imputati, e il marito di Sally contribu alla semina con un
assegno di cinquecento dollari. Lei conosceva un inviato del
Chronicle e un esponente nero dell'Unione studentesca;
per di pi, il luogo e il periodo, San Francisco verso la fine
degli anni Sessanta, contribuirono a sollevare la protesta.
Sally and anche a trovare la madre di George, un'energica
donna nera con altri figli pi piccoli: James, William e
Stanley. Temeva che uno o pi dei suoi ragazzi avrebbe seguito
le orme del fratello grande. Quasi di sicuro William.
Aveva sedici anni e leggeva tutto quello che George gli consigliava.
George poteva scriverle, provare a convincerla, ma
doveva lasciare in pace gli altri suoi figli. Giusto o sbagliato
che fosse, George sarebbe stato distrutto.
- No, non lo lasceranno uscire di li, - disse la madre con
la voce rotta dall'angoscia. Tir fuori un pacco di lettere scritte
dal figlio, e dopo che Sally ebbe letto un paio di paragrafi,
ne depose una sul tavolo.
- Le dia a me, - disse Sally. - Gliele restituir. Sono convinta
che attireranno l'attenzione e la simpatia dell'opinione
pubblica... e soldi per la difesa.
- Se possono servire, le prenda pure.
Sally ne lesse molte nella camera d'albergo e durante il
breve volo che la riportava a San Francisco. Prima di varcare
il portone di casa, aveva gi affidato le lettere di George
a un bravo agente letterario, cui sarebbe venuta l'idea di domandare
a Jean Genet di scrivere un'introduzione al volume,
la qual cosa si rivel un'idea brillante che indusse la critica
a prendere il libro sul serio. Certo, aveva bisogno di una
revisione, ma anche le opere di autori affermati non possono
farne a meno. Nonostante alcuni errori di grammatica e
ortografia, le lettere rappresentavano la grandiosa esplorazione
tentata da un nero giovane e tenace che cercava di formulare
una visione del mondo tale da rispecchiare le realt
della sua esistenza. Sally era sicura che quelle lettere avrebbero
suscitato un'ondata di simpatia.
Quando il furgone della prigione sbuc nella piazza sulla
quale si affacciavano gli edifici amministrativi della citt, i
fratelli neri all'interno del veicolo guardarono fuori e videro
la cinquantina di manifestanti con i cartelli e la troupe del
telegiornale. L'inviato della televisione stava parlando con
Sally Rosen.
- Ahhh, amico... da' un'occhiata laggi! - esclam Big
Scott. - Finalmente un po' d'aiuto.
- Gi... ma sono tutti bianchi, - osserv Dupree.
- E allora? Nel mare di merda in cui ci ritroviamo, ogni
aiuto mi sta bene.
Il fotografo di un giornale stava aspettando che i carcerati
scendessero sulla banchina di carico su un lato dell'edificio.
- Ehi! - grid; tutti e tre si voltarono dalla sua parte, e
quello scatt una fotografia delle loro facce ammaccate dalle
botte. L'indomani mattina sarebbe finita sulla prima pagina
del San Francisco Chronicle. Al momento dello scatto, le
guardie non ci fecero caso. Pestare i carcerati era ordinaria
amministrazione. L'opinione pubblica non nutriva alcuna
simpatia nei loro riguardi, e i tribunali preferivano lasciare le
prigioni agli esperti, ovvero alla polizia penitenziaria.
Diversa fu la reazione di Sally Rosen non appena vide
George dietro le sbarre della cella di sicurezza del tribunale.
- Oh, mio Dio, che ti  successo?
Aveva l'occhio destro chiuso sotto un rigonfiamento grosso
come una pallina da golf.
- Mi hanno detto di stare zitto e io ho capito che dovevo
mettermi dritto.
- Ah, ah... questa si che  buona... ma non fa per niente
ridere. Posso sapere che diavolo  successo?
Lui le raccont tutto, punto per punto.
- Vuoi dire, - lo interruppe Sally, - che ti hanno fatto
questo mentre eri ammanettato?
- Erano in troppi per batterli, ma credi pure che ne sarebbero
rimasti di segni su quella pelle immacolata se...
- Forse possiamo ribaltare la faccenda a nostro vantaggio,
- disse l'avvocato. E in aula fu vibrante e appassionata:
- Immagini, vostro onore, che idea pu farsi il mondo di questa
scena... uomini neri incatenati come schiavi in un'aula di
tribunale nella seconda met del ventesimo secolo ! Li guardi
in faccia. Potrebbero essere morti, e questa corte avrebbe
giudicato un caso di moderno linciaggio...
- Signorina... Signorina Rosen, linciaggio  un termine
piuttosto esagerato.
- Quale parola descrive meglio l'evidenza dei fatti? Vostro
onore, faccia mettere a verbale che i loro volti sembrano
hamburger.
- No, nel verbale non verr trascritta questa espressione.
Hanno solo qualche livido, tutto qui. Sono stato informato
che hanno aggredito gli agenti di custodia incaricati della
scorta durante il trasferimento, e che sono stati resi inoffensivi
con il minimo della forza richiesta dalle circostanze.
- Vostro onore, - intervenne concitato il giovane sostituto
procuratore. - Col permesso della corte, l'udienza di
stamattina  stata convocata per le dichiarazioni di colpevolezza
e per stabilire la data del processo, oltre che per decidere
cosa intendono fare i coimputati del signor Jackson nel
merito del loro diritto a farsi rappresentare. Possiamo fissare
una data per ascoltare le obiezioni della difesa sulle questioni
collaterali.
-  vero, - concord il giudice Yankwich. - Possiamo
concordare che non esiste alcuna presunzione di rinuncia ad
alcun diritto altrimenti disponibile.
- Concordo, - cinguett l'accusa.
- Concordo su questo punto, solo su questo. Ma chiedo
che la corte ordini una perizia medica completa da parte di
esperti fuori della prigione, pi una documentazione fotografica
delle lesioni riportate dai miei clienti, e di quelle degli
agenti, ammesso che ve ne siano, oggi stesso, - pretese l'avvocato
difensore.
- Non ne ravvedo la necessit, - ribatt il sostituto procuratore.
- Lo ritengo pi che legittimo. Reputo doveroso che la
sezione diritti civili del dipartimento di Giustizia apra un'indagine,
ed  la richiesta che inoltrer al mio rientro a San
Francisco.
Il giudice Yankwich pieg la testa all'indietro e guard in
basso, il naso puntato sulla donna. - Siete convocati entrambi
nel mio ufficio tra quindici minuti, il tempo di fare un goccio
d'acqua. Non  richiesta la presenza degli imputati.
Quando Sally gir sui tacchi per lasciare l'aula, George
le fece un gesto, come a dire: Che sta succedendo? La risposta
di Sally si limit a un'alzata di spalle, in segno di altrettanta
confusione. Nel corridoio del tribunale, la donna
domand al sostituto procuratore: - Che gli passa per la
mente?
- Non ho idea. Evidentemente vuol fare di testa sua.
Il giudice Yankwich si era tolto la toga e stava indossando
la giacca del completo quando i due entrarono nel suo ufficio.
- Allora, - esord, - ho bell'e visto che andr a finire
in un circo... e io non voglio un circo nella mia aula o nel
mio tribunale -. Punt lo sguardo sul giovane sostituto procuratore
distrettuale e scroll il capo mentre soffocava una
risatina sotto un'aria triste. - Lei che ne dice?
- Noi non ci faremo intimidire da facinorosi o contestatori
turbolenti. Se la nostra polizia locale non  in grado di
impedire i disordini, possiamo sempre chiamare i rinforzi
delle pattuglie della polizia stradale o che altro.
- Giusto, ma io non intendo arrivare a questo... perci
ordiner un trasferimento del processo al tribunale di San
Francisco. Lei potr continuare a sostenere la pubblica accusa.
- La ritengo una decisione saggia, - intervenne Sally. Il
suo cuore palpitava di gioia. Anche a San Francisco sarebbe
stata dura, ma li c'era qualche speranza.
George, tuttavia, rest pessimista. - Non importa dove
sar il processo, mi daranno la camera a gas.
 4. La pistola.
A San Quentin, ogni internato nel Centro di adattamento
aveva diritto a un'ora d'aria al giorno. In realt avevano
un'ora ogni due giorni. Quando la guardia della sorveglianza
diurna prendeva servizio, aprivano una cella. Il
prigioniero usciva fuori e restava sul ballatoio per un'ora.
Poteva farsi la doccia (la prima cella era stata trasformata
in una sala docce) e sostare sul ballatoio fino alla fine dell'ora.
Poteva muoversi su e gi oppure fermarsi davanti a
un'altra cella e parlare attraverso le sbarre. Alla fine dell'ora
veniva richiuso dentro, ed era fatto uscire il detenuto
successivo. Siccome nella sezione c'erano diciassette uomini
e il turno di sorveglianza diurna era di otto ore, ci volevano
due giorni perch ogni recluso potesse usufruire
della sua ora d'aria.
Un detenuto nero di nome James Wilson era sul ballatoio.
Si stava ancora asciugando i capelli quando si ferm davanti
alla cella di George Jackson.
- Senti, - disse, facendo cenno a George di avvicinarsi
alle sbarre, cos da poter bisbigliare. Wilson si accost pi
vicino. - Senti un po', la mia donna ci porter una pistola.
Che ci possiamo fare?
George emise uno sbuffo. - Possiamo farla arrivare anche
qui?
- Non lo so.  per questo che te lo dico, capisci che voglio
dire?
- S... be' ... merda... non lo so. Ci devo pensare.
- Se ci tocca crepare, tanto vale portarci dietro qualche
bianco figlio di puttana.
Durante la notte, mentre gli altri carcerati parlavano
da cella a cella, solitamente di violenza, George non fece
altro che pensare alla pistola. All'inizio consider la difficolt
di farla entrare a San Quentin. Poi riflett che sembrava
difficile perch nessuno l'aveva mai fatto prima. L'idea
di un'arma da fuoco tra le mura della prigione era inconcepibile
per le autorit del penitenziario. Invece droghe
ne entravano in quantit. Perch non far passare una pistola
allo stesso modo? Certo, i pacchetti di droga erano
piccoli e leggeri, non come il chilo di marijuana introdotto
clandestinamente grazie a un fratello di Oakland. Qualcuno
all'esterno era arrivato in auto fino ai margini della
tenuta del penitenziario, al villaggio delle abitazioni del
personale, o al poligono di tiro, o alla palude accanto alla
riserva. L'automobile era uscita dall'autostrada, a fari
spenti, sobbalzando sulla strada sterrata dopo il cartello
Propriet privata. Dipartimento di Correzione penale
della California. Il pacco era stato lasciato nel punto convenuto,
probabilmente un bidone della spazzatura. Quando
il camion dell'immondizia del penitenziario aveva fatto
i suoi giri, era stato facile per il detenuto addetto alla
raccolta recuperarlo senza che le guardie se ne accorgessero.
I camion non venivano perquisiti quando entravano all'interno
passando per il cancello posteriore. Se un fratello fosse
stato addetto alle operazioni di carico, sarebbe stato
facile. Nessun nero avrebbe detto di no a George, a
meno che non avesse deciso di morire o di cercare la protezione
del capitano. Se fosse stata questa la sua scelta, sarebbe
andato incontro a morte sicura. Se l'avesse fatto un
bianco, probabilmente l'avrebbero ammazzato. La maggioranza
dei bianchi odiava George in uguale misura, o anche
di pi, poich il suo caso stava facendo scalpore sui
giornali di tutto il mondo.
S, probabilmente sarebbe riuscito a far entrare la pistola
dentro le mura, ma farla arrivare al Centro di adattamento
era un altro paio di maniche. Era sicuro come il Braccio
della morte. Per l'appunto, al terzo piano c'era il Braccio della
morte. Tutto ci che entrava veniva perquisito a mano e
controllato al metal detector. Senza dubbio c'era un modo
per introdurre clandestinamente la pistola dentro l'edificio,
ma non ci aveva mai pensato. E anche se ci fosse riuscito, a
che pr? Avrebbe scatenato il panico e forse accoppato un
paio di guardie, ma non sarebbe andato da nessuna parte:
sarebbe finito nuovamente in cella, o all'obitorio. Lo sapeva.
Eppure... che scelta gli restava? Meglio morire con una
pistola in pugno che finire legato alle cinghie della camera a
gas con tutte quelle facce di bianchi puntate addosso mentre
crepavi. Se doveva morire, sarebbe stato come spettava al capo
nero che lui era per il suo popolo.
 5. Adesso o mai pi.
Per molte notti la nebbia si lev dal mare e si rivers
sulla baia. Le luci esterne della prigione si offuscavano man
mano che venivano avvolte dalla bruma fitta. Gli unici
suoni che si udivano erano quelli delle onde contro i pilastri
e gli scafi, e il lamento della sirena antinebbia. La riserva
di San Quentin copriva una superficie di oltre ottocento
ettari. La zona di sicurezza, all'interno della cinta
muraria, era soltanto una frazione dell'area totale. Il resto
era costituito da un comprensorio residenziale per il personale
e da grandi costruzioni d'epoca vittoriana destinate
alle guardie e al capitano. S'innalzavano sul fianco di
una collina e si affacciavano sull'area recintata dalle mura.
C'era una fattoria, e anche alcuni tratti acquitrinosi.
Tutto era nascosto dalla fitta coltre grigia. All'interno delle
mura c'era una speciale linea di sicurezza antinebbia.
Certi cancelli erano chiusi a chiave, era vietato l'accesso a
determinate aree, e veniva rinforzata la sorveglianza in
certi punti schermati dalla bruma. I rinforzi erano disposti
soltanto all'interno della prigione vera e propria, non
nella riserva esterna.
Un'auto a noleggio con le targhe cambiate lasci la strada
pubblica poco trafficata e prese per la tenuta del penitenziario.
Propriet privata. Dipartimento di correzione
penale, recitava il cartello butterato dai proiettili. La vettura
parcheggi sul lato dove, immersa nella nebbia, non
sarebbe stata notata dall'agente che fosse passato di l tornando
a casa. Dall'auto scese una figura con una busta di
Macy's in mano. Si affrett lungo il sentiero stretto e dissestato.
Comparvero dei fari, come un paio di occhi gialli
saltellanti. La figura si acquatt da una parte e rimase distesa
sulla schiena finch il veicolo pass oltre.
Il terreno in quella zona era un misto di pantano e palude.
La figura segu la carreggiata e percep vagamente un
lampione a vapore di mercurio sopra l'entrata. Il fascio di
luce era molto corto nella nebbia. La figura aggir la luminescenza
restando nella penombra brumosa e nel buio della
notte per percorrere gli ultimi quattrocento metri, poi
deposit il pacchetto nel posto stabilito.
Al mattino i camion della prigione uscirono dal varco
posteriore per svolgere le loro mansioni. Uno era quello
dell'immondizia; agganciava i bidoni della spazzatura, rovesciava
il contenuto nel frantumatore e infine trasportava
tutto a una discarica di Richmond; poi tornava a San
Quentin. Il furgone della lavanderia, invece, pass per gli
alloggi del personale di custodia, consegn la biancheria
pulita e ritir quella sporca. Fece una fermata anche nelle
abitazioni del direttore e del vicedirettore del penitenziario
per ritirare biancheria e lenzuola sporche. Altri camion
trasferirono le squadre degli operai che ripulivano i canali
di scolo ostruiti dalle erbacce, oppure spalavano asfalto
rovente per riempire le buche della strada.
Un detenuto su uno dei camion recuper il pacchetto, e
dopo averlo fatto passare per il cancello principale, lo introdusse
dentro le mura di San Quentin. Una pistola nella prigione
era il contrabbando pi temuto. Era cento volte pi
probabile che i carcerati introducessero eroina. L'ultima pistola
portata dentro di nascosto fu restituita come stratagemma
per ottenere in cambio la libert vigilata. Funzion. Ma
questa pistola non era uno stratagemma. Era la chiave di un
piano di evasione tentato da un manipolo di temerari disperati,
e quasi certamente destinato a fallire.
Nella sua cella al pianterreno del Centro di adattamento,
George si allenava, cento flessioni sulle braccia, in serie
da venti alla volta. Era mattina presto, e quasi nessuno
era sveglio. Parlavano tutta la notte e dormivano fino
al pomeriggio. Di questo non fregava niente a nessuno.
George non aveva la vista sulla piazza e sul Giardino
del bello per via della barriera di legno di sequoia alta due
metri e mezzo fuori dell'edificio, ma le finestre erano aperte
e poteva sentire i passi dei detenuti che attraversavano
i viali in direzione del varco pedonale. Raggiungevano il
posto di lavoro, oltre la cinta muraria, nel bar interno riservato
al personale, alla stazione di rifornimento, nella
barbieria o nelle case dei funzionari d'alto rango.
George stacc con le flessioni e si mise in ascolto accanto
alle sbarre. Ogni mattina alcuni carcerati neri lo
chiamavano a gran voce: Resisti, George! Oppure: Potere
al popolo, George! Non erano questi, tuttavia, il
messaggio o la voce che avrebbe voluto sentire. La tensione
dell'attesa era una morsa che lo attanagliava al petto.
Dove cazzo era andato a finire lui...
George sent la chiave girare nella serratura della cancellata
all'ingresso. Un movimento studiato, silenzioso...
era evidente che era arrivato uno sbirro sul ballatoio.
- Ehi, George, - grid la voce che stava aspettando.
- Dove sei, compagno?
George rimase zitto. Sper che l'uomo fuori facesse altrettanto.
Sfiga. - Ehi, George, sei laggi?
- 'Fanculo... - S, io e lo sbirro.
- Sgombro subito, - bisbigli la voce. - Killer Shorty
dice che  tutto a posto. Ha il pacco,  pronto a consegnarlo
quando vuoi.
- Sta' attento. Tieni la bocca chiusa.
- Muto come una tomba.
George ud il tintinnio delle chiavi su una catena e vide
la guardia. Era Sylvester, l'unico agente di colore.
- Falla finita, George, o sar costretto a cancellare l'ora
d'aria sul ballatoio.
Lui annu. - Si, va bene. Sto solo cercando di tenere
alto il morale.
- Il processo inizia tra un paio di settimane, eh?
- Gi... nel tribunale dell'uomo bianco...
- Non si sa mai che far una giuria. Dopotutto, il processo
 a San Francisco... molto progressista...
- Lo sappiamo tutt'e due che il verdetto sar di colpevolezza.
Di' un po', com' che un fratello come te lavora
in una prigione?
- Ho famiglia, e sempre un lavoro statale con i sussidi
e tutto il resto.
- cos non te ne frega niente se aiuti questi stronzi a
schiacciare il piede sopra la testa dell'uomo nero.
- Io non la penso cos. La maggioranza dei fratelli si ritrova
qui perch se l' presa con altri neri... compreso te.
- Che cavolo dici?
- Ho dato un'occhiata al tuo fascicolo. Correggimi se
sbaglio, ma non hai svaligiato la rivendita di alcolici di un
nero?
- S,  vero. Avevo diciannove anni e non sapevo che
le cose stavano diversamente. Adesso non lo rifarei... E
che cazzo, di sicuro non me ne starei seduto a fare il carceriere
dei neri chiusi in gattabuia.
- Meglio carceriere che galeotto... e i miei figli non finiranno
mai con l'assistenza sociale.
- Hai ragione. Te lo concedo, anche se l'uomo bianco
ti ha lavato il cervello con le sue stronzate.
- Grazie, George, anche se il presidente Mao ha lavato
il tuo, di cervello, con quelle stronzate sul comunismo.
Sylvester batt le chiavi contro le sbarre della cella in
segno di saluto e prosegu il suo giro di perlustrazione.
Nessuno sul ballatoio sapeva della pistola. George aveva
tenuta segreta l'informazione per pi di un motivo. Era
sicuro che nessuno di quei detenuti avrebbe fatto la soffiata
all'uomo bianco, ma poteva accadere che l'uno o l'altro
andasse a dirlo a qualcuno di cui si fidava ciecamente,
e che questo qualcuno sarebbe andato a dirlo in confidenza
a qualcun altro, e che uno di questi avrebbe potuto tenere
di pi alla libert vigilata che al buon nome tra i compagni.
Era rimasto scottato in pi di un'occasione, per essersi
fidato di un pezzo di merda. Stavolta sperava che non
ci sarebbe stato tradimento, quanto meno lui stava facendo
il necessario per evitarlo. Ma la miccia era gi stata accesa,
e avrebbe dovuto stare molto attento prima che la
bomba scoppiasse. Il piano era fantasioso, ma John Dillinger
era riuscito a evadere con una pistola fatta col sapone
e annerita col lucido da scarpe.
George s'inginocchi nello spazio ristretto accanto alla
branda e si allung per dedicarsi ancora alle flessioni.
Aument a venticinque il numero per serie. Gli avambracci
e le dita gli facevano male quando arriv in fondo. Si
mise in piedi e scroll le braccia per sciogliere i muscoli.
Bene. Sbrigare la corrispondenza o leggere un libro? Ogni
volta che arrivava la posta gli consegnavano una pila di lettere
spedite dalla gente pi varia, da quelli che gli portavano
la parola di Cristo a certi sciroccati che gli chiedevano
le cose pi strambe. Qualcuno inviava denaro. George
rispondeva sempre con due righe di ringraziamento. Quella
mattina non ne aveva voglia. Una pistola destinata a lui
era dentro le mura della prigione. L'esaltazione iniziale
adesso era frammista a qualcosa di simile alla paura. No,
non era paura.
Dall'entrata sopraggiunse il clic ciac del congegno di
chiusura, seguito dal rumore di una chiave che apriva una
cella. Bartlett, uno dei due detenuti bianchi di quel ballatoio,
usciva per la sua ora d'aria; andava a farsi la doccia
per poi dedicarsi a un po' di moto, che consisteva nel camminare
su e gi per il ballatoio stesso. Gli uomini relegati
in questa met del piano non scendevano mai nel cortile
piccolo. Erano reclusi in regime di massima sicurezza. Il
secondo piano, che ospitava un gruppo misto di detenuti,
usciva all'aperto. Al piano alto era interdetta l'uscita all'esterno:
era il Braccio dei condannati a morte n 2. Bartlett
occupava la seconda cella, e la prima era quella adibita
a sala docce, di modo che la guardia che piantonava
l'ingresso poteva guardare all'interno di sguincio oppure
sbirciare attraverso una finestrella sulla parete. Bartlett
era sulla quarantina, il che faceva di lui un condannato anziano,
considerato che in quel mondo l'et media era ventitr
anni. Criminalit e prigione erano giochi per la giovent.
Era in attesa di giudizio per aver tentato di corrompere
una guardia allo scopo di farsi consegnare della droga.
A leggere, George proprio non ce la faceva. La sua mente
si rifiutava di concentrarsi. Altri pensieri scacciavano
le parole, e la pagina avrebbe potuto benissimo essere in
sanscrito. Magari avrebbe potuto scrivere una lettera. Prese
in mano la pila di lettere in attesa di una risposta. Ne
riceveva tante quante quelle di tutti gli altri messe insieme.
Gli addetti alla censura sequestravano ogni missiva
solidale con la rivoluzione, anche se alcune inneggianti al
potere al popolo, lo slogan pi diffuso del momento, riuscivano
ad aggirare i controlli. George sapeva di avere dei
simpatizzanti, l fuori. Ogniqualvolta andavano in tribunale,
a San Francisco, le strade circostanti e i corridoi del
palazzo straripavano di ex guerriglieri, e gli avvocati gli
inoltravano lettere provenienti da tutto il mondo. Alla prigione
potevano intercettare quelle illecite, ma non avevano
il diritto di ficcare il naso o interferire in qualsiasi scritto
spedito da un legale.
Poich le notizie che gli giungevano mentre era recluso
nelle viscere pi profonde di San Quentin erano una distorsione
della realt, George credeva davvero che la rivoluzione
fosse dietro l'angolo. Le bombe che esplodevano
nei campus universitari, le citt americane in fiamme nell'estate
torrida: era quanto vedeva dall'osservatorio
sprofondato sottoterra della sua segregazione, quanto bastava
per alimentare la sua illusione che la gente di colore
stava sovvertendo l'Amerika dentro e fuori la prigione.
 6. Giusto processo di ribellione.
Paul Jackson, il fratello sedicenne di George, chiamato affettuosamente
Poo sia da George sia da Nadine, la sorella pi
grande, arriv per primo in parlatorio. Era seduto al lungo
tavolo col divisorio all'altezza del mento da quasi un'ora, gli
occhi puntati sulla porta d'ingresso ogni volta che si apriva.
La sala colloqui, mezza piena, era immersa nel brusio delle
conversazioni, ma George tardava a presentarsi. Ci impiegavano
sempre un bel po' ad accompagnare George. Per lui ci
volevano due guardie di scorta, e non sempre erano disponibili
perch assegnate ad altre mansioni, o almeno cos gli avevano
spiegato quando aveva chiesto chiarimenti.
Finalmente George varc la soglia. Poo lo accolse con un
sorriso. Il suo fratellone riusciva a fare lo spavaldo anche con
le manette ai polsi. Si sedette sulla panca di fronte a Poo.
- Novit? Che aria tira, Poo?
- Calma piatta, - replic Paul Jackson. - E tu, come te
la passi?
- Cerco di resistere nel ventre della bestia... - rispose
George.
- Se qualcuno pu farcela, questo sei tu. Vende bene il
tuo libro?
- S... ma l'hanno rivisto, e l'hanno reso meno rivoluzionario
di come lo volevo, capisci che voglio dire?
- Sono d'accordo. Quando l'ho letto, ho pensato: s, 
cos, questo  George, ma non c' tutto di George.
- Ne sto iniziando un altro... Non sono lettere stavolta,
ma quel che davvero voglio dire: che bisogna rovesciare questo
sistema di merda fascista che ha in mano il potere e opprime
la gente di colore. Chi controlla i mezzi di produzione
controlla tutto. Non sono uno studioso marxista vero e proprio.
Da cinque o sei anni leggo quel che mi capita per le mani,
e un po' di cose le so. Sono un seguace del presidente Mao.
Sai che ha detto?
Paul scroll la testa.
- Ha detto: abbi paura del drago, quando si aprono i cancelli
della prigione.
Paul annu. - Oh, s! E uno che sa il fatto suo.
- Hai trovato il libro che ti ho raccomandato?
- Quale? Me ne hai consigliati cos tanti...
- Quello di Debray, sulla guerriglia urbana.
- Me l'hanno ordinato in libreria.
- Ti ha chiamato Jimmy C.?
- Il giorno dopo che  uscito. Verr in tribunale per vederti.
George annu, e un sorriso gli illumin la faccia.
- Non  il processo, vero? - soggiunse Paul.
-  solo per ascoltare le istanze.
- Fino a quando farai durare questo processo farsa?
- La prossima settimana. Ci saranno i giornali e le televisioni
di tutto il mondo.
- Lo so -. Paul si accosta e abbassa la voce, e contemporaneamente
si strofina la bocca per evitare che qualcuno possa
leggergli le labbra. - Sono pronto a concludere quell'azione
per te e per chiunque  con te. Ho messo insieme un
arsenale da paura.
- Dove li hai presi i pezzi?
- Meglio che non lo sai.
- Non l'hai detto al mio avvocato, vero? Non la voglio
nei paraggi quando le cose precipitano.
- No, che cazzo ! Sapevo di doverla tenere fuori. Non deve
sapere. Dobbiamo inventarci un sistema per farla restare
a casa quel giorno.
- Dir a Willy di tenersi pronto. Non c' un segnale che
posso dargli?
- Be', quando mi vede tra il pubblico, sapr di doversi
tenere pronto, perch la gazzarra pu scoppiare da un momento
all'altro.
- Sei pi che un ragazzo, fratello, - disse George, solenne,
annuendo per sottolineare il senso delle sue parole. - Sei
diventato un compagno.
- Piantala, fratellone.
- Cambieremo le cose, un pochino, un po', e un altro po',
e quando cadremo, lasceremo che qualcun altro raccolga la
nostra spada.
Quando Paul si alz per andarsene, l'agente di custodia
telefon all'ufficio del cortile perch mandasse due guardie
di scorta. Paul usc levando in alto il pugno chiuso. - Potere
al popolo ! - disse, voltandosi verso George, ma era gi a
meno di mezzo metro dalla guardia che sorvegliava la sala
colloqui, alla porta d'ingresso.
George si avvi dall'altra parte, e prese per un cubicolo di
un metro che conduceva a una porta d'acciaio con una finestra
di controllo dal vetro perennemente appannato. Buss,
ancora ammanettato, e l'anziana guardia che lavorava tra i
due varchi sbirci dal vetro e apr. Era sola in quella postazione,
ma al cancello d'ingresso c'erano due o tre agenti dietro
delle fasce d'acciaio che servivano da sbarre. Panche imbullonate
al muro correvano su entrambe le pareti del passaggio.
Spesso, come quel giorno, era vuoto, o quasi. La vecchia
guardia gli fece cenno con l'indice di avvicinarsi alla panca
sull'altro lato del corridoio. La panca era accanto a un piccolo pissoir col pannello divisorio che copriva dalle ginocchia alle
spalle. C'era soltanto l'orinatoio. Era una prigione esclusivamente
maschile.
La vecchia guardia sbirci attraverso il finestrino che dava
sul Giardino del bello. La scorta sarebbe stata li in una
manciata di secondi.
- Vieni, George. Ecco le tue guardie del corpo.
George si alz in piedi, le manette ai polsi, mentre la vecchia
guardia apriva la porta d'acciaio interna e uno degli
agenti della scorta faceva capolino.
- Pronto, George?
Il nero rispose con un cenno della testa, e si ritrov alla
luce splendente e tiepida del sole. Per un attimo chiuse gli
occhi, fotografando mentalmente la scena e le sensazioni del
momento.
- Muoviti, George, - fece da dietro l'agente a capo della
scorta.
George s'incammin a petto in fuori, conscio del fatto
che i carcerati lo stavano osservando dalle finestre del secondo
e terzo piano del Centro di adattamento, e che altri occhi
erano puntati su di lui tra la folla che sostava fuori della
cappella, oltre la vasca dei pesci. George si ricord che alcuni
detenuti avevano rubato un alligatore appena nato dall'edificio
della scuola e l'avevano liberato li nella vasca. Albert,
il pluriomicida (aveva sterminato la famiglia) addetto alla cura
dei pesci, era andato fuori di testa. I detenuti si erano tenuti
alla larga dalla zona per una settimana. Albert squadrava
tutti con aria sospettosa, e nessuno voleva diventare il
principale presunto colpevole per finire probabilmente in pasto
all'alligatore. Quel ricordo era buffo, e George soffoc
una risata. Le guardie avrebbero potuto pensare che rideva
di loro.
Il Centro di adattamento sorgeva accanto a una struttura
in legno di sequoia che in altri tempi poteva essere
stata un chiosco di hot dog o un caff. Era l'ufficio del cortile,
delimitato da quattro pareti vetrate. L'edificio che
s'incontrava prima di questo ospitava una stanza segreta
tristemente famosa per i pestaggi che avevano luogo al suo
interno, al riparo da occhi indiscreti.
Come spesso accadeva quando George tornava da una
visita, un detenuto bianco sulla quarantina era seduto con
un libro in mano sul davanzale di una finestra, sull'altro lato
della strada asfaltata che conduceva all'ufficio del cortile.
Ogni volta alzava la testa e seguiva con lo sguardo George
mentre percorreva gli ultimi trenta metri che lo separavano
dal Centro di adattamento. Si guardavano l'un l'altro
e si scambiavano un saluto con un lieve cenno del capo.
Il gruppo raggiunse la porta del Centro di adattamento e
uno degli agenti di scorta suon il campanello.
- Chi  quel detenuto laggi? - chiese George.
- Quale?
- Il bianco che legge sempre, da quella parte.
- E Jimmy Farr. Impiegato all'ufficio del cortile.
La porta si apr e George fu condotto all'interno. Gli tocc
spogliarsi per la perquisizione corporale.
Le ombre che si spostavano sul pavimento indicavano l'ora
approssimativa. Se superavano una certa crepa sul cemento,
era in arrivo il carrello del vitto. Si apr il cancello all'ingresso,
e George inizi le sue serie di venticinque flessioni
sulle braccia proseguendo anche mentre il carrello si muoveva
da una cella all'altra. Quando il carrello giunse all'ultima
cella e torn indietro in direzione dell'uscita, George aveva
finito gli esercizi e il pasto. Il carrello avrebbe proseguito sull'altro
lato, che ospitava le gabbie occupate dai militanti bianchi
e dai chicanos, gli uni accanto agli altri. Non c'era ostilit
fra loro. Molti si conoscevano perch abitavano in zone limitrofe,
nei vasti barrios collegati tra loro di East Los Angeles.
E sfoggiavano gli identici tatuaggi delle stesse bande di strada:
White Fence, Hazard, El Hoyo Mara, Tortilla Flats,
Clanton, Temple Street... Da poco seguivano i neri per formare
una superbanda che soppiantasse tutte le altre.
George udiva il rumore dei cucchiai che raschiavano gli
ultimi resti di cibo. Scott lo chiam a voce alta.
- Ehi, George, che succede, amico? Ti  venuto a trovare
quel figliolo di casa tua?
- S.
Willy Easter occupava una cella in fondo al ballatoio.
- Scott, - chiam. - Chiedi a George se il ragazzo aveva
un messaggio per me.
- Digli di s. E tutto a posto, - grid George.
- Ho sentito, - replic Willy. - Vengo a parlargli domani,
quando esco dalla doccia.
- Digli che per me va bene, - ribatt George.
- George dice che gli sta bene, - rimbalz Scott.
- Evvai! Ewai! Ewai! - esclam Willy, eccitato, immaginando
il suo momento di l a qualche giorno. Qualcuno nella
cella attigua avrebbe potuto sentirlo sbuffare e grugnire
mentre boxava con l'ombra, con la grazia spigliata di quando
ballava. Ahim, aveva appena vent'anni quando aveva varcato
il cancello della prigione. L'avevano beccato che stava
portando via una Cadillac Eldorado a un tizio, facendo la faccia
brutta e la voce grossa. A quel ricordo, sorrise scoprendo
i denti. Eccome, se li aveva ridotti a stecchetto, i bianchi!
Willy ud aprirsi il cancello d'ingresso. Sbirci attraverso
le sbarre e vide il pivello (cos i detenuti di vecchia data
chiamavano questo secondino) entrare col congegno manuale
per contare i corpi e con una bracciata di posta.
- Ehi, George! - url Willy. - C' un'altra sacca di posta
in arrivo per te!
Willy ricevette una lettera dall'avvocato, ogni cella ne
ritir da nessuna a quattro, una cinque, mentre a George
ne furono recapitate ben tredici, e tutti la presero a ridere.
Tutti tranne Spolight Edison, il detenuto dell'ultima
cella, la numero 17.
- Che mi prendesse un colpo, fottutissimo cazzone che
sono, - imprec con tutta la rabbia che aveva in corpo.
- Tu e le tue cinquanta puttane che ti scrivono quelle lettere
sporcaccione. E io, un cazzo di niente. Se mi ammazzassero
e mi seppellissero sotto quel sudicio bastardo, nessuno
farebbe una fottuta domanda per sapere che fine ho fatto.
- Piantala di frignare, mezzasega, - intervenne George.
- Sarai con me nella rivoluzione.
- Rivoluzione? Merda ! Ci seppelliranno in questa chiavica.
Ci vogliono mandare alla camera a gas... specialmente
te, George.
- Lasciami leggere in pace le mie lettere.
- Arrivata posta da Angel?
Angel era il nomignolo che entrambi avevano affibbiato
alla bellissima giovane nera che era comparsa spesso in aula.
Non faceva che sorridere a George.
George rispose con un grugnito. Era immerso nelle parole
di Angel.
Non avevo mai visto un nero in catene finch non ti ho visto in
piedi, circondato da tutti quei bianchi, il giudice bianco, il procuratore
distrettuale bianco, gli avvocati bianchi, gli sbirri bianchi, e il
pubblico quasi tutto di bianchi. Eri alto e fiero come un re, o come
Ges, e io avrei voluto essere accanto a te e affrontare il mondo come
fossimo una persona sola.
Avrai il mio sostegno alla prossima udienza, contaci.
Potere al Popolo.
A.
Lesse la lettera due volte e se la premette sul viso, per assaporarne
l'odore. Non l'avrebbe mai confessato a nessuno,
ma non aveva mai fatto l'amore con una donna. Una sera si
era ritrovato coinvolto in uno stupro di gruppo ai danni di
una ragazza, una stupida che si era avventurata per il vicolo
sbagliato in cerca di droga, ma la reazione di George era stata
di disgusto anzich di eccitazione. Aveva fermato gli altri
e aveva aiutato la ragazza a sistemarsi i vestiti prima di accompagnarla
quasi sulla soglia di casa. Non era arrivato alla
porta per ovvi motivi.
Dall'entrata giunse il rumore della scatola dei comandi
delle celle che veniva aperta, seguito dal cigolio di una porta
che si schiudeva.
- Ora d'aria, McGinnis!
- Eccomi, capo. Vengo subito.
La cella si richiuse, poi seguirono lo scatto metallico del
pannello di controllo e lo scroscio dell'acqua. George fin di
controllare la posta. Terminata la doccia, McGinnis comparve
davanti alla sua cella. - Salve, George.
- Che c', amico?
- Ho bisogno di un favore. Una cosa importante. Ti chiedo
di chiamarmi a testimoniare. Devo vedere una persona
in tribunale.
- Puoi dirmi che cosa  cos importante?
- Devo arrivare al telefono a monete nella prigione del
tribunale e chiamare la mia donna. E rimasta incinta ed 
convinta che io odier il bambino. Sta pensando di abortire.
Non siamo sposati, cos non le daranno il permesso di venirmi
a trovare. 'Fanculo a tutto. Gi fanno fuori troppi
bambini neri in tutto il mondo....
- Gi. Niente cazzate del genere.
Pi tardi, fu il turno dell'apertura della cella di George.
- Doccia e ora d'aria, Jackson!
- Va bene. Arrivo.
Usc sul ballatoio in calzoncini corti, ciabatte e un asciugamano
intorno al collo. Sfil davanti alle gabbie con aria spavalda,
salutando militarmente o con una strizzatina d'occhio.
All'altezza della cella di Willy, si ferm e si accost alle sbarre,
ignorando la guardia che gli ordinava di riprendere a camminare.
- Aggiungilo alla lista, - disse George a Willy.
- Ah, amico, non so se posso.
- Certo che puoi. Fallo e basta. Se l'avvocato non approva,
dirai al giudice che  necessario.
La guardia cominci a battere sulle sbarre del cancello all'ingresso.
George entr nella sala docce. Scomparve tra le spire di
vapore che fuoriuscivano sul ballatoio.
Era il giorno del processo di Willy Easter. George sarebbe
stato portato in tribunale insieme a lui come potenziale
testimone. Il giorno prima era scoppiato un pandemonio
quando la pistola introdotta clandestinamente era stata scoperta
da un carcerato bianco durante il giro di raccolta della
spazzatura. Ritenendolo un lasciapassare sicuro per la scarcerazione,
il galeotto l'aveva consegnata al primo secondino
in vista, ignorando che fosse il biglietto di George per uscire
di galera.
George aveva detto a Willy di stare attento al segnale di
Paul. E, se era quello il momento in cui avrebbero tentato
la fuga, di non abbandonarlo nella cella del tribunale.
Le misure di sicurezza adottate per il trasferimento in aula
furono estremamente severe. Anche Dupree veniva condotto
li. Era l'alibi di Willy.
Quando il corteo di vetture lasci la prigione, chi avesse
assistito alla scena avrebbe potuto pensare che stesse
passando il governatore o il presidente. Aprivano la fila tre
auto della polizia con i lampeggianti blu accesi e le sirene spiegate:
ciascuna trasportava un prigioniero, separato dalle guardie
armate a bordo da un tramezzo divisorio. In coda, un altro
veicolo carico di guardie, pi una motocicletta che procedeva
a zigzag per impedire ad altre vetture di sorpassare o
di inserirsi nella colonna. Quando il convoglio raggiunse il
tribunale, fu accolto da una folla di manifestanti vocianti e
combattivi, alcuni con dei cartelli. Tutti applaudivano e inneggiavano
non appena ogni prigioniero veniva fatto scendere
dal veicolo e sospinto in fretta dentro il palazzo.
La tensione era altissima, e gli occhi erano puntati sui detenuti
che venivano scortati in aula. E non era neppure il processo,
soltanto l'udienza per la presentazione delle istanze.
Sia Scott sia Willy rifiutarono i difensori d'ufficio, sostenendo
che per loro si profilava l'eventualit della pena capitale e
che c'erano degli avvocati disposti a offrire il patrocinio gratuito.
E Sally Rosen aveva assunto la difesa di George. S, il
caos era totale, ma la battaglia era decisamente avvincente.
Mentre si svolgeva il dibattimento relativo al caso di
Willy Easter, i detenuti aspettavano nelle celle della prigione
del tribunale, e alle guardie carcerarie si erano aggiunti
tre commessi armati. L'ufficiale capo aveva una pistola.
Gli altri erano armati di manganelli speciali di dimensioni
ridotte che all'occorrenza sparavano gas lacrimogeno.
Il gas non ti ammazzava n ti accecava per sempre, ma se
ti investiva a distanza ravvicinata, eri fuori combattimento
per il resto della giornata.
Dopo decenni di severe misure di sicurezza, adesso si tendeva
a tenere bassa la guardia. Gli agenti erano quasi tutti
di una certa et, perch quel compito era ritenuto a basso rischio.
L'imputato non era l per un'accusa di duplice omicidio
con centoquattro coltellate, magari inferte dritte nelle
orbite. Willy Easter aveva solo dato di matto. Fino a quella
mattina era stato un detenuto modello. L'agente Murchison
descrisse l'accaduto con parole molto semplici.
- Ero l, in piedi, a un'estremit del banco delle vivande
numero uno del refettorio nord. I prigionieri sfilavano davanti
al banco con i vassoi in mano, in attesa che gli addetti
alla distribuzione dei pasti servissero le porzioni negli appositi
contenitori. Per quel che ricordo, davano panini alla
cannella e burro di arachidi. Notai questo vero signore mentre
prendeva vassoio e cucchiaio all'inizio della fila... Chiss
perch, mi guardava con aria ostile. Ci sono abituato, si
capisce. Voglio dire, San Quentin non ispira certo coccole o
moine, mi spiego? A ogni modo, gli lanciai un'occhiata a mia
volta. Aveva gi preso il panino e stava aspettando il burro
di arachidi. Poi il mestolo di latte... e io ero l, all'estremit
del banco, a vigilare che qualche detenuto non allungasse la
mano per arraffare un bel po' di panini. Lui, quel tipo, non
mi stacca gli occhi di dosso, con quello sguardo che vuole incenerirmi.
Mi accorgo che tiene il vassoio con tutt'e due le
mani... certo, alcuni lo tengono cos, ma la maggioranza usa
una mano sola. Sembra impedito. Nell'attimo stesso in cui
tende i muscoli io scatto e mi metto a correre. Stava per darmi
una coltellata sul sedere. Ci siamo messi a correre tra i tavoli,
quelli lunghi, poi sono saltato su un tavolo e ho fatto
un paio di passi di corsa prima che un piede mi finisse sopra
un vassoio facendomi perdere l'equlibrio. Sono andato a
gambe all'aria, piombando sul sedere e sulla schiena e scivolando
per tutta la lunghezza del tavolo sui vassoi del vitto.
Quando sono arrivato in fondo, com'ero ridotto! I detenuti
ridevano, io correvo e quel tizio mi tallonava con un arnese
appuntito in mano, forse una vecchia lima che era stata
affilata apposta. Sono stato svelto a svicolare e a rifugiarmi
dentro la cucina... Lui continuava a inseguirmi tra i
bollitori mentre tutti se la davano a gambe, finch sono
arrivati il tenente Seemen e il sergente Snellgrove e gli
hanno sparato addosso il gas lacrimogeno. No, non saprei dire
perch se l' presa proprio con me.
L'avevo visto in giro per la prigione,
ma non mi ricordo di avergli mai parlato prima, o di essermi
scontrato con lui...
Le panche del pubblico erano vuote per precauzione, in
caso George fosse stato chiamato a testimoniare. Il giudice
non voleva che il processo di Willy diventasse ci che stava
diventando quello di George: un evento di fronte ai giornali
e alle televisioni di tutto il mondo.
Nel parcheggio, un giovane nero alto e magro scese da un
furgone giallo preso a noleggio. Tenendo in mano una pesante
busta della spesa, entr nel palazzo del tribunale passando
per l'ingresso laterale. Nel corridoio non c'era nessuno, a eccezione
degli avvocati e delle parti in causa accalcati con le
sigarette in mano davanti alla porta di una delle quattro aule.
Non era quello il processo che gli interessava.
Sbirci attraverso la finestrella di vetro sulla porta successiva,
e vide un agente di custodia avanzare lungo il corridoio
tra le file di posti a sedere, proprio in direzione dell'entrata.
Si scans da una parte. La porta a doppio battente si spalanc
e la guardia prosegu per la sua strada. Il giovane nero entr
in aula mentre il giudice diceva all'agente sul banco dei testimoni
che la sua deposizione era finita e che per quella mattina
poteva andare.
- Lei  comunque vincolato dal mandato di comparizione
ed  tuttora sotto giuramento, per cui  tenuto a restare
a disposizione finch la corte non la congeder definitivamente.
Mi sono spiegato?
- S, signore. Resto nei paraggi nel caso qualcuno chiede
di me.
- Esatto... - Il giudice alz lo sguardo sull'aula.
- L'udienza  sospesa fino alle 13,30 Ratific la decisione con
il martelletto.
Il giovane di colore, che era Paul, il fratello sedicenne di
George, si piazz in fondo al corridoio centrale ed estrasse
dalla borsa un mitragliatore Uzi a canna corta di fabbricazione
israeliana.
- Bene, signori, adesso comando io, - annunci, spianando
l'arma contro il commesso del tribunale che piantonava
l'ingresso dell'aula. - Vieni avanti, cos posso tenerti d'occhio.
Il commesso era un tecnico in pensione che arrotondava
il suo assegno mensile con lo stipendio che gli derivava dall'impiego
in tribunale. Non voleva ficcarsi nei guai con quel
giovane nero inferocito col fucile automatico. Si avvi per il
corridoio, le mani in alto, e varc la balaustra girevole dalla
quale si accedeva sul davanti dell'aula. L'altro commesso era
rimasto immobile accanto alla porta di accesso alle celle di sicurezza.
I prigionieri all'interno stavano tempestando di colpi
la porta e urlavano: - Sbrigati, amico! Apri questo cazzo
diporta! Dai, fratello! Facci uscire!
Paul grid di liberare i prigionieri. Quando il commesso
obbed, George e Scott irruppero nell'aula. George riusc a
impadronirsi di una pistola, strappandola a uno degli ufficiali
giudiziari armati.
- Nessuno morir, - dichiar George, assumendo il comando.
- Usciremo tutti da quest'aula, con calma. In modo
pacifico.
Ordin al giudice di scendere dal suo scranno e di aprire
il corteo: a fianco dei quattro detenuti, su entrambi i lati,
procedevano lo stenografo, il commesso e i due ufficiali giudiziari
ormai disarmati.
La porta che conduceva alle celle fu chiusa a chiave dall'interno,
ma mentre il gruppo abbandonava l'aula, gli agenti
dall'altra parte iniziarono a picchiare sulle porte e diedero
l'allarme a tutti gli sbirri della citt, comunicando che era in
corso l'evasione di un nutrito gruppo di detenuti.
Nel gruppo di ostaggi erano stati coartati anche il giovane
procuratore distrettuale e altri due agenti di polizia che
si trovavano nei corridoi. Mentre entravano in ascensore, il
giovane procuratore ruppe il silenzio.
- Non ce la farete mai a scappare cos, lo sapete. Ci sar
un esercito intero, li fuori, ad aspettarvi.
- Chiudi quella bocca del cazzo o ti ammazzo, - minacci
George. - Noi galeotti moriremo con le armi in pugno,
da uomini. Tu, come vuoi morire?
L'ascensore scendeva lentamente. Paul stava per dire qualcosa,
ma un'occhiata del fratello bast a zittirlo.
Al pianterreno, l'atrio brulicava di sbirri, le armi puntate
contro i fuggitivi.
- Sgombrate l'atrio, - grid George, - o iniziamo a far fuori
gli ostaggi. Il giudice per primo. Vogliamo un furgone col
motore acceso davanti all'uscita. Un furgone grande abbastanza
da entrarci tutti. Tra cinque minuti, o qualcuno morir.
I poliziotti batterono in ritirata, schizzando fuori dal portone.
- Non sparate, - disse uno sbirro con i gradi, l'ultimo davanti
all'uscita. - Avrete il furgone.
La calura nell'atrio era opprimente. I sequestratori, non
meno degli ostaggi, faticavano a respirare. L'attesa era una
tortura.
- State calmi quando usciamo dal portone, e non morir
nessuno, - sentenzi George rivolto agli ostaggi. - Se anche
uno solo di voi prova a scappare, prima ammazzo lui, poi gli
altri. Datemi retta, e ce la faremo. Vi libereremo tutti non
appena saremo al sicuro.
Dopo qualche minuto fece ritorno lo sbirro con i gradi.
- C' un furgone rosso che vi aspetta, c' posto per tutti.
Ho dato l'ordine di non sparare, a meno che non siate voi
a fare fuoco.
- Grazie, capitano, - rispose George, gentile. - Adesso
vai avanti tu, ma tieniti vicino al giudice, in testa alla fila.
Mentre avanzavano lentamente fuori dall'edificio, notarono
che l'unico veicolo in vista sull'altro lato della via era
un furgone rosso parcheggiato all'ombra di un albero. Tutto
era immobile, si udiva soltanto il ronzio assordante degli
insetti.
George spinton il giudice. - Muoviti, se no... Verso il
furgone -. Poi, ai suoi: - State vicini, non offritegli un bersaglio.
Se sparano, ammazzate questi bastardi Accost la
bocca all'orecchio del giudice. - Ascolta, Vostro Onore Giudice
Richiesta Respinta. Non  la tua risposta preferita, eh?
Richiesta respinta! Respinta!
Al riparo di una siepe oltre l'area di parcheggio, gli agenti
di San Quentin, insieme a dozzine di sbirri della polizia
locale, si erano acquattati, i fucili pronti con le cinghie di
cuoio avvolte intorno a mani e polsi per aumentare la stabilit
dell'arma. Erano anni che si esercitavano per situazioni
come quella: poter sparare a un avanzo di galera, garantiti
da una totale impunit. I loro occhi erano di ghiaccio mentre
aspettavano che il mucchio di corpi si avvicinasse al furgone
rosso. Una guardia si accost a un collega. - Quando
aprono la portiera...
L'altro annu, asciugandosi il palmo sudato sui pantaloni.
Stava prendendo la mira col cannocchiale del fucile. A
meno di quaranta metri, era impossibile mancare il bersaglio.
George schizz in testa al gruppo e spalanc la portiera
del furgone.
- Dentro ! Dentro !
- Muoviti! - ordin Willy Easter al giudice, dandogli una
spinta. Non sapeva di avere la nuca al centro del mirino. Per
la verit, non lo seppe mai, perch il grosso proiettile di piombo
gli sfond il cranio e gli si piant nel cervello. Cess di vivere,
ma i riflessi nervosi gli fecero premere il grilletto del
fucile e la testa del giudice si trasform in un orrendo spruzzo
di rosso, con schegge di ossa e pezzi di cervello che schizzavano
dappertutto.
Lo sparo esploso dalla guardia si perse nella scarica di colpi
di otto agenti. Nel giro di pochi secondi il furgone fu crivellato.
Nessuno dei presenti pot affermare se i detenuti fecero
fuoco. Morirono in tre, fra i quali il giovane fiancheggiatore.
Il giovane procuratore distrettuale rimase paralizzato
dalla cintola in gi. Per miracolo, non uno degli ufficiali giudiziari
presi in ostaggio fu colpito. Due di loro riuscirono a
liberarsi e a scappare, mentre un vicesceriffo della contea di
Marin stava ancora facendo fuoco e il corpo di Willy Easter
sussultava sotto l'impatto dei proiettili. La stenografa del tribunale,
ultimo ostaggio, era finita sotto il cadavere decapitato
del giudice e le gambe esanimi del giovane procuratore
distrettuale.
- Fermi! Fermi! Per l'amor di Dio, smettetela di sparare!
- urlava.
Temendo che George fosse imbottito di esplosivo, lo
estrassero dal furgone restando a distanza di sicurezza, servendosi
di una lunga fune che gli avevano legato ai piedi. Il
suo corpo cadde pesantemente sull'asfalto. La scena fu ripresa
da una telecamera e il filmato trasmesso in tutta l'America
durante il telegiornale della sera.
La strage del tribunale della contea di Marin diede il via
libera ai metal detector, alla sorveglianza armata e alle altre
misure di sicurezza che si diffusero in tutti i palazzi di giustizia
e gli edifici pubblici degli Stati Uniti. Prima di questa
vicenda, era possibile entrare e uscire liberamente dalle aule
di tribunale senza alcun controllo.
 7. Sally Rosen rinuncia al caso.
Sally Rosen era al volante della sua automobile e stava attraversando
il Bay Bridge proveniente da Oakland in direzione
di San Francisco, quando accese la radio e sent a tutto
volume la cronaca in diretta di quanto stava accadendo al
palazzo di giustizia della contea di Marin. Era il momento
in cui i detenuti e gli ostaggi si allontanavano dall'edificio
per raggiungere il furgone.
Fanno avanzare gli ostaggi a ranghi serrati, di modo che
i detenuti sono visibili soltanto a sprazzi, e non per il tempo
necessario a prendere la mira. La polizia  appostata dietro
gli angoli e al riparo degli ingressi. Non appena i detenuti si
spostano e avanzano, i poliziotti occupano la posizione. Sono
vicini, ma non possono fare nulla per via degli ostaggi.
Conoscendo la disposizione del palazzo di giustizia di Marin,
Sally visualizz il dramma in corso dalle parole del radiocronista.
Ricostru la scena, con l'area di parcheggio e il
furgone. Sapeva che George si trovava al tribunale per il processo
di Willy.
Lo sparo improvviso la fece sobbalzare, e la scarica di colpi
successiva le esplose nel cervello. Era un massacro, ne era
certa. Chiss se George era ancora vivo. Era sconvolta.
Inchiod sul freno, evitando per poco un incidente.
Rientrata a casa, non riusc a essere affettuosa come al solito
con i figli. La bambinaia li fece scendere al pianterreno.
Sally disse ai piccoli di giocare per conto loro; poi si avvi
verso la stanza della cameriera, dietro la cucina. C'era un piccolo
televisore; nessuno avrebbe pensato che si era messa l
a guardare la Tv.
Molte reti stavano trasmettendo in diretta, e riproponevano
alcuni spezzoni della sparatoria appena conclusa. Gli uomini
armati si aggiravano sul luogo della carneficina. I flash
lampeggiavano e il cronista diceva che si trattava del tentativo
di evasione pi cruento da decenni a quella parte. L'immagine
sullo schermo era quella di un corpo con una fune legata
ai piedi. Era trascinato fuori da un furgone senza tante
cerimonie, come fosse un quarto di bue. Piomb sull'asfalto
senza alcuna dignit, e sembr rimbalzare. Era George... Temevano
fosse imbottito di esplosivo. Sally ebbe il voltastomaco,
sent le lacrime agli occhi. Non sarebbe mai pi tornata
in aula per difenderlo. Per lei era morto nel momento stesso
in cui aveva deciso di impugnare la pistola. Ma in Tv lo
ritraevano come un inerte pezzo di carne. Non era l'eroe che
lei si era figurato.
Sally cambi canale. - Dio Santo! - L'immagine sullo
schermo era la stessa, il corpo esanime estratto dal furgone
che rimbalzava sull'asfalto. - Oh, Dio! - esclam a bassa voce
prima di spegnere il televisore. Venne a sapere che il giudice
era morto, la testa staccata da un colpo del fucile che
aveva legato intorno al collo. Sally lo conosceva. Al pari di
quasi tutti i giudici, propendeva per la pubblica accusa, ma
in misura minore rispetto alla maggioranza dei colleghi. Era
una brava persona, e non meritava affatto di morire in quel
modo.
Quella sera, nelle prigioni di tutta l'America, i neri piansero
la perdita di George. Era scomparso, ma non sarebbe
mai stato dimenticato.
  MORTE DI UNA SPIA.

Un testimone dell'assassinio della guardia di Soledad fu
trasferito a San Quentin in attesa del processo. Fu sistemato
al terzo piano dell'ospedale. Per arrivare fin li, all'ingresso
della struttura sanitaria si doveva mostrare una tessera di
riconoscimento con la foto segnaletica, il nome e il numero
di matricola. Dopodich si poteva entrare nell'infermeria,
per farsi medicare o prendere le pillole contro il raffreddore.
Sull'altro lato di questa prima stanza c'era un cancello di
sbarre d'acciaio dipinte di bianco. Era piantonato da una
guardia che controllava i permessi e le tessere di riconoscimento.
Appesa alla parete c'era una bacheca con centocinquantadue
cartellini, tanti erano i detenuti che prestavano
servizio nelle varie divisioni dell'ospedale, dagli addetti alla
lavanderia agli infermieri della chirurgia, dall'impiegato nell'ambulatorio
dello psichiatra al segretario del responsabile
del personale medico. Quei detenuti indossavano delle casacche
verdi, che li distinguevano da quelli che non vi lavoravano,
in camicie di cambr blu.
Un paio di settimane dopo la strage di Marin, lo psicologo
della prigione consegn al suo segretario una lista degli
uomini che voleva vedere. L'impiegato batt a macchina l'elenco
sotto il titolo di Richiesta di colloquio, e lo lasci sulla
scrivania del medico. Il foglio fu firmato e restituito al segretario
perch lo inoltrasse all'ufficio di custodia, dove venivano
rilasciati i permessi poi distribuiti nei blocchi di celle
dalle guardie del turno di notte. Stavolta, per, quando l'impiegato
riprese l'elenco firmato dal suo capo, lo inser nuovamente
nella macchina per scrivere Underwood e aggiunse altri
due nomi e numeri di matricola: Clemens, B13566, e
Buford, B14003. Entrambi erano dei novellini, diciannove
anni uno e ventuno l'altro, e nessuno dei due aveva ancora
trascorso un anno nella Casa di Dracula, come veniva chiamato
San Quentin. Il carcere di Folsom era il Pozzo, quello di Soledad la Scuola del gladiatore. Anche se non l'avrebbero
mai ammesso, Clemens e Buford volevano assurgere
a leggenda tra i criminali in galera. Durante la notte una
guardia pass per i ballatoi, lasciando i permessi (detti ducati)
sulle sbarre delle celle di chi era stato convocato da
qualcuno. Clemens era bello sveglio e aspettava di ricevere
la convocazione quando la guardia arriv. Buford trov la
sua al risveglio. S'incontrarono nel Grande cortile dopo colazione.
Non avevano appetito, per. Anzich la fame, sentivano
nello stomaco il vuoto della paura. Normalmente si
sarebbero uniti al gruppo di compagni che stazionava nei
pressi del blocco di celle nord, aspettando che il refettorio
si svuotasse e che risuonasse il fischio della chiamata al lavoro.
Quella mattina, invece, preferirono gironzolare con
calma finch non fosse arrivata l'ora di occuparsi della faccenda.
- Quel fischio del cazzo suona in ritardo, oggi? - domand
Buford.
Clemens rispose con un'alzata di spalle. - Che cazzo ne
so? Non so nemmeno che cazzo di anno .
Il fischio della chiamata al lavoro lacer l'aria, e un nugolo
di piccioni e di gabbiani si alz in volo. I gabbiani sorvolarono
il cortile sganciando una scarica di escrementi sui detenuti,
come per vendicarsi del sibilo assordante. I prigionieri
contraccambiarono con un coro di improperi. Razza di vermi...
che cazzo vi volate? (Sempre per ritorsione, alcuni detenuti
foderavano le pastiglie di Alka Seltzer con della mollica
di pane schiacciata. Gli uccelli si avventavano sul cibo,
lo inghiottivano, e poco dopo ammattivano con l'Alka Seltzer
effervescente che gli sfrigolava dentro).
Il cancello del Grande cortile si apr scivolando sulle rotelle
e i prigionieri sciamarono fuori, diretti alle manifatture
situate nel cortile sottostante. Nel giro di pochi minuti il
cortile si svuot. Restarono soltanto gli addetti alla squadra
delle pulizie e i detenuti che lavoravano di notte. In coda nei
pressi del blocco di celle sud stazionavano quelli che marcavano
visita. Una guardia raccoglieva le tessere di riconoscimento,
e quando giunse all'altezza di Clemens e Buford, i
due mostrarono la convocazione e la tessera. - Seguitemi, -
ordin l'agente, facendo un cenno. Li scort seguendo la linea
che conduceva all'infermeria. Poich erano provvisti di
convocazioni, Clemens e Buford avevano la priorit rispetto
a quelli che facevano la fila per sottoporsi a visita medica
dietro richiesta. La guardia prese le loro tessere di riconoscimento
e le inser tra le altre, che sarebbero state restituite
quando fossero usciti dall'ospedale.
All'ingresso dell'infermeria, i due consegnarono le convocazioni
attraverso le sbarre. Il secondino gir la chiave e
apr il cancello. - Sapete dove dovete andare?
Loro annuirono e la guardia li fece passare. Si ritrovarono
all'inizio di un lungo corridoio. C'era un andirivieni di
detenuti e di personale medico. Il reparto di psichiatria era
a met del corridoio. Anzich svoltare per la porta di accesso
al reparto, tirarono dritto. Sulla sinistra c'era un ascensore.
I detenuti lo usavano se erano pazienti o se erano assegnati
ai servizi sanitari. Gli altri ricorrevano alle scale, e per
le scale presero Buford e Clemens, due e anche tre gradini
alla volta. Giunti al secondo piano, si avviarono verso il
reparto di radiologia. In fretta e furia si tolsero le camicie e le
cacciarono sotto una panca. Adesso avevano indosso le casacche
verdi.
Chi non li conosceva li avrebbe di sicuro scambiati per due
detenuti che prestavano servizio all'ospedale. Clemens moll
a Buford una pacca sulla schiena. - Forza, amico, diamoci
da fare. Apr la porta del corridoio e imboccarono nuovamente
le scale.
Giunti al pianerottolo del terzo piano, stavano per entrare
nel reparto quando un'anziana guardia usc dalla porta e
quasi si scontr con loro. - Che avete da correre? Dov' l'incendio?
- Ci scusi, capo, - disse Buford. - Siamo in ritardo.
Se l'agente avesse domandato: Per che cosa?, probabilmente
non avrebbe ottenuto risposta, anche se la mano
sudata di Clemens gi impugnava il manico di stoffa di un
arnese tagliente che teneva infilato in tasca. In tutto era lungo
quasi quaranta centimetri, e la punta acuminata gli aveva
bucato il fondo della tasca, tant' che Clemens sentiva il metallo
premuto contro la coscia.
- Va bene, andate pure... solo, andate pi piano.
La guardia prosegu gi per le scale e loro entrarono nel
reparto. Sulla sinistra c'erano le camere di degenza. Era il
momento delle pulizie e le porte erano socchiuse. Un inserviente
chicano stava torcendo lo straccio nello strizzatoio. La
prima porta era quella della stanza dell'infermiera. Era aperta,
e l'infermiera era dentro.
- Dov' la spia? - domand Clemens a Buford.
- In fondo... dietro l'angolo.
- E come facciamo a passare davanti alla porta senza che
l'infermiera se ne accorga?
- Le casacche verdi servono a questo, no?
- Andiamo ad accopparlo.
Superarono la stanza dell'infermiera senza che la donna
intimasse l'altol, e salutarono con un cenno del capo il
chicano che passava lo straccio per terra. I degenti nelle camere,
per lo pi in pigiama e jeans, alzarono la testa e li seguirono
con lo sguardo, ma non sospettarono n dissero nulla.
A ogni passo, la tensione di Clemens aumentava. Quando
svoltarono l'angolo e videro la guardia penitenziaria intenta
a leggere il giornale, Clemens ebbe un capogiro. Svuot i polmoni.
L'agente percep la loro presenza. Il modo in cui si mossero
lo insospett; scatt in piedi e mise via il giornale. Vide
le casacche verdi, ma il corridoio era lungo solo tre metri ed
era senza uscita.
- Fermi. Dove andate?
Clemens perse la testa. La tensione era troppo alta.
- Dammi quelle fottute chiavi, sbirro! - sbrait. Senza
aspettare la reazione dell'agente, estrasse la lama e gliela piant
dritta nell'addome, due centimetri e mezzo sotto la gabbia toracica.
- Aaahhh! Dio!
Buford scatt in avanti e blocc Clemens con una mano.
- Piantala, - ordin. Poi, all'agente: - Meglio se ci dai le
chiavi.
- Non ce l'ho, - riusc a dire, col sangue che gli schizzava
dalla bocca.
Nella cella, il testimone, una checca di colore, aveva sentito
il tonfo della schiena della guardia contro la porta quando
Clemens l'aveva accoltellata. La checca si era alzata per
guardare fuori dalla finestrella di vetro sulla porta. Vide ci
che stava succedendo e corse alla finestra che si affacciava
sul pozzo d'aerazione al centro dell'edificio.
- Aiuto! Aiuto! Aiuto! Omicidio! Oddio! Aiuto! - cominci
a strillare.
Dalle finestre vicine arrivarono delle voci di risposta, ma
non di soccorso.
- Chiudi il becco cazzone bastardo !
- Chiudi quella bocca fottuta, pompinaro, spione d'un
negro.
Intanto, nel corridoio, Clemens e Buford fecero sedere
l'agente, ormai incapace di opporre resistenza, il sangue che
gli usciva dalla bocca e colava sulla camicia. Si teneva la pancia,
piegandosi in avanti.
- Non ce l'ho le chiavi, - ripet.
- S... s...
Buford gli stava rivoltando le tasche.
Niente.
All'improvviso, l'infermiera spunt da dietro l'angolo. Fece
due passi in avanti prima di rendersi conto che si stava
consumando un assassinio. Gir sui tacchi e prese a correre
dall'altra parte. Buford si lanci all'inseguimento. I degenti
fecero capolino dalle camere, poi, vedendo l'infermiera correre
e urlare, tornarono dentro e richiusero la porta. All'interrogatorio,
e c'era da scommetterci che li avrebbero interrogati,
avrebbero risposto come solitamente rispondono i detenuti:
Non ho visto niente, non ho sentito niente. E non
so niente.
Nella stanza dell'infermiera c'era un pulsante per dare
l'allarme, ma Buford, con l'arnese tagliente in pugno, incalzava
la donna troppo da vicino perch lei riuscisse a raggiungerlo.
Cos, anzich entrare nella stanza, l'infermiera sfrecci
verso la porta delle scale e l'attravers di volata strillando:
- Aiuto! Aiuto! Aiuto! - Si precipit gi per le scale,
cadde e rotol sui gradini, miracolosamente senza rompersi
nulla, continuando a urlare con tutto il fiato che aveva in
corpo.
Buford stava per rincorrerla, ma il suo proposito venne
meno e la paura s'impadron di lui, fiaccandolo. L'infermiera
raggiunse il primo piano e seguit a correre per il corridoio
principale.
Clemens arriv alle spalle di Buford.
-  riuscita a scappare?
- Gi. E adesso che facciamo?
- Vieni!
Clemens precedette Buford gi per le scale. Raggiunto il
pianerottolo del secondo piano, entr nel reparto.
- Meglio che preghiamo.
- Preghiamo? Che cazzo...
- S, preghiamo che tirino dritti per il terzo piano.
Udirono i passi di corsa e le voci concitate.
- Avanti, via... via... salite al terzo.
Quattro agenti proseguirono la loro corsa salendo fino al
terzo piano.
Senza pronunciare parola, Clemens prese Buford per la
manica e lo trascin prima fuori del reparto e poi gi per
i gradini, fino al primo piano. Nel corridoio principale,
una decina di detenuti fissava la porta di accesso alle scale,
bisbigliando.
Il corridoio era lungo. L'uscita era oltre le sbarre del cancello
e l'infermeria.
- Metticela tutta, amico, e filiamocela.
Clemens cominci a camminare a passo normale, con
Buford alle calcagna.
La guardia anziana al cancello stava discutendo con dei
detenuti di l dalle sbarre.
- Ci hanno detto che c' bisogno di noi, - diceva uno. -
Siamo la squadra di chirurgia. Ci stanno chiamando all'altoparlante.
Ecco qua... - prosegu, tirando fuori un tesserino
di servizio giallo. C'era scritto: Ospedale - Chirurgia.
- Aspettate, - disse la guardia mentre prendeva la cornetta
per verificare con l'ufficio controllo. - Mettetevi da una
parte. Quando avranno bisogno vi chiameranno.
In quel preciso momento si volt a guardare dietro di s,
al disopra della spalla, e vide Clemens e Buford con le loro
casacche verdi da addetti all'ospedale. La guardia annu e
gir la chiave del cancello. Buford e Clemens sgattaiolarono
fuori e si ritrovarono nel Grande cortile.
In cella! In cella! strepitarono di colpo gli altoparlanti.
I detenuti si guardarono l'un l'altro, e dopo un'alzata di
spalle si misero in fila per rientrare nei blocchi.
Nelle ore di buio che precedettero l'alba, lo scricchiolio
degli stivali sul pavimento e le ombre lunghe proiettate dai
riflettori della prigione annunciarono che le guardie erano
sui ballatoi. Presero Buford per primo, poi tornarono a prendere
Clemens.
Durante il tragitto gi per le scale di acciaio, i manganelli
si sollevarono in alto e si abbatterono in basso. Un colpo
produsse un suono sordo, simile al botto di un uovo che si
rompe. Era il rumore del cranio sfondato di Clemens. Rest
in coma per una settimana, e un balbuziente scimunito per
il resto dei suoi giorni.
La sorte di Clemens fu la salvezza di Buford, perch le
guardie si spaventarono di ci che avevano fatto. Nel rapporto
scrissero che il detenuto era ruzzolato per le scale fino
al pianterreno di cemento.
Al sorgere del sole, mentre i piccoli dei piccioni e altri uccelli
scatenavano un baccano infernale, di cui la maggioranza
dei detenuti neppure si accorse perch ancora immersa
nel sonno, Buford fu scortato fino al Centro di adattamento.
Si susseguirono schianti e tonfi di cancelli che si aprivano
e si chiudevano, finch Buford fu piazzato in una cella al
pianterreno dell'ala nord del centro di adattamento, tra cinque
o sei uomini che le autorit penitenziarie ritenevano i
reclusi pi pericolosi dei sessantottomila dell'intero sistema
carcerario.
 
FUGA DAL BRACCIO DELLA MORTE.

Aspettava il verdetto che avrebbe significato la morte.
Un altro verdetto era escluso. Era giunto al capolinea, Roger
lo sapeva. Studiava i giurati da settimane. I neri lo
avrebbero dichiarato colpevole delle morti del predicatore
nero e di sua moglie. I bianchi lo avrebbero condannato
per l'omicidio del piedipiatti bianco. Non importava se
era stato fermato a un posto di blocco con i suoi due ostaggi.
E se erano stati i colpi degli sbirri ad appiccare il fuoco
alla sua automobile. Il predicatore e sua moglie erano
morti. Aveva sparato sullo sbirro che si era avvicinato all'automobile
in fiamme e che stava per sparargli a sua volta
mentre lui giaceva a terra ferito, incastrato dietro la ruota.
Chi avrebbe creduto che un ex detenuto potesse fare
fuori uno sbirro per legittima difesa? Nessuno. L'aveva
letto negli occhi dei giurati quando lo fulminavano con i
loro sguardi.
Il pubblico ministero aveva dipinto Roger come una specie
di cane rabbioso. E che ne fa la societ di un cane rabbioso?
Poteva aver commesso degli errori, ma non era pazzo.
Il suo maggiore difetto era che non riusciva a resistere
alla carica adrenalinica di un piano criminale ben congegnato.
Aveva studiato quella banca per settimane, e ce l'aveva
quasi fatta a scappare col malloppo, quando l'automobile si
era sfasciata. Il prete era stato gentile e si era fermato per
offrirgli un passaggio. E tutto quello che ci avevano guadagnato,
lui e la moglie, era stato quella fine atroce. Di quello gli dispiaceva. Dello sbirro, neanche un po'.
Li avevano richiamati in aula, lui e quello scalzacane
del suo avvocato difensore, per assistere alla lettura del
verdetto. Tutti si erano alzati in piedi all'ingresso del giudice.
La giuria aveva emesso il verdetto di colpevolezza.
Adesso doveva seguire la pronuncia della sentenza di condanna.
Gli avrebbero dato l'ergastolo? Sarebbe uscito tra
venticinque anni, se era fortunato. O la pena capitale?
Il giudice parl con voce cavernosa e cantilenante, come
un prete che dice messa: - Avendo la giuria dichiarato
l'imputato colpevole del reato di omicidio di primo grado,
ai sensi dell'articolo 187 del codice penale della California,
e avendo riscontrato le circostanze aggravanti che
comportano la pena di morte, questa corte non ravvede alcun
motivo di annullare tale verdetto. Pertanto questa corte
ordina, sancisce e dispone che l'imputato Roger Nellis
Harper sia affidato alla custodia del direttore del penitenziario
di Stato della California di San Quentin, dove sar
eseguita la pena capitale nei tempi e secondo le modalit
prescritti dalla legge. L'ordine di esecuzione della condanna
a morte  sospeso in attesa del riesame automatico della
sentenza. L'imputato sia ricondotto nella prigione della
contea. Il caso  chiuso. La seduta  tolta. Che Dio abbia
piet della sua anima.
Il colpo di martelletto suggell la fine del processo, i
commessi del tribunale si chiusero a cerchio intorno a Roger.
Lui osserv il giudice scendere dallo scranno: quanto
era imponente, piazzato lass nella maest della sua toga,
quanto umano e gracile quando si spogliava della sua carica...
- Ci vediamo in carcere, - disse l'avvocato d'ufficio.
Ma non si fece vivo. Salut Roger con un cenno della mano
mentre usciva dall'aula. Roger reag all'assurdit di
quella scena con una risata.
Quattro notti dopo, passata mezzanotte, al cambio del
turno di guardia, sent un tintinnio di catene e cap che
erano venuti per lui. Un'ora pi tardi, terminata la procedura
burocratica relativa al trasferimento, lo scortarono in
coda a una colonna di tre automobili. Erano pi le catene
che gli avevano messo addosso dei fili d'argento su un albero
di Natale. Aveva anche i ferri ai piedi. C'era un massiccio
spiegamento di vicesceriffi armati di fucili a canna
corta, e quando Roger guard in alto distinse le sagome di
due di loro contro il cielo notturno. C'era tensione nell'aria,
come avessero previsto un tentativo di liberarlo con
un attacco armato. Quel pensiero gli strapp una risatina
mentre prendeva posto su uno dei sedili posteriori della
station wagon. Un informatore bugiardo aveva venduto a
quei fessi delle autorit la balla che lui era un sicario
della Fratellanza ariana al soldo di un cartello internazionale
di trafficanti di droga. All'ufficio dello sceriffo sbavavano
per storie come quelle. Minacce criminali di tale
portata richiedevano risorse pi consistenti, e un potenziamento
degli apparati burocratici. La verit era che erano
pochi gli idioti tanto pazzoidi da aggredire anche soltanto
due vicesceriffi armati per salvare un amico. Era
troppo prevedibile che sarebbero stati accoppati tutti,
compreso l'amico.
Il convoglio si mise in marcia. Prima il veicolo bianco
e nero con i lampeggianti accesi sul quale viaggiavano quattro
vicesceriffi. Poi la station wagon con a bordo Roger
nello scomparto posteriore e due vicesceriffi seduti davanti.
Seguiva un altro veicolo bianco e nero con quattro vicesceriffi
dietro. Quando raggiunsero l'autostrada, l'automobile
in testa spense i lampeggianti e la colonna si inoltr
nella notte alla volta di San Quentin. Il traffico era
scarso.
Dopo venti minuti di tragitto fuori citt, la strada incrociava
la statale dove aveva avuto luogo il micidiale scontro
a fuoco. Senza la nebbia di quella notte, si sarebbero
viste le vaste e fertili coltivazioni agricole. Rivisse nella
mente i momenti della sparatoria. Aveva fatto il callo alla
violenza in riformatorio, dove i ragazzi si picchiavano
tutti i giorni. Si ramment di quella specie di psicologo che
aveva ammazzato un ragazzo serrandogli un asciugamano
intorno al collo. Senza lasciare segni, gli aveva bloccato il
flusso di sangue al cervello. L'uomo non era stato sospeso
dal lavoro e non aveva perso lo stipendio neanche per un
giorno. E Roger aveva imparato come andavano le cose a
questo mondo. Aveva visto chicanos appena adolescenti
ammazzarsi a coltellate. Uno era caduto a terra, morto sul
luogo dello scontro, l'altro aveva fatto in tempo ad arrivare
all'ospedale prima che il cuore gonfio di sangue smettesse
di pompare e cominciasse a fibrillare. Mor subito.
Roger aveva anche visto uno sbirro fare fuoco su un chicano
di quattordici anni che stava scavalcando un recinto.
Il ragazzo si era stagliato come un piattello contro l'inchiostro
pi chiaro del cielo notturno. Dissero che aveva un'arma
e l'inchiesta giudiziaria giustific l'omicidio. S, Roger
aveva fatto il callo alla violenza molto presto. Ahim, lo
stesso non poteva dirsi di Sydney e Florence. Era ossessionato
dal ricordo dello sbirro ferito che scaricava l'arma
sul retro dell'automobile, e ogni volta che visualizzava la
scena, si sentiva mancare e aveva la nausea, e talvolta, di
notte, nel buio della cella, gli occhi gli si inondavano di lacrime.
Li aveva conosciuti soltanto per poche ore; ma erano
state sufficienti per apprezzare la loro semplice bont
cristiana. Adesso il predicatore e sua moglie erano morti
e lui era stato condannato alla pena capitale con l'accusa
di averli assassinati. Per il vicesceriffo con il fucile che era
caduto all'indietro, ferito al collo, ed era poi annegato nel
canale d'irrigazione, Roger era stato condannato una seconda
volta, all'ergastolo. La sua morte era stata tragica,
ma nella logica di Roger faceva parte del gioco. L'agente
era pagato per portare una pistola e per sparare quando era
necessario. Se non correva alcun rischio, perch dargli
un'arma? La societ lo considerava un essere spregevole,
ma Roger disprezzava la societ e se ne fregava di ci che
pensavano di lui. Se si fosse arreso, i suoi compagni lo
avrebbero sfottuto. Un vero duro non disonora mai la bandiera
abbassando le armi.
San Quentin, che ospita il braccio dei condannati a
morte,  un complesso irregolare di cemento e acciaio costruito
su una penisola nella contea di Marin, che domina
una propaggine della baia di San Francisco. Le sue origini
risalgono all'epoca in cui una nave prigione spagnola
s'incagli sulla costa. Una tavola del fasciame fu allungata
fino a riva, fu costruito un edificio; poi ne segu un altro
e un altro ancora. Col passare del tempo, quelle prime
costruzioni furono abbattute e sostituite da altre, che si
svilupparono in un complesso dominato da quattro enormi
blocchi di celle con mura spesse come quelle delle fortezze,
pi vari edifici ausiliari. Il blocco di celle sud era il
pi grande del mondo: mille gabbie per un totale di duemila
internati col numero di matricola. Il braccio dei condannati
a morte n 1 era nel blocco di celle nord. In realt
occupava una sezione separata all'ultimo piano, e da l era
comodo raggiungere le due celle di pernottamento - dove
venivano trasferiti i condannati la sera prima dell'esecuzione
- e la camera a gas. Negli ultimi anni molti uomini
erano stati condannati alla pena capitale, cosicch il
Braccio della morte era straripato fino a occupare due piani
del Centro di adattamento, dove si erano creati il braccio
dei condannati a morte n 2 e n 3.
Alle prime luci dell'alba, la colonna di automobili attravers
il ponte fra Richmond e San Rafael, da cui si scorgeva
la prigione sull'altra sponda. Le stelle stavano sfumando
alla luce del mattino. Probabilmente le ultime stelle
che vedeva. Per un momento affront la verit della
morte, dell'oblio, del non essere. Il cuore gli batt all'impazzata.
Quella visione era accecante, la mente non riusciva
a contenerla. Il non essere non era il sonno.
Il cancello esterno si apr. Il sentiero correva lungo la
costa verso un altro cancello. Le due vetture di scorta si
avvicinarono al bordo della strada. Soltanto la station wagon
con il condannato a bordo varc il secondo cancello.
Si ferm al varco est, il passaggio pedonale che conduceva
alla principale area di sicurezza. Meno di un anno prima
Roger era uscito da quel cancello per l'altro passaggio.
Anche quel giorno il sole risplendeva sulla baia.
All'ufficio Accettazione e rilascio era in servizio lo stesso
sergente brizzolato, e anche uno dei detenuti impiegati
era lo stesso. L'altro invece era nuovo. Doveva essere
un ergastolano, per aver ottenuto quell'incarico. A guardarlo,
si sarebbe detto un uxoricida: un unico delitto, una
pena per sempre. Dopo il rilevamento delle impronte digitali
e lo scatto della foto segnaletica, a Roger fu consegnato
il kit d'ingresso al braccio dei condannati a morte.
Era uguale a quello che davano ai detenuti comuni, solo
che non conteneva n lamette da barba n cintura di tela,
e anzich gli scarponi pesanti, gli consegnarono un paio di
ciabatte con la suola morbida. Il sergente rest indifferente,
e i detenuti mantennero una distanza psicologica. Il
Braccio della morte era un mondo separato dal resto di San
Quentin. Una forma di comunicazione con i detenuti comuni
era garantita dai guardiani dei ballatoi e da un prigioniero
assegnato al lavoro. Anche se erano sottoposti a
perquisizione corporale sia in ingresso sia in uscita, potevano
comunque inoltrare i messaggi verbali... e cose di dimensione
tale da entrare in un ovulo che si poteva infilare
nel retto. Tutto ci che non era di metallo passava il
controllo, e siccome le droghe erano in cima ai desideri,
erano proprio quelle che i guardiani consegnavano clandestinamente
ai condannati a morte.
Frattanto, nella stanza di controllo, il sergente addetto
inseriva sulla bacheca, nella casella riservata alla cella
B.C. 1/56, un cartellino su cui era scritto: Harper, Roger
N., A20284B. Prese la cornetta e compose il numero
del Braccio della morte.
- Pronto, Blair? Abbiamo un uomo morto che cammina
diretto da te. 20284. Harper... va nella 56. Capito?
- Gliela facciamo preparare.
Ancora legato con le catene intorno alla vita ma senza
ferri ai piedi, Roger segu la guardia che fece strada annunciando
a voce alta: - Uomo morto che cammina -. I
detenuti indietreggiarono. Aveva visto quella scena da
spettatore; adesso c'era lui sotto i riflettori.
Alle sue spalle si era aggiunta una seconda guardia, e
sulla passerella esterna che camminava lungo i blocchi di
celle, c'era una sentinella armata di carabina. Temevano
molto di pi che un pazzo tra i detenuti comuni facesse
fuori uno dei condannati a morte, piuttosto che il condannato
scappasse o facesse del male a qualcuno. I condannati
al Braccio della morte erano sempre ammanettati e legati
con le catene intorno alla cintola.
Mentre entravano nel Grande cortile e svoltavano a sinistra
verso il blocco di celle nord, Roger lanci un'occhiata.
Met del cortile era riparata da una tettoia alta, che assicurava
sempre ombra e aria fresca. Il sole picchiava forte
sull'altra met dove stazionavano nugoli di piccioni e
parecchi gabbiani. I detenuti presenti erano pochi, nessuno
che conoscesse. Non batterono ciglio al passaggio del
piccolo corteo.
	All'ingresso del blocco, la passerella sopraelevata finiva.
Entrarono nell'atrio. Di fronte c'era una porta d'acciaio.
Da l si arrivava all'ascensore e a un'altra porta di
acciaio verde, oltre la quale c'erano le celle di pernottamento
nelle quali venivano trasferiti i condannati a morte
la notte prima dell'esecuzione. Accanto a queste celle
c'era un'altra porta, da cui si accedeva alla camera a gas,
verde e ottagonale. Quattro passi separavano le celle dell'ultima
notte dall'oblio. L'ultimo miglio, cazzo...
Il rumore dell'ascensore in arrivo distrasse Roger dai
pensieri sulla porta verde. Uno degli agenti della scorta
spalanc la cabina. Entrarono e salirono al piano sopra il
blocco di celle nord. Una faccia li identific sbirciando da
uno spioncino. Dall'altra parte aspettavano in semicerchio
due agenti di custodia e un sergente; in pi, al riparo di
una garitta, una guardia armata.
Roger conosceva il sergente. Si chiamava Blair e lavorava
a San Quentin da trent'anni senza aver mai scritto
un solo rapporto disciplinare. Aveva la faccia segnata del
vecchio ubriacone beato. Guard Roger e scroll il capo.
- Mi spiace vederti cos, Harper. Ero convinto che ce
l'avresti fatta, l fuori.
Roger reag con un'alzata di spalle. - Mi sono fottuto.
- Nessuno  perfetto, - ribatt Blair.
Mentre il sergente esaminava i documenti, Roger
guard oltre un varco delimitato da due cancelli da cui si
accedeva a un ballatoio. Fuori dalle celle stazionavano sei
condannati. Due camminavano su e gi, fianco a fianco;
gli altri quattro giocavano a bridge seduti per terra in fondo
al ballatoio, usando una coperta come tavolo da gioco.
Il Braccio della morte era l'unico posto in cui era consentito
giocare a carte.
Roger riconobbe uno dei due che facevano avanti e indietro.
Si chiamava Jellico. Era stato un brillante impiegato
nell'ospedale della prigione e aveva sempre rigato dritto.
Fu una sorpresa per tutti quando, messo in libert vigilata,
commise un omicidio plurimo all'interno della
comunit gay di Frisco. Us le carte di credito della sua ultima
vittima per andarsene a Las Vegas, dove si diede alla
pazza gioia per pi di una settimana, finch le carte di credito
portarono la polizia sulle sue tracce. Gli inquirenti trovarono
una confessione registrata su nastro. Al momento
dell'arresto, dichiar: Bene, voglio la camera a gas. Lo
far ancora, se non mi giustiziate. La giuria non ha scelta.
Roger aveva letto da qualche parte che la data dell'esecuzione
di Jellico era gi stata fissata. Siccome non leggeva
niente da pi di un mese, doveva essere imminente. La
legge imponeva che l'ordine fosse eseguito tra i sessanta e
i novanta giorni dall'emissione.
- Meglio che li chiudiamo in cella mentre lo portiamo
dentro, - disse il sergente Blair.
Un agente batt una grossa chiave contro una tubatura.
Il suono riecheggi su tutto il piano. - Va bene, adesso
tutti dentro.
L'altra guardia apr un grosso lucchetto agendo sul manico
di una pompa idraulica. Tir la leva, sollevando la pesante
barra di sicurezza sopra la parte superiore dei cancelli.
Ogni detenuto spalanc il proprio cancello, entr in
gabbia e lo richiuse. Quando il ballatoio fu sgombro, la
guardia fece calare la barra.
L'agente di guardia sulla passerella apr il cancello del
piccolo varco e l'altra guardia entr dentro. Mentre passava
per il ballatoio chiudendo individualmente a chiave
le celle, la sentinella sulla passerella gli camminava accanto,
offrendogli protezione armata.
Dopo essersi assicurato che ogni singola cella fosse chiusa,
fece segno alla guardia accanto alla leva. La barra di sicurezza
fu sollevata di nuovo. A questo punto la guardia
sul ballatoio apr la penultima cella, entr dentro e diede
un'occhiata in giro, scroll il materasso e punt il fascio
di luce della torcia dentro il tubo di sfiato sul fondo. Era
ordinaria amministrazione e c'impieg pochi minuti; quanto
ci vuole per ispezionare una gabbia col pavimento di cemento
larga neanche un metro e mezzo e lunga poco pi
di tre?
Punt la torcia sul ballatoio. Era ora di far accomodare
l'ospite.
Roger, ancora intralciato dalle manette e dalla catena
intorno alla vita, percorse il ballatoio portando le coperte
fino alla penultima cella. Le due guardie lo accompagnarono,
la guardia sulla passerella li affianc. Il sergente Blair
aspett all'ingresso, accanto alla leva della barra di sicurezza.
Roger avanzava, scrutando le facce degli uomini dietro
le sbarre. Alcuni lo ignorarono, alcuni guardarono fuori,
lo sguardo vuoto del killer a sangue freddo o gli occhi spiritati
dei pazzi. Avrebbe imparato i loro nomi e conosciuto
i crimini da loro commessi col passare delle settimane,
ma per ora ne riconobbe pochi. Per un istante fiss le pupille
nere di Richard Romero, il Mostro di Hollywood, il
pi famigerato serial killer dell'ultimo decennio. Aveva
commesso dei delitti cos bestiali ed efferati che la stampa
si era rifiutata di pubblicarne i particolari. Un uomo
che era stato in prigione con Romero aveva raccontato a
Roger che il Mostro aveva sodomizzato un bimbo di un
anno mentre lo sgozzava.
A due celle da quella di Romero, un tipo smilzo dietro
le sbarre sorrideva scoprendo i denti. Era Jimmy Rube, un
mezzo chicano appartenente alla mafia messicana. Roger si
ricord di quando era un bel giovanotto con i capelli scuri
e mossi. Adesso li aveva grigi e radi, anche se il corpo era
ancora magro e il volto giovanile. Aveva scontato una pena
di ventidue anni di reclusione, e ventidue giorni dopo essere
stato rilasciato sulla parola, insieme a Big Strunk aveva
ammazzato il direttore di un supermercato a West L. A.
- Dov' Big Strunk? - domand Roger passando davanti
alla cella di Rube.
- Qui, amico, - rispose una voce pi in l, dopo una
manciata di secondi. Roger super l'uomo tarchiato dal torace
erculeo e le braccia coperte di tatuaggi blu di inchiostro
di china, il genere di tatuaggio che  sinonimo di galera,
come il dito amputato in un giapponese  segno inconfondibile
di appartenenza alla Yakuza.
Accidenti, a quanto pareva c'erano un bel po' di giovani
negri con una brutta faccia nel Braccio della morte...
La guardia avanti tenne aperto il cancello della gabbia.
Roger entr. Il cancello si richiuse, la barra di sicurezza si
abbass, la chiave gir nella grossa serratura.
- Accostati, - ordin una guardia.
Roger allung le braccia attraverso le sbarre e l'agente gli
sleg le catene intorno alla vita. Caddero a terra con fragore.
Poi Roger sollev le mani e gli tolsero le manette.
Le altre guardie se ne andarono, ma il sergente Blair rimase.
- Senti, Harper, non mi aspetto casini da te, ma dico
a te quello che dico a tutti. Tu mi conosci, e sai che cerco
di trattare tutti in modo giusto. Finch non mi dai nessun
dispiacere, far tutto quello che posso per renderti le cose
facili. Dio sa se non hai avuto gi fin troppi guai. Far
in modo che il vitto ti arrivi caldo. Una volta caricavano
il carrello due ore prima di mandarlo su. Far in modo che
la biblioteca porti i libri di legge, e se qui non li hanno, li
faremo arrivare dalla biblioteca giuridica statale. Ho ottenuto
l'autorizzazione a lasciare insieme i detenuti sul ballatoio,
se vanno d'accordo. cos, invece di una mezz'ora
un giorno si e un giorno no, la maggioranza di voialtri sta
fuori della cella un paio d'ore al giorno.
Il sergente Blair si accost alle sbarre e abbass la voce,
per non farsi sentire nelle celle contigue.
- Hai qualche nemico qui? Qualcuno con cui non vai
d'accordo?
- No, - rispose Roger scuotendo la testa, le guance infuocate.
Era vero che non aveva nemici, a parte il fatto
che il Mostro di Hollywood gli faceva schifo, ma anche se
avesse avuto un nemico mortale, non avrebbe mai chiesto
al sergente di tenerlo chiuso in cella. Il passo successivo
era fare la spia. Se pure ci fosse stato l un suo acerrimo
rivale, l'avrebbe negato. Certo, se ce ne fossero stati due
o tre... armati di coltelli...
- Il guardiano del ballatoio ti porter le coperte e... ah...
un auricolare per la radio e la Tv. Prendila come viene.
Il sergente Blair lo lasci dopo averlo salutato con un
colpetto della mano sulle sbarre. Il rumore metallico del
cancello conferm che era uscito dal blocco.
Roger si guard intorno. La cella era identica a quelle
che ospitavano i detenuti comuni, neanche un metro e mezzo
di larghezza per tre metri e mezzo circa di lunghezza. Le
uniche differenze erano che c'era una branda sola anzich
due e che la parete divisoria sporgeva di una trentina di centimetri
all'esterno, cosicch era impossibile allungare le braccia
fuori dalle sbarre per passarsi qualcosa. La gabbia era cos
stretta che, sedendosi sulla branda con la schiena addossata
al muro, i piedi poggiavano contro la parete opposta.
Sarebbe stata la sua casa per una decina d'anni mentre affrontava
la trafila dei processi di appello. Prima c'era l'appello
diretto, seguito dall'istanza di revisione del processo
davanti alla corte suprema degli Stati Uniti. Se il verdetto
di colpevolezza e la sentenza di condanna fossero stati confermati,
poteva sempre avvalersi dell'habeas corpus, il diritto
di comparire davanti a un magistrato nei tribunali statali.
Doveva portare a esaurimento tutti i mezzi di ricorso disponibili,
prima che la giurisdizione passasse al tribunale
federale distrettuale. Da l poteva appellarsi alla corte d'appello
del nono circuito, e infine, come estremo tentativo,
rivolgersi alla corte suprema. A quel punto, l'avrebbero legato
alla sedia. Il pensiero gli strapp un sorriso, ma nel
profondo percep un nodo di paura.
Dalla confusione dei suoni, delle voci sul ballatoio, del
rumore dei cancelli che si aprivano e del ticchettio di una
macchina per scrivere sull'altro lato, emerse una voce pi
vicina che grid: - Ehi, Roger! Ciao, piccolo!
- Sei tu, Big Strunk?
- S, sono io. Jimmy Rube dice che ti mander un po' di
sigarette, una rivista e del caff quando arriva Fast Eddie.
- Chi  Fast Eddie?
- Il guardiano del ballatoio, un vecchio bianco coi tatuaggi
fino al culo.
Da una cella troppo distante per fare conversazione,
Jimmy Rube strill: - Ci vediamo domani, quando esco
per la doccia...
- Ci sar, amico.
- Se non ci sei, l'appello andr a farsi fottere.
Roger trascorse il resto della giornata a sondare l'aria che
tirava nel Braccio della morte. Osserv quel poco che riusciva
a vedere attraverso le sbarre, prest ascolto ai suoni e
alle voci. Il tintinnio del campanello segnalava la presenza
dell'ascensore al piano, annunciando l'arrivo della capoinfermiera
del penitenziario, una donna di cinquant'anni soprannominata
Madame Caccadipollo. Distribuiva le medicine,
pasticche di tutti i tipi, dall'aspirina alla torazina, dalle
pillole contro il raffreddore ai sonniferi. Il dirigente del
servizio medico era molto generoso col Seconal. Sperava che
l'ammalato si ammazzasse. Un modo per evitare alla famiglia
della vittima altri dolori. E per risparmiare soldi. Si sbarazzava
il mondo di uno che non meritava di vivere.
Madame Caccadipollo si ferm davanti alla cella di Roger
e gli domand se soffrisse di qualche disturbo. No. In
tal caso, il dottore l'avrebbe sottoposto a visita la settimana
successiva.
Il tintinnio del campanello segnalava anche l'arrivo del
tenente delle guardie di sorveglianza, che faceva l'ispezione
di routine e apponeva la sua firma sul registro. Tutto
doveva risultare conforme al regolamento nel Braccio della
morte. Il campanello poi anticipava lo sferragliamento
e i botti del carrello del vitto. Al Braccio della morte servivano
due pasti al giorno, il primo intorno alle otto e mezzo
del mattino, il secondo alle tre del pomeriggio. Tutto
doveva restare sotto chiave dalle quattro del pomeriggio
alle otto di mattina. Era assurdo servire in otto ore tre pasti
che dovevano essere finiti entro le quattro. I cancelli
venivano chiusi all'inizio del terzo turno di sorveglianza.
cos, in tarda serata, ai condannati era distribuito uno
spuntino, consistente in un panino alla mortadella e un'arancia:
il terzo pasto garantito per legge.
L'altro rumore che Roger sentiva era quello del cancello del ballatoio quando entrava qualcuno. L'angelo armato
di guardia sulla passerella era cos silenzioso che Roger
riusciva a percepirne solo l'ombra in movimento, finch
non compariva davanti alla sua cella.
Dopo le quattro del pomeriggio, il campanello smetteva
di suonare. La chiave del cancello esterno del braccio
veniva portata via e custodita nell'avamposto n 2, la torretta
di sorveglianza sopra l'ingresso del Grande cortile.
Se qualcuno doveva entrare nel Braccio della morte, la
chiave veniva consegnata dentro un secchiello calato con
una corda. Accadeva puntualmente a mezzanotte, per il
cambio del turno di guardia.
Alle sei si accendevano i televisori, uno ogni tre celle. I
diffusori acustici erano stati scollegati, e il suono era erogato
tramite degli auricolari col filo troppo sottile per potercisi
impiccare. Ciascuna delle tre celle aveva in dotazione il
telecomando una settimana alla volta. A Roger non fregava
un cazzo dei programmi. Guardava poca televisione, ma
adesso ne avrebbe guardata di pi. Preferiva la lettura, fin
dai tempi del carcere minorile. Adesso avrebbe letto di pi.
Si sarebbe masturbato pi spesso, e avrebbe pensato di pi.
Che altro c'era da fare nel Braccio della morte? Per lo meno
non era come nella Francia di altri tempi, dove non ti
era dato sapere quando sarebbero venuti a prenderti.
Spense la lampadina e si coric nella penombra. Le luci
della passerella e dei riflettori sul tetto penetravano all'interno,
ritagliate in ombre lineari dalle sbarre della cella,
dalle sbarre e dalla rete metallica della passerella, dalle
sbarre della finestra, strato su strato di sbarre poste a segregare
la notte fuori. Era chiuso sottovuoto. Gli pass
per la mente l'idea della fuga. Gli succedeva sempre, quando
si ritrovava in una nuova cella. Qui, tuttavia, un rapido
calcolo delle misure di sicurezza forniva la certezza immediata
che le probabilit di evadere erano inferiori a quelle
di uscire con il Secondo Avvento.
Conosceva tutti gli ostacoli dall'epoca in cui era stato recluso
da detenuto comune. Gi allora ci aveva pensato. La
rotonda del blocco di celle nord e l'ascensore erano gli unici
posti dove non si era sotto il tiro di una sentinella armata
pronta a imbracciare il fucile e sparare alla gola. Prima di
uscire dalla gabbia, dovevi fare il balletto dello spogliarello
davanti agli sbirri che ti guardavano dalle sbarre. Ti osservavano
mentre indossavi la tuta e tenevi le mani sollevate
verso le sbarre, in modo da poterti ammanettare. Difficilmente
mettevano dentro un dito finch non si chiudevano
le manette. Infine indietreggiavi e ti legavano in vita le catene,
che poi fissavano alle manette e ti passavano tra le
gambe. Se avanzavi con un movimento brusco, lo strattone
ti faceva perdere l'equilibrio e cadere di faccia. Intralciati
da manette e catene, non si poteva evitare l'impatto col
cemento. No, era impossibile che il condannato riuscisse a
mettere fuori combattimento tre sbirri nell'ascensore. Sbirri
brutali, muniti di manganelli, spray urticanti e apparecchi
radio per chiamare subito i rinforzi.
Se non ce l'avesse fatta a essere trasferito a una prigione
della contea, una qualsiasi, e da li tentare poi la fuga,
era a San Quentin che sarebbe finita per sempre la sua corsa.
Sarebbe morto da uomo?
Ancora una volta fu folgorato dal terrore. Cerc di combatterlo,
imponendosi di respirare pi lentamente. La morte
arrivava per tutti. La sua aspettativa di vita era di almeno
sei anni. E quanti avrebbero dato tutto per altri sei
anni di vita, anche in cella?
Gli vennero in mente Florence e suo marito, la coppia
che aveva sequestrato. Poteva vederli allo specchio. Quella
visione lo lasci senza fiato. Sarebbe morto per il loro
assassinio. Sarebbe morto volentieri se fosse servito a riportarli
in vita. No, era una bugia. Ma si sarebbe tagliato
un braccio e, dannazione, si sarebbe di sicuro arreso se solo
avesse immaginato che la loro vita sarebbe stata in pericolo
qualora non l'avesse fatto. Era legalmente responsabile
della loro morte, e anche moralmente, ma... Forse
era la giustizia di Dio che si abbatteva su di lui per aver
fatto fuori il suo ex socio, Mad Dog. A quel pensiero pazzesco,
si fece una sonora risata.
E, come se avesse dato l'imbeccata agli altri detenuti,
un coro di risate si lev dal ballatoio. Gli assassini ridevano.
Che cazzo succedeva? Lo stavano prendendo per il culo? Poi si rese conto che stavano vedendo tutti lo stesso
programma in TV, ed era per quello che ridevano.
Frattanto, sotto la soglia della sua percezione cosciente,
era in corso una conversazione tra le celle accanto all'ingresso.
Roger si ritrov sintonizzato su quelle parole.
- I nostri fratelli negri sono finiti in Sudafrica. Non
vorresti essere laggi, amico? Invece che in 'sto posto di
merda...
- S, amico... E se fossi laggi, amico, li accopperei tutti
quei mollaccioni di bianchi facce di culo che si fanno
chiamare afrikaner... come se avessero qualcosa a spartire
con l'Africa... che stronzata!
- S, caverei fuori da sottoterra chi  morto e l'ammazzerei
un'altra volta.
- Quando esco da questo posto di merda, me ne vado
in Africa, amico. Non scherzo. Voglio scappare dai bianchi,
amico. Non mi piacciono, fratello. Non mi piace la loro
pelle bianca, che ti fa venire in mente un pesce morto.
Guarda questa pelle scura, quant' bella... Quando guardo
un bianco, amico, mi viene di pensare com' che una
checca cacasotto cos ha conquistato questo mondo fottuto,
amico. Capisci che voglio dire, negro? Quei cacasotto
non ce la fanno a tirarti dentro per fare a botte. Ne ce la
fanno a battersi. Quando un negro gli corre dietro, si mettono
una strizza...
- S, eccome se lo so, amico. E proprio strano, che cazzo...
Roger chiuse gli occhi. Oddio, pens, mi toccher stare
a sentire questi cretini per dieci anni? Forse dovrei dire
qualcosa... Si limit a sorridere tra s; era sicuro che
non avevano mai sentito un bianco riempirsi la bocca di
parolacce come faceva lui, se veniva provocato.
Ma erano nel Braccio della morte. Bestie chiuse nelle
gabbie separate di uno zoo che si strillavano la loro rabbia
primordiale. cos sarebbe stato. Se si fosse imbufalito,
probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. A ogni modo
era una cosa cos stupida... Che avevano fatto, quei due,
per essersi beccati la pena di morte? Dovevano essere tristemente
famosi, da qualche parte.
E Big Strunk e Jimmy Rube? Difficile concepire che
sopportassero lo sproloquio di quei due cazzoni negri sciovinisti
da tutto quel tempo senza intervenire. Strunk era
finito nel Braccio della morte per aver ammazzato un
informatore a bordo di un autobus del dipartimento dell'Amministrazione
penitenziaria. L'aveva strangolato,
stringendogli le catene intorno al collo. Le guardie in testa
e in fondo all'autobus non sapevano che pesci pigliare.
L'autista aveva sbandato pi volte. La guardia armata
non poteva usare il fucile. Nessuno stava tentando la fuga.
Strunk non era uno che tollerava troppe cazzate, andava
per le spicce, era risaputo. Lo stesso dicasi di Jimmy
Rube. Roger lo aveva visto accoltellare un detenuto nero,
un pugile professionista, un duro che ci dava sotto coi pugni,
eppure strillava come una donnicciola quando Rube
gli aveva piantato una lama acuminata sotto le costole. Gli
aveva tranciato un pezzo di cuore. Per miracolo (e anche
perch era in eccellenti condizioni fisiche), il coglione era
sopravvissuto. E aveva anche smesso di fare la spia.
Come se quel pensiero gli fosse arrivato per via telepatica,
Roger sent la voce di Jimmy Rube: - Ehi, fratello,
vengo da te manana, all'ora d'aria.
- Va bene, amico, - rispose, e non disse una parola di
pi, come si faceva tra i detenuti di una volta.
Roger ud nuovamente il coro di risate. Gli assassini
avevano trovato qualcosa di comico in TV. Pappa e ciccia?
Macch. Troppo verosimile, i detenuti non potevano trovarlo
cos spassoso. E poi lei, Roseanne, era troppo brutta.
Loro preferivano quelle giovani e arrapanti.
Dopo la notte di viaggio in autostrada e la trafila di ingresso
nel Braccio della morte prolungatasi per l'intera
giornata, Roger era stanco. Quando ud il rumore dei carcerati
che attraversavano il Grande cortile, le voci che fluttuavano
nell'aria serale, chiuse gli occhi e riusc a vederli
procedere lungo le linee bianche, sotto la sorveglianza delle
guardie armate sulle passerelle. Roger conosceva quella
scena, perch anche lui all'epoca usciva a quell'ora per frequentare
la scuola serale e prepararsi a sostenere l'esame
di diploma. Era stata un'esperienza molto istruttiva.
Sprofond nel sonno: se sogn, non si ricord di nulla.
Al mattino, dopo aver fatto colazione ed essersi lavato,
sent il sergente Blair arrivare sul ballatoio e dire a qualcuno:
- Doccia e ora d'aria. E poich il sergente gli era passato
davanti senza fermarsi, Roger lo chiam.
- Sergente... com'? Resto chiuso in cella?
- Devi ancora essere valutato dalla commissione. Non so
con chi lasciarti uscire.
- Con chiunque, a me sta bene.
- Non  questa la procedura... troppo rischiosa. Probabilmente
finirai con Strunk e Rube e quel ragazzo.
Roger ud il sergente Blair girare la chiave di una cella.
Non appena usc dal ballatoio, la barra di sicurezza si alz.
Il cancello di una cella si apr e si richiuse.
Strisci fuori Richard Romero, scoccando occhiate dentro
ogni cella. Si muoveva con una strana andatura, il culo
sporgente e i piedi infilati nelle ciabatte che scivolavano
sul pavimento. A Roger venne in mente un serpente.
Si rifiut di prendere atto dell'esistenza di quel pazzo criminale.
Non che Roger avesse paura di mostri di quel genere.
Si comportavano da vigliacchi, se la vittima non era
inerme. La paura era una componente intrinseca dei loro
delitti. C'erano dentro fino al collo, e traevano un piacere
immenso nell'infliggerla agli altri. Se potessi mettere le
mani su quel figlio di puttana, pens Roger, immaginando
di spaccargli la faccia a suon di pugni o di fracassargli
il cranio con un martello. Per evitare di guardare il mostro
e quindi di innervosirsi, Roger si attacc all'auricolare e
chiuse gli occhi mettendosi all'ascolto della musica in onda
alla radio della prigione.
Pi tardi ud una guardia gridare: - Forza, Romero, torna
in cella -. Sent il cancello richiudersi e la barra di sicurezza
abbassarsi, poi i passi della guardia che arrivava, chiudeva
a chiave la cella e ne apriva altre tre. I cancelli restarono
chiusi finch la guardia non fu uscita dal ballatoio ed ebbe
azionato la leva. Solo allora si spalancarono e si richiusero
con uno schianto. Roger vide tutto attraverso i rumori,
che ormai riconosceva dopo una vita intera passata ad ascoltarli.
Jimmy Rube e Strunk gli comparvero davanti alle sbarre;
sorridevano, scoprendo i denti. Strunk era a torso nudo
e aveva in mano un asciugamano e un portasapone. La
pelle coperta di lentiggini, il torace immenso, le braccia gigantesche;
e aveva tanti di quei tatuaggi che sembrava un
muro di graffiti, anche se alcuni dei disegni pi grossolani
erano stati coperti con altri eseguiti da una mano pi
professionale.
- Ehi, fratello mio, mi spiace vedere il tuo povero vecchio
culo quass... ma non posso fermarmi a parlare con te
adesso, devo andare a farmi la doccia. Torno dopo. Parla con
Rube. Ha una faccenda da dirti.
- Ok, mister Muscolo. A dopo. Fatti un massaggio con
l'olio, su quel tuo bel fisicaccio.
- 'Fanculo, amico, - rispose Strunk avviandosi. Poi ci ripens.
- Ho delle riviste, in cella. Un mucchio di New
Yorker. Le vuoi?
- Certo che s, porta qua.
Strunk annu e prosegu per il ballatoio.
Rube si fece avanti; i suoi occhi avevano una vivacit
ingiustificata, considerata la situazione. - Mi spiace che sei finito
qui, ragazzo, ma... ti va di filartela?
Roger si domand se aveva capito bene.
- Che?
- Ci crederesti che sei arrivato appena in tempo per dartela?
Il battito cardiaco di Roger fece cilecca mentre la speranza
si riaccendeva in lui, ma un attimo dopo il cinismo della
realt gli insinu il dubbio.
- Com' possibile?
Rube si volt a guardare al disopra della spalla per accertarsi
che l'agente di guardia non fosse nei paraggi. - Abbiamo
tagliato la rete e le sbarre della passerella, - rispose abbassando
la voce.
Era vero? E anche se fosse stato vero, dove sarebbero andati?
Erano sempre nel Braccio della morte.
- E allora?
- Di, amico, non essere negativo. Ci abbiamo messo un
fottuto anno a fare il lavoro. Adesso ci manca una settimana
per tagliare le sbarre di Strunk. Ce la prendiamo comoda, ci
lavoriamo quando i televisori sono accesi e i coglioni parlano...
smorza il rumore, tra i film e la musica... A ogni modo,
quando Strunk pu uscire di cella, aspettiamo il primo
turno di guardia, dopo mezzanotte, lui va laggi e sistema il
secondino armato. Lo chiude in una cella all'entrata. Poi
prende il sergente e l'altro secondino. Fuori del ballatoio c'
quella finestra, - prosegu Rube indicando con un gesto il
punto esatto. - Tagliamo le sbarre e siamo sul tetto.
Roger s'immagin la scena. Quella finestra alta dava sopra
una passerella esterna. Era tre metri sotto il tetto di un
edificio che ospitava gli alloggi degli agenti scapoli e la stazione
radio. Almeno in un'occasione, Roger ricordava, un
carcerato era salito sul tetto accanto al refettorio, poi, procedendo
carponi, aveva superato quel punto. Il tetto l si univa
a quello dell'ufficio di custodia e dell'ufficio interno della
libert vigilata. All'angolo, alla fine dell'edificio, c'era una
zona buia da cui il fuggiasco era uscito inosservato, per essere
per catturato mentre tentava di attraversare il Golden
Gate Bridge.
Rube rimase in silenzio, gli occhi raggianti, il sorriso largo
e giulivo.
- Vale la pena di provare, sembra, - disse infine Roger.
Ricomparve Big Strunk, passandosi l'asciugamano sui capelli
bagnati con una mano, il fascio di New Yorker nell'altra.
- Ecco qua, amico, - disse, posandole sulle sbarre.
- E il mio turno della doccia, - fece Rube.
- S, va' a lavarti quella carcassa puzzolente, - disse
Strunk. Poi, non appena Rube si fu allontanato, domand:
- Te l'ha detto?
- S.
- Che ne pensi?
-  un azzardo... forse un grosso azzardo... ma  sempre
meglio che starsene qui a farsi le seghe.
Un giovane condannato pass alle spalle di Strunk. - Chi
? - domand Roger.
-  Robillard, - rispose Strunk, voltandosi. - Ehi, Robillard,
vieni qua.
Il giovane torn indietro e Strunk fece le presentazioni.
Dimostra sedici anni, pens Roger. In realt ne aveva diciannove.
Era cresciuto in una casa di accoglienza. A diciotto l'aveva
lasciata ed era passato alla strada, solo, senza istruzione
e senza un lavoro in mano. Gli avevano offerto cinquecento
dollari per rubare un'automobile. Aveva accettato, e
dieci minuti dopo una pattuglia della polizia si era lanciata
al suo inseguimento. Era il primo reato che commetteva, era
terrorizzato. Quando il poliziotto si era avvicinato,
Robillard l'aveva freddato con un colpo di pistola, e cos era stato
condannato a morte per omicidio di primo grado.
Dalle celle vicino all'entrata sentirono la voce di uno dei
due neri della sera prima. - Ehi, bastardo, vieni qua.
Strunk rote gli occhi in alto e si pieg all'indietro per
guardare sul ballatoio. - Quei due negri fottuti. Cazzo!
- Che vogliono?
- Chiamano Robillard. Vogliono che gli passi qualcosa.
Strunk sollev una mano e l'agit per attirare l'attenzione
del ragazzo; poi gli fece cenno di fare quel che gli chiedevano.
- Li ho sentiti parlare ieri sera, quei coglioni, - disse Roger.
- Stavo per dire qualcosa, ma Rube m'ha fatto cenno di
lasciar perdere.
- Non possiamo fare niente, quass... ma anche se ci mettiamo
a urlargli contro, andrebbe a finire che ci trasferiscono
in un'altra cella, al Centro di adattamento o sull'altro lato.
Pensa che casino. Sei pronto a evadere e loro ti spostano
di cella, forse in un altro blocco. Con la fortuna che mi ritrovo,
ci metterebbero il negro nella mia cella, e sarebbe quel
bastardo a filarsela.
Robillard comparve alle spalle di Strunk. - Che  successo
? - domand Strunk.
- Voleva che portassi una cosa a uno sul ballatoio. Mi sarei
rifiutato se tu non m'avessi fatto cenno. Un po' mi spiace
per come fottono i neri, ma non c' motivo di mancare di
rispetto alle persone. Vaffanculo a lui.
- S... s... s... ma non possiamo fare cos proprio adesso...
Ehi, amico, - disse poi Strunk a Roger, - vado a sgranchirmi
le gambe. Sarai fuori con noi, la prossima settimana.
La commissione di valutazione  venerd.
- Mi valuteranno, eh?
- S, in minima sicurezza.
Strunk e Robillard passarono avanti e indietro un paio di
volte, poi vennero raggiunti da Rube, che era appena uscito
dalla doccia. Fece un paio di andirivieni, chiacchierando con
loro, poi si accost alla cella di Roger.
- Che  successo? Quei giovani negri ti hanno fatto incazzare?
- Non proprio... ma, amico, quelle stronzate dopo un po'
stufano. Tutta quell'autocommiserazione paranoide... e tutto
quel riempirsi la bocca di spacconate... accoppo 'sto bastardo
qua, faccio secco quel negro l... come se fosse un film
del cazzo e loro ci fossero dentro. Eh, s... cattivo fa fico.
- Di questo non ne so niente, - disse Rube. - Quello che
so  che hanno spifferato tutto, accusandosi a vicenda dieci
minuti dopo che erano entrati nella stazione di polizia...
Hanno fatto a gara a chi si salvava il culo per primo. C'era
un terzo tizio, e lui  stato rilasciato perch non ha fiatato,
ha detto solo che voleva un avvocato.
- Che reato avevano commesso?
- Una gran figata. A Oakwood, dove i messicani si stavano
facendo la guerra con la banda dei Shoreline Crips, ti
ricordi?
Roger annu. Era finito sul giornale prima che lui fosse
rilasciato sulla parola: in poco pi di un chilometro e mezzo
quadrato, nel giro di cinque mesi c'erano state quaranta sparatorie
e una decina di morti ammazzati.
- Mentre erano in automobile hanno visto un giovane
messicano di loro conoscenza che se ne andava a spasso
con la sua pupa... cos hanno accostato e hanno fatto fuoco,
sparando alla cieca e svuotando tutto il caricatore. Lui
l'hanno mancato, ma hanno ammazzato la ragazza, incinta
di cinque mesi. Hanno pure accoppato una vecchia bianca
che se ne stava dentro casa. Viveva a Venice da quando
i treni della Pacific Electric correvano sul retro di casa
sua. Era la cara vecchietta del quartiere. Cos ai due coglioni
hanno dato la pena di morte sulla base della nuova
legge federale. E comunque, - prosegu Rube, - quando
ti fanno sbroccare, prima di aprire bocca ricordati che potremmo
essere fuori di qui fra un paio di settimane, se la
tieni chiusa.
- S, hai ragione. Se ci riesci tu, cazzo, ci riuscir anch'io.
- Che hai detto?
- Amico, lo sai che hai la lingua cinque volte pi lunga
della mia.
- Stronzate!
Il tintinnio del campanello annunci l'arrivo dell'ascensore.
- Chi altro c' quass che conosco?
- Su questo lato, solo io e Strunk. No, c' anche quello
spione di Rudy Wright.
- Vuoi dire quell'esaltato di Rudy?
- Gi.
- Come vi comportate con lui?
Rube accost il dito alle labbra e si avvicin alle sbarre.
- Il passaggio esterno che abbiamo aperto  proprio di
fronte alla sua cella. Anche le sue sbarre sono tagliate.
- Com' successo?
- L'hanno spostato in quella cella. Era quella dove stava
Gilmore... Le sbarre erano quasi tagliate, mancava poco,
quando l'hanno portato al piano di sotto.
- In cella! In cella! - grid una guardia dall'ingresso, battendo
la chiave contro le sbarre per ribadire il concetto.
- Ehi, capo, - url Big Strunk. - Sono solo trentacinque
minuti che siamo fuori.
- S, s, lo so. Vi far recuperare domani.
-  il vecchio Blair. E uno a posto, - disse Jimmy.
- Secondo me non ha mai fatto del male a nessuno in vita
sua, - comment Roger.
- Ci vediamo manana, fratello, - si conged Rube, e dopo
aver picchiettato sulle sbarre si avvi verso la sua cella.
Roger ud lo schianto dei cancelli che si chiudevano e
il rumore della barra che si abbassava. Gli venne di pensare
a Rudy Wright. Rudy, il pugile peso massimo: lento,
goffo, e con la mascella di vetro. Rudy l'ignorante. Rudy
il pervertito, cui piaceva succhiare il cazzo e fottersi i ragazzini
bianchi. Aveva molestato un ragazzetto usando le
maniere forti, e lui l'aveva preso a coltellate. Rudy era stato
trasferito a Folsom. Odiava Folsom. I suoi ospiti erano
per lo pi vecchi guerrieri brizzolati che uscivano dalle celle
fregandosene se pioveva merda di cane o se crepavano
prima di sera. Rudy voleva essere trasferito in un penitenziario
con detenuti pi giovani, cos si era offerto di comparire
come testimone per l'accusa in un processo per un
omicidio commesso dentro il carcere. Malgrado la testimonianza
di Rudy, la giuria aveva assolto l'imputato. Lui
aveva ottenuto comunque il trasferimento. Ma i giovani
detenuti non erano stati sedotti dal fascino di quel grosso
negro che aveva fatto la spia. Rudy ne aveva fatto fuori
uno. La giuria lo aveva dichiarato colpevole stabilendo che
fosse giustiziato. Eccolo qua, qualche cella pi in l sulla
destra. Con le sbarre segate. Ges mio, che strane alleanze
si creano per caso... Il socio di Roger nel piano di evasione
dal Braccio della morte era uno che lui considerava
un essere spregevole.
Anzich aprire altre celle per consentire l'ora d'aria di altri
detenuti, il sergente Blair spalanc il cancello per far entrare
il secondino che distribuiva la corrispondenza.
- Ascoltate, - esord l'uomo. - Se volete queste raccomandate,
che cazzo, dovete firmare. L'ufficio postale si rifiuta
di darmi altra roba perch qualche idiota non vuole
mettere la firma con tanto di nome e cognome.
Chiss che c'era sotto quel proclama, si domand Roger.
Si mise a leggere l'indice di una copia del New Yorker,
mantenendo parte dell'attenzione sulle voci provenienti dall'ingresso.
La sagoma dell'agente addetto alla posta pass oltre
la cella di Roger e si ferm un po' pi in l. Poi si spost
sull'altro lato e scomparve.
Dopo un paio di minuti, si sent la voce di Rudy Wright.
- Ehi, Big Strunk! - grid.
- Che c', Rudy?
- Che vuol dire ra... tifica del giudizio?
- Che ti rimandano a casa domani... - rispose una voce
che si sentiva per la prima volta, suscitando un coro di risatine
per il ballatoio.
- Ehi, amico, piantala di cazzeggiare, - fece Rudy. - Brutte
notizie, eh?
- Gi, brutte notizie, - conferm Big Strunk.
Anzich totale disprezzo, Roger si accorse di provare una
sorta di piet per quel bruto deficiente di Rudy, che era un
essere abietto in base ai valori sia dei detenuti sia della societ.
La sua ignoranza lo rendeva in qualche modo meno colpevole.
Come tutti, era pi o meno ci che aveva appreso dai
suoi maestri di vita. Come recitava quell'antico adagio, comprendere
tutto  perdonare tutto. Non che dicesse proprio
la verit, ma ci andava abbastanza vicino, e lo fece riflettere.
Poteva immaginarsi l'infanzia di Rudy. Se Dio aveva una
bilancia capace di pesare il male che la maggioranza dei condannati
aveva inflitto ad altri e il male che avevano subito,
quest'ultimo pesava senz'altro di pi. Per la prima volta, Roger
prov una strana compassione per Rudy Wright.
I giorni divennero settimane. Segare le sbarre fu un lavoro
lento ed estenuante. Potevano farlo soltanto durante l'ora
d'aria. La partita di bridge faceva da copertura. Seduto a
gambe incrociate sul pavimento, Jellico si appoggiava con la
schiena contro le sbarre esterne e usava il seghetto quando
la sentinella sulla passerella era dall'altro lato. L erano reclusi
Al Salas e Charlie Jackson. L'acqua del loro gabinetto era
stata aspirata utilizzando un cuscino piazzato sopra il bordo:
ci si sedeva sopra, poi ci si muoveva su e gi. Roger aveva
fatto lo stesso col suo, perch la partita di bridge si svolgeva
proprio di fronte alla sua cella. Quando i vasi del gabinetto
erano completamente svuotati, i condannati avevano a disposizione
una specie di telefono che li collegava. Non appena
la sentinella iniziava a muoversi, Salas o Jackson davano
l'allarme comunicando attraverso il gabinetto, e Roger a sua
volta avvisava Jellico. Quando Jimmy Rube, Big Strunk,
Robillard e Roger uscivano per l'ora d'aria, facevano esercizi di
ginnastica ritmica sul ballatoio. Alle guardie che li osservavano
dall'entrata sembrava una cosa del tutto normale. Per
la sorveglianza del ballatoio contavano sul secondino di guardia
sulla passerella. Rudy e Jellico, a turno, tenevano la testa
dentro il gabinetto. Nel momento in cui la sentinella sull'altro
lato si muoveva, ricevevano il segnale e davano l'allarme
con un forte colpo di tosse. Anche se segavano soltanto per
pochi secondi ogni ora, per Roger era difficile credere che
nessuno sentisse il rumore del seghetto, e ancora pi difficile
credere che nessuno prima o poi facesse la soffiata.
Alla fine il lavoro fu terminato. L'evasione sarebbe stata
tentata la prima notte di temporale, quando lo scroscio della
pioggia avrebbe coperto il rumore del seghetto sulle sbarre
della finestra.
Il temporale arriv quattro giorni pi tardi.
- Stanotte, - annunci Rube, quando si ritrovarono sul
ballatoio per la doccia.
- E il seghetto? E bello che andato.
- Gi. Perch non fai un salto alla ferramenta qui sotto
a comprarne uno nuovo?
- Lo faremo segare lo stesso, - disse Strunk. - Abbiamo
tutto il tempo che ci serve, da mezzanotte alle otto di mattina.
Non viene nessuno quass fino al cambio del turno.
- S, ma sar pieno giorno a quel punto.
- Oh, merda!  vero.
Per la prima volta Roger realizz che Strunk era un po'
tonto. Da diciotto mesi progettava l'evasione e non si era
mai posto il problema di quando avrebbe fatto giorno.
- Cinque ore le abbiamo tutte, - intervenne Rube. - Posso
farcela a mozzarle in cinque ore.
- D'accordo, cinque ore. Ma il seghetto  andato e quella
sbarra  bella grossa.
- E che volete fare? Piantarla qui? Tornare in gabbia?
- Cazzo, no!
- Aspettare un altro po' cos trovano le sbarre segate?
- Certo che no.
- Allora, giochiamo il tutto per tutto e speriamo che ci
dica culo, come quando si tirano i dadi.
- Lascia perdere i dadi, - intervenne Strunk. - Ai dadi
mi dice una sfiga nera.
- Chi  di turno stasera?
- Il sergente Mencken e il vice Dog.
- Sicuro?
Anche se nessuno ne era certo al cento per cento, correva
voce che il sergente Mencken fosse il boia, quello che prendeva
l'incentivo per tuffare il sacchetto di garza con le pastiglie
di cianuro nella bacinella di acido solforico, cos che si
sprigionasse gas di cianuro. Quanto al vice Dog, il nomignolo
che gli avevano affibbiato la diceva lunga su chi fosse.
- Pensi che le far, quelle chiamate di controllo?
- Se non le fa, sono cazzi acidi per lui, - rispose Big
Strunk. - Ma non mi piace per niente quel figlio di puttana.
 pronto a farmi fuori per centocinquanta dollari in pi in
busta paga.
- Tanto gli danno?
- Cos ho sentito dire. Gli dnno anche un giorno di riposo.
- Le far, le telefonate, - disse Jimmy Rube. - Voi che
fareste se aveste un coltello puntato alla gola e quello che sta
dalla parte del manico  uno che  gi stato condannato a
morte?
Il sergente Blair batt una grossa chiave contro le sbarre
del cancello d'ingresso. - In cella! Tutti dentro!
Roger e i suoi compagni si scambiarono un'occhiata e annuirono.
Passando davanti alla cella di Rudy, Roger gli rivolse
un largo sorriso e, strizzandogli l'occhio, gli mostr discretamente
i pollici alzati. - Stanotte, - disse, imbarazzato
della sua falsit. Alla luce dei valori in cui Roger credeva,
Rudy era la peggior feccia umana esistente sulla faccia della
terra, un pervertito che molestava i bambini, e una spia. S,
era Rudy il fulcro della fuga: le sbarre della sua cella erano
state segate e lui poteva scappare fuori. A dire il vero, non
c'era modo di impedirgli di chiamare la guardia. Era grosso
e forte, e a Big Strunk poteva tornare utile quando si
trattava di dargli il cambio. Eppure Roger era disgustato
dalla sua ipocrisia.
Rientr in cella. La sbarra di sicurezza si abbass e gli arriv
il rumore dei cancelli che venivano chiusi a chiave. Stava
urinando tenendosi appoggiato con una mano alla parete
quando gir la chiave della sua cella.
- 'Notte, Harper, - disse il sergente Blair.
- 'Notte, sergente, - ricambi lui, aggiungendo tra s:
E anche addio.
Pi tardi arriv Fast Eddie a raccogliere i vassoi del vitto.
- Nessuno ha mangiato, - not. - Spero che non vi siate
beccati l'influenza.
- Macch, solo non ho fame, - disse Roger, che aveva appena
toccato il cibo servito sul vassoio.
Cambi il turno di guardia. Arrivarono gli agenti in servizio
dalle quattro del pomeriggio a mezzanotte. Dopo l'appello
delle quattro e mezzo, il sergente distribu la corrispondenza.
Per Roger niente posta. Richard Romero si vide recapitare
otto lettere. Aveva lineamenti delicati e malinconici,
di una bellezza diabolica. Le donne gli scrivevano da tutto
il mondo. Forse non ho ammazzato abbastanza gente, io,
pens Roger. Il sarcasmo di quel pensiero fu smentito dalla
fitta di angoscia che prov ripensando a ci che aveva commesso.
- Ehi, Roger, - grid Rudy Wright, dopo che fu terminata
la consegna della posta.
- S, che c'?
- Mi hanno mandato la data dell'esecuzione, - disse Rudy.
- Il 5 di giugno. Tra sessantadue giorni.
- Ci andiamo insieme. Anch'io ce l'ho per quel giorno, -
disse una voce da una cella vicino all'ingresso. Si sentiva raramente,
ed era quella di Merkouris, che aveva ammazzato
la sua ex moglie, il suo nuovo compagno e il bambino di nove
anni che la donna aveva avuto da un precedente matrimonio.
Dopo la carneficina, Merkouris era entrato in un bar e
aveva ordinato da bere per due: Bourbon per me. Scotch
per mia moglie. Poi aveva estratto la testa della moglie da
una cappelliera e l'aveva piazzata sul bancone. Fuggi fuggi
generale. Erano arrivati gli sbirri. La giuria aveva rigettato
l'ipotesi dell'infermit di mente sostenuta dalla difesa, e adesso,
dopo quattordici anni, gli appelli erano finiti e l'ultima
corte aveva emesso il mandato di esecuzione. Durante la reclusione
era ingrassato di quarantacinque chili. Roger si rammentava
com'era, perch era detenuto nella prigione della
contea quando il processo era in corso.
- Ci sar un bell'affollamento laggi, - osserv Rube. -
Rabbit Carson ha la data dell'esecuzione fissata per il 5 marzo...
- Chi  Rabbit Carson? - domand qualcuno.
- Un tizio che sta al Centro di adattamento, - rispose
Strunk. - Ehi, Rudy, magari ti faranno sedere in braccio a
Merkouris...
Seguirono risate isolate; silenzio assoluto da parte di Rudy
e Merkouris. Roger sorrise. Roba da paura, pens, parlare in
quel modo grottesco di appuntamenti con la morte... Essere
reclusi in quel posto aveva un lato surreale, una qualit
onirica, qualcosa di incredibile. Si era immaginato in prigione,
ma non nel Braccio della morte. Era ragionevole che avesse
scelto di fregare spacciatori e magnaccia; nessuno era finito
nel braccio per aver accoppato delle canaglie. A nessuno
fregava niente che fossero morte... Non che lui avesse progettato
di ammazzare qualcuno se non costretto a farlo. Sfogliando
le pagine della sua vita, non riusc a vedere quando
avrebbe potuto prendere decisioni diverse.
Il tremolio della luce gli disse che i televisori erano stati
accesi. Prese l'auricolare e il telecomando. Quella settimana
spettava a lui gestire i programmi. Fece un giro dei canali e
si ferm sui classici del cinema americano. Marlon Brando e
Karl Malden in I due volti della vendetta. Gli avrebbe tenuto
la mente sgombra dai pensieri per un paio d'ore.
Le dieci. Un altro film. Fred Astaire che balla per le vie
di Londra in Sua Altezza si sposa. Avvert una fitta di dolore
al pensiero che non avrebbe mai visto Londra, n altri posti.
L'evasione di quella notte aveva scarse possibilit di riuscita.
Il rischio era altissimo. Se ce l'avessero fatta, la caccia
all'uomo per quel branco di assassini condannati a morte sarebbe
stata spietata. Si figur che ogni giudice di pace nel
raggio di centinaia di chilometri avrebbe partecipato. Merda,
ci sarebbe voluto un miracolo per scappare. Era gi un
miracolo essersi aperti un varco segando due file di sbarre
sotto il naso delle guardie.
Poi si domand in quanti sarebbero andati. Non ne avevano
mai parlato. Ma era troppo tardi ormai, adesso che le
cose avevano cominciato a marciare.
Il film volgeva al termine quando il campanello dell'ascensore
trill. Il cambio del turno di sorveglianza. La partita sarebbe
iniziata subito dopo.
I televisori si spensero. Un minuto dopo si apr il cancello
del ballatoio. I fasci di luce delle torce rimbalzarono sulle
sbarre e sul pavimento di cemento. Il nuovo turno avanzava,
facendo la conta. Mentre i passi si avvicinavano, Roger
chiuse gli occhi e percep che il fascio di luce era puntato dentro
la sua cella. Quando li ud allontanarsi, le sue ascelle erano
viscide di sudore. Vide la pioggia grondare sulle finestre
in alto.
La porta esterna si apr e si richiuse. Il ronzio dell'ascensore
segnal la discesa. Nessuno sarebbe risalito fino al mattino
dopo. Dovevano mettersi subito in movimento. Ci sarebbero
volute ore per segare la sbarra grande e grossa di
quella finestra con met della lama del seghetto ormai inutilizzabile.
Un'ombra scura comparve alle sbarre esterne. Un attimo
e le suole di gomma della guardia calcarono la passerella. Controll
le celle e le figure sotto le coperte. Nessuno dorme,
pens Roger, non quass. Ripens alla pena capitale in Francia:
non ti era dato sapere quando saresti stato giustiziato.
Non te lo diceva nessuno. Arrivavano di notte. Cazzo, proprio
nessuno dorme l, pens Roger.
Dal ballatoio gli giunse il rumore sordo del cuscino che
sobbalzava sul gabinetto: qualcuno stava lavorando di natiche
per aspirare l'acqua e aprire il collegamento telefonico
con l'altro lato.
Forse dovrei farlo anch'io per sentire che succede, pens
Roger, e stava per saltare in piedi quando con la coda dell'occhio
vide una figura sfrecciare come una saetta. Era Big
Strunk.
- Che cazzo succede, amico? - url uno dei due Crips.
- Chiudi il becco, stronzo! - ringhi Jimmy Rube, la voce
smorzata ma abbastanza forte perch si sentisse. - Guai
a te se ti azzardi a spifferare qualcosa, mezzasega!
- Ma io, amico...
Un'altra sagoma schizz davanti alla cella di Roger sull'altro
lato del ballatoio. Era Rudy Wright, diretto verso la
cella dei Crips. Roger ud un mormorio, poi pi nulla. Il cuore
cominci a battergli all'impazzata. Schiacciandosi contro
le sbarre, riusc a vedere sulla destra Big Strunk che s'infilava
attraverso il suo buco che dava sulla passerella.
Rudy Wright ricomparve, gli occhi bianchi nella faccia
scura. Dovette aspettare, rannicchiandosi dietro Strunk, finch
i piedi del gigante sparirono tra le sbarre. Rudy si allung
e si contorse, sparendo dietro l'angolo.
Roger rimase in ascolto. Bastava un urlo, e il sergente
Mencken sarebbe corso al telefono. Aggrappato alle sbarre,
Roger s'immagin Strunk e Rudy in fondo al ballatoio in attesa
che il vice Dog ripassasse davanti alle celle, ripetendo il
solito giro di ricognizione.
Un grido soffocato sul nascere. Rumore di colluttazione.
Roger chiuse gli occhi e trattenne il fiato.
Nessun grido di allarme.
Un minuto. Un altro. Comparve una figura. Era Strunk.
Aveva in testa il cappello della guardia, che camuffava la sua
sagoma in controluce. Pass davanti a Roger diretto all'ingresso.
Aveva preso la chiave che gli avrebbe permesso di farlouscire e arrivare all'entrata. Rudy doveva essere rimasto
in fondo con il vice Dog. Roger si figur il terrore del vice
Dog, ridotto all'impotenza, alla merc di un assassino condannato
a morte. S'immagin anche ogni recluso nel braccio
della morte n 1, in piedi davanti alle sbarre della propria cella,
esattamente come stava lui.
Una voce.
- Oh, Dio!
Lo schianto di una seggiola che si rovesciava. Un minuto
dopo, Big Strunk grid: - Rudy! Rudy! Portalo qua.
- Ewai! - esult Jimmy Rube. - Hai sentito, Roger?
- Certo che ho sentito, mica sono sordo.
- Che succede, amico? - domand uno dei Crips.
Mentre diceva queste parole, la barra di sicurezza si sollev.
Big Strunk apr il cancello esterno ed entr sul ballatoio.
Roger sent che la cella di Jimmy Rube si apriva. Poi
quella di Robillard. Comparve Strunk. Alle sue spalle, un uomo
in uniforme. Era il sergente Blair. Il vecchio era stravolto,
la camicia di traverso, i capelli arruffati, lo sguardo stralunato.
La chiave gir, Roger usc dalla cella e si rammaric
per il vecchio... ma che poteva farci? Rinunciare a lottare per
salvarsi la vita?
- Mi spiace, sergente, - disse Roger. Gli usc d'istinto.
Era scorretto secondo il codice dei duri irriducibili, per il
quale la gentilezza era considerata una debolezza.
- Ecco qua, - disse Strunk, cacciando in mano a Roger la
calibro 38 special che aveva sottratto alla sentinella. - Prendilo
tu, il cannone. Sei quello che ha pi buonsenso di tutti.
Tienilo d'occhio. Vado a tirar fuori Salas e Charlie Jack.
Strunk si precipit verso l'ingresso, lasciandosi alle spalle
Robillard e Rube, che si erano fermati davanti a una cella.
Rube gesticolava animatamente.
- Andiamo, sergente, - disse Roger toccandogli la spalla
senza spingerlo. Si mossero verso l'ingresso. Sulla destra, dietro
le sbarre e la rete metallica, Rudy li super. Stava spintonando
il vice Dog.
La guardia aveva le mani dietro la schiena, legate con una
cintura che Rudy stringeva in una mano; nell'altra brandiva
un'asta ben affilata staccata dal galleggiante dello sciacquone.
La cima acuminata di quella specie di punteruolo accarezzava
la giugulare della guardia.
 tutto vero, pens Roger superando Rube, che si era fermato
a parlare con Richard Romero, la faccia immersa nell'ombra
che ne esaltava i tratti malvagi. Gli occhi gli luccicavano,
i denti erano scoperti in un ghigno di disprezzo.
- Te lo dico, amico, sar meglio per te. Il numero 666...
Roger tir dritto, tenendosi alle spalle del sergente, in direzione
della luce della zona di servizio. Robillard era gi arrivato.
Sotto la finestra c'era un tavolino pieghevole. Anche
salendo sul ripiano bisognava sollevarsi in punta di piedi per
arrivare alla finestra. Robillard stava piazzando una seggiola
sul tavolino. Chi avesse iniziato a segare le sbarre l'avrebbe
fatto da l sopra.
Roger ud un rumore proveniente dal ballatoio. Sopraggiunse
Rube, trafelato. - Dov' Strunk?
- A prendere Salas e Jackson.
- Quello stronzo fottuto, Romero, quel figlio di puttana...
dice che comincer a urlare e a sfasciare tutto se non
lo facciamo uscire dalla cella. Che ne  del resto?
Il sergente Blair scroll il capo, come se la domanda fosse
rivolta a lui. - Non tutti quei pazzi, - disse.
- Aspetta finch non torna Big Strunk, - disse Roger.
Apr la porta dell'ufficio  fece cenno al sergente Blair di entrare.
Arriv Rudy Wright con il vice Dog. Roger tenne la
porta finch non gli passarono davanti.
- Un bianco che mi tiene aperta la porta... cazzo! -
esclam Rudy. Voleva essere una battuta cordiale, e come
tale fu presa. Pur accennando un sorriso di cortesia, Roger
si ricord che Rudy era una spia, uno stupratore di ragazzini
bianchi, un essere abietto anche alla luce dell'etica dei criminali
d'altri tempi. Rudy not la rivoltella che pendeva dalla
mano di Roger e rote gli occhi. A Roger sfugg il significato
di quel gesto. Stava staccando le manette dalla fondina
che il sergente Blair aveva appesa alla cintura.
- A sedere, cane bastardo, - ordin Rudy, spingendo il
vice Dog su una seggiola con le rotelle.
- Ah, ah, - fece Roger. - Con quella, pu andare qua e
l per la stanza -. Roger diede un'occhiata in giro. - Fallo
mettere a pancia in gi e legagli le mani alla zampa del tavolo.
Tieni, - disse, allungandogli le manette. - Usa queste.
Rudy scoll l'agente dalla seggiola e con uno spintone lo
scaravent sul pavimento. Roger tolse il telefono dalla scrivania
e disse al sergente Blair di sedersi.
Entrarono Salas e Jackson, i chicanos di East L. A. con i
muscoli di una statua greca e tanti di quei tatuaggi da far invidia
all'Uomo illustrato, il dipinto vivente di Bradbury. Salas
e Jackson, un ladro d'altri tempi, erano nel Braccio della
morte per un omicidio su commissione: un uomo d'affari di
Santa Ana aveva deciso di far fuori il suo socio. Poi, sopraffatto
dal senso di colpa, era andato alla polizia e aveva vuotato
il sacco. Lui s'era beccato l'ergastolo; loro la pena capitale.
Salas salut con un largo sorriso e strizz la spalla di
Roger.
- Ehi, amico, ce la filiamo...
- Non correre troppo. C' ancora un bel po' di strada da
fare, prima che ci ritroviamo fuori di qui, - lo riprese Roger.
- Tieni d'occhio il sergente.
-  tutto mio.
Rube, Strunk e Jellico. Dov'erano finiti?
Proprio allora entr Jellico.
- Dove sono gli altri? - domand Roger.
Jellico indic il cancello aperto del ballatoio. Roger and
a guardare. Erano l, davanti alla cella di Romero. Ud la richiesta
insistente e rognosa di Romero: - Meglio che mi fate
uscire ! - seguita dal fragore metallico delle sbarre che vibravano
sotto i suoi colpi.
Con grande stupore di Roger, Rube allung la mano e
apr la cella. Romero schizz fuori e tutti e tre si avviarono
verso l'ingresso. Alle spalle di Rube, qualcuno grid, e lui
disse: - Torno subito.
E la voce: - Bastardo, meglio che torni!
Roger si fece da parte per farli passare. Big Strunk apriva
la fila, e gli strizz l'occhio sgusciandogli accanto. Poi veniva
Romero, alto e scarnito come un cobra con la testa eretta.
Per ultimo Rube, la faccia scura. Non degn Roger neppure
di uno sguardo. Alle loro spalle, voci da tutte le celle.
Robillard era salito sulla seggiola montata sul tavolo. Stava
iniziando a lavorare alle sbarre della finestra con il seghetto,
ormai ridotto a un ferrovecchio.
- L dentro, - disse Rube, indicando la seconda porta che
conduceva alla stanza annessa.
Il fiuto bestiale di Romero suon il campanello d'allarme.
Esit, e dopo aver guardato Jimmy Rube, scroll il capo.
- No. Voglio ammazzare le guardie.
Big Strunk lo colpi di sorpresa. Un destro micidiale che
aveva imparato alla Scuola del gladiatore. Avrebbe steso anche
un peso massimo.
La mascella di Richard Romero si ruppe con uno schianto,
e lui croll sul pavimento prima con la spalla, poi con la
gamba in picchiata. Era fuori combattimento.
Strunk fece una smorfia di dolore tenendosi la mano destra.
Jimmy trascin la massa inerte verso la porta che Jellico
nel frattempo teneva aperta.
All'improvviso Romero cominci a dimenarsi. - Aiuto!
Aiuto! Omicidio! - url, col corpo che si torceva come quello
di un rettile.
Roger stava per avventarsi su di lui, ma Rube lo precedette
piantando un piede nelle costole di Romero e mozzandogli
il fiato e la voce. Poi Rube gli piomb sopra con tutt'e due
le ginocchia.
Richiamato dall'urlo, Rudy Wright spalanc la porta dell'ufficio.
Roger afferr l'asta appuntita del galleggiante e si
avvent sul serial killer seguace di Satana. E ci sarebbe voluto
un intervento soprannaturale per salvarlo. Roger lo pugnal
una volta, sotto le costole. Penetr facilmente; fuoriusc
producendo il risucchio di una ventosa. Lo infilz ancora,
centr una costola e la mano gli scivol sull'asta.
- Maledizione!
Jimmy Rube lo spinse da parte.
- Sta' attento.
Rube aveva in mano uno di quegli spazzolini da denti sul
cui manico erano state saldate delle lamette da barba. Con
una mano afferr Romero per i capelli e con l'altra gli squarci
la gola. A ogni colpo, le lamette aprivano la carne bianca,
che all'istante si riempiva di sangue. Romero tentava di
lottare e urlare, ma i calci che incassava gli impedivano di respirare
e di strillare forte.
Alla fine, dopo un colpo secco sulla ferita, un getto di sangue
arterioso schizz per la stanza e fin sulla parete, come
fosse stato spruzzato da un tubo dell'acqua. I calci e i pugni
si ridussero a spasmi, poi sopraggiunse la morte.
Robillard si rimise al lavoro.
- Forza, - Rube esort Roger, afferrando Romero per un
piede.
Trascinarono il cadavere per riportarlo sul ballatoio, lasciando
una larga striscia di sangue sul pavimento tirato a lucido.
Quando lo mollarono, Rube si piazz in piedi a gambe
larghe sopra al cadavere.
- Qualcun altro ha voglia di venire fuori prima che glielodiciamo noi?
- No, amico, sei tu il capo, qui, - rispose una voce, e tutte
si smorzarono nel silenzio susseguente.
All'improvviso Roger si ricord e disse: - La telefonata
di controllo !
-  vero. Oh, merda!
Si precipitarono fuori del ballatoio. Jellico aveva dato il
cambio a Robillard sopra la seggiola. La porta dell'ufficio era
aperta. Jackson e Strunk si erano piazzati intorno al sergente
Blair. Avevano messo il telefono sulla scrivania, di fronte
a lui, che era legato con delle strisce di lenzuolo. Jackson alz
la cornetta, la poggi all'orecchio di Blair e form il numero
del centralinista. Tutti trattennero il fiato.
- Centralino, - disse l'operatore.
- Blair e Powell nel braccio.
- D'accordo -. Il centralinista riagganci.
Strunk rimise gi la cornetta. - Molto bene, sergente.
Roger not che il vecchio aveva le lacrime agli occhi, e all'improvviso
anche a lui venne voglia di piangere. Era una
cosa orribile da fare a un bravo vecchio come il sergente. Giusto
o ingiusto che fosse, doveva lottare per salvarsi la vita.
Roger usc dall'ufficio. Jellico era ancora all'opera alla finestra.
La porta dell'altra stanza era aperta. Salas stava armeggiando
davanti all'armadietto di metallo che conteneva
barbiturici, tranquillanti e forse qualche analgesico. Correva
voce che al condannato a morte, prima di condurlo nella
camera a gas, si offriva la scelta tra un bourbon doppio e un'iniezione
di morfina. Forse era vero, forse no. Gli unici due
tizi che in venticinque anni avevano portato di sotto, nelle
celle riservate ai condannati a morte, la notte prima dell'esecuzione,
non erano tornati a raccontare come era andata.
Salas aveva trovato un cacciavite in un cassetto e stava per
mettersi all'opera per forzare l'armadietto. Ficc l'attrezzo
in una fessura e fece leva. Ci avrebbe messo un po', ma alla
fine sarebbe riuscito a far saltare lo sportello. Che ce l'avesse
fatta a scappare oppure no, aveva intenzione di impasticcarsi
ben bene. In realt, era questo tutto ci di cui aveva
voglia, se fosse riuscito a fuggire.
Strunk si accost e sal sul tavolo. Jellico scese dalla seggiola
e gli pass il seghetto. Big Strunk si mise all'opera, premendo
con tutta la forza sulla lama smussata, le spalle muscolose
imperlate di sudore. Teso come quando si allena,
pens Roger, avvicinandosi per verificare i progressi.
Il seghetto aveva intaccato la sbarra. Era pi avanti di
quanto Roger si fosse immaginato, ma c'era ancora molto da
lavorare. Bisognava segare in due punti; la sbarra era troppo
spessa per piegarsi. Big Strunk abbass lo sguardo e sorrise
scoprendo i denti.
- Si muove, fratello.
- Non fermarti per parlare, scemo. Continua a lavorare,
- disse Roger. Strunk si volt e obbed. Roger si guard intorno,
domandandosi se fosse tutto vero: essere l, nel Braccio
della morte, coi peggiori assassini, nel bel mezzo di un'evasione.
Pronto a evadere. Grazie a Dio, aveva la pistola.
Aveva provato a infilarsela dentro i pantaloni, ma senza una
cintura non c'era stato verso. La teneva in mano. cos sarebbe
stato pi veloce, se ce ne fosse stato bisogno.
Dov'era Jackson? Roger and a dare un'occhiata dalla
porta aperta dell'ufficio. Rudy Wright era seduto sopra il vice
Dog, ancora sulla pancia, i polsi ammanettati alla zampa
del tavolo.
Il sergente Blair si era accasciato sulla seggiola, il dorso
stretto da strisce di lenzuolo che gli bloccavano le braccia
contro il corpo. Robillard lo teneva sotto sorveglianza.
- Roger, - fece Robillard. - Dgli un occhio tu. Devo andare
a pisciare.
- Va' pure, - disse Roger; poi si sedette sul bordo della
scrivania. Lo sguardo del sergente era perso nel vuoto e la
sua faccia era pallida e chiazzata. -Tutto a posto, sergente?
- domand Roger, ben sapendo quanti anni aveva e quante
Camel fumasse. Il sergente Blair rispose con un debole cenno
del capo.
Jimmy Rube e Charlie Jackson entrarono nell'ufficio.
Jimmy era nervoso. - Amico, ce ne andiamo da questo posto
del cazzo. Va' un po' a vedere, Roger. A lui ci penso io.
E poi  ora della telefonata di controllo.
Rube spost il telefono sulla scrivania. Roger usc per andare
a vedere. Era vero. Big Strunk aveva fatto progressi e
restava solo met del lavoro. Ci aveva impiegato poco pi di
mezz'ora. Per le tre e mezzo sarebbero saltati dalla finestra
finendo sopra la passerella esterna e sotto il tetto dell'edificio
dell'amministrazione. E dopo? Mica potevano uscire tutti
insieme. Ne avrebbe dovuto parlare con Rube e Strunk.
E se qualcuno li avesse bloccati? - La rivoltella ce l'ho
io, - mormor Roger. Ovviamente sarebbe finito tutto nel momento
stesso in cui avesse esploso un colpo. A quel punto
avrebbe anche potuto spararsi l'ultima pallottola in bocca.
Si ud uno schianto. Maledizione ! Roger si precipit nella
stanza. Salas aveva fatto saltare lo sportello dell'armadietto.
Il forzuto messicano stava saccheggiando il mobiletto dei
medicinali, e gettava in un cestino della carta straccia ci che
non gli interessava.
Roger alz gli occhi al cielo spazientito. Salas si gir.
- Scusa, amico. Sono... frustrato... capisci che cosa voglio
dire?
- Cerca di calmarti, amico. Per favore. Possono sentire
tutto questo casino di sotto.
- S... s... - concord Salas, evidentemente risentito che
chicchessia avesse qualcosa da ridire.
Quando Roger fece per allontanarsi, Jimmy Rube usc
dall'ufficio. - Hai visto Jellico?
- Non lo vedo da qualche minuto.
- Trova quel bastardo. Big Strunk ha bisogno del cambio...
- Dobbiamo anche parlare. Mica sappiamo ancora come
cazzo faremo...
- Che vuoi dire?
- Dalla torretta di guardia c'individueranno, amico, se ce
la filiamo tutti insieme. E che facciamo con tutti quelli chiusi
in cella? Li lasciamo li? Faranno il finimondo quando si
accorgeranno che noi ce la siamo filata e loro sono rimasti in
gabbia.
- Trova Jellico. Poi ce la vediamo noi tre.
Roger annu e si allontan. Due stanze, due ballatoi e la
zona in cui si trovavano; Jellico non poteva essere lontano.
Diede un'occhiata nella stanza annessa. Salas e Charlie si
erano avvicinati al lavandino usato per lavare gli stracci.
Salas si lanci una manciata di pillole in bocca e si chin per
bere.
- Dov' Jellico? - domand Roger.
- Sul ballatoio, penso, - rispose Charlie Jack. - Forse 
andato a fare una visitina a quella checca di Cocoa.
Salas si allontan dal lavandino lasciando il posto a Charlie
Jack, che si accost al rubinetto con una manciata di pillole.
Arrivato al cancello, Roger guard sul ballatoio. Era avvolto
nella penombra, appena rischiarato da una luce lontana;
si intuivano le forme, ma non i colori. Sul ballatoio non
si vedeva nessuno. Roger pass sull'altro lato. Era meglio illuminato
perch si affacciava sul Grande cortile, e i fasci dei
riflettori filtravano dalle finestre in alto. Jellico doveva essere
dall'altro lato.
- Ehi, amico ! Ehi ! Sul ballatoio !
Era uno dei Crips. Per un attimo Roger consider di ignorarlo.
Poi si avvi per il ballatoio.
- S, che succede? - domand. Era scalzo, e all'improvviso
sent che i piedi gli s'incollavano sul cemento. - Che cazzo...
- Si scost da una parte e guard per terra. Aveva camminato
sulla scia di sangue lasciata da Romero quando era
stato trascinato sul pavimento. Il sangue era denso e appiccicoso
tra le dita dei piedi. - Merda! - Punt verso la sua
cella per ripulirsi da quella roba con un asciugamano bagnato.
Passando davanti ai Crips, disse: - Torno fra un po'.
- Cazzo, basta poco e un negro  considerato meno di una
caccola nel Braccio della morte, - disse uno. Non sapeva perch,
ma a sentirlo Roger scoppi a ridere. Dalle sbarre riusc
a scorgere le facce degli assassini chiusi in gabbia, gli occhi
luccicanti. Parecchi di loro levavano lo stesso lamento.
- Ehi, amico, ehi, ehi...
Non si ferm.
All'improvviso spunt una figura che con un balzo all'indietro
si stacc dalle sbarre. Era rimasta nascosta per via della
sporgenza delle pareti divisorie tra una cella e l'altra.
Roger trasal; poi riconobbe Jellico e fiss lo sguardo in
direzione della cella. Era quella di un travestito nero che si
chiamava Cocoa, in piedi sulla branda accanto alle sbarre.
Quando Roger lo mise a fuoco, Cocoa stava rinfoderando la
sua erezione dentro i pantaloni. Jellico gli aveva succhiato il
cazzo. Maledizione! Era proprio una gabbia di matti, quel
mondo.
La reazione di Roger part prima che lui vedesse quanto
stava accadendo. Questione di un secondo. Non sono affari
miei, pens. - Ehi, vogliono che di il cambio a Big Strunk,
- disse subito dopo.
Roger fece per passare, ma Jellico gli sbarr la strada, la
faccia stravolta da una smorfia. - Se soltanto dici una parola,
amico, ti ammazzo come...
Roger si gir di lato, in modo che Jellico non potesse strappargli
la pistola. - Di che parli? - gli domand. - Che vuoi
dire?
Jellico si ferm, l'aria perplessa. - Lascia stare.
- Vai a dare il cambio, - disse Roger. - Vuoi uscire, no?
Jellico fil via. Osservando quella figura corpulenta e goffa,
Roger ebbe la certezza che Jellico aveva fatto fuori i quattro
omosessuali di San Francisco dopo aver fatto sesso con
loro. Il suo senso di colpa era talmente intollerabile che li
aveva ammazzati per metterli a tacere. Roger aveva assistito
alla stessa cosa al tempo in cui era recluso a Folsom. La
mattina presto aveva sentito delle urla (tutti avevano sentito
quelle urla); sul ballatoio di sotto un ragazzo era stato accoltellato
a morte dal suo compagno di cella. Il ragazzo gli
aveva raccontato del suo compagno di cella, che aveva fama
di essere uno dei pi feroci assassini detenuti a Folsom. Qui
si ripeteva la stessa cosa. Stessa puzza, stesso copione, specie
per la tirata minacciosa. Chi se ne frega, pens Roger?
Jellico se ne frega, ecco chi. Di sicuro qualcuno gli aveva incasinato
il cervello tanto tempo prima.
Rientrato in cella, Roger prese una T-shirt, mise un piede
nel gabinetto e rimosse il sangue appiccicoso dalle dita.
Si asciug con la T-shirt, poi ripet l'operazione con l'altro
piede. Era meglio coprirseli se doveva salire sul tetto, saltare
a terra e poi correre in aperta campagna. Infil due paia
di calzini. Avrebbe provato a cercare qualcosa di meglio, ma
nessuno portava scarpe lass. Oppure s?
Si avvi verso l'ingresso. Jellico aveva ripreso a lavorare
alla finestra. Rube e Strunk erano l, in attesa del ritorno di
Roger.
- Dobbiamo decidere come fare.
- Che vuoi dire? - domand Strunk.
- Non possiamo uscire da quella finestra tutti insieme, -
disse Roger. - Sarebbe come se sul tetto camminasse un
branco di bisonti.
- Andremo due alla volta, - sugger Rube. - Io e Strunk;
poi tu e Robillard.
- Ottima idea... ma che faranno quegli idioti quando ce
la saremo filata?
Manco a farlo apposta, come un assaggio di ci che c'era
da aspettarsi, Salas sbuc fuori dalla stanza annessa. La sua
faccia era una maschera di dolore. - Vado a vomitare e a mettermi
steso -. Pass davanti a loro barcollando e spar sul
ballatoio.
- Capisci che voglio dire?
- Che gli  capitato?
- Si  attaccato all'armadietto dei medicinali.
- Ahhh, merda! Sono cos idioti che c' da chiedersi
com' che hanno fatto a trovare la strada per andare ad ammazzare
qualcuno.
- Personalmente, - disse Strunk, - non me ne fotte un
cazzo di quello che fanno quando io sono fuori di qui.
- Basta che aspettano finch non scavalchiamo il muro,
- precis Rube.
Roger si preoccupava di ci che Rudy Wright, oppure
qualcuno di quelli ancora in cella, potesse fare al sergente
Blair, ma se avesse espresso questi suoi timori lo avrebbero
guardato di traverso, sempre che non l'avessero preso per il
culo. Invece domand: - Da che parte prendete quando siete
di l dal muro?
- Probabilmente per il sentiero che porta alla vecchia cava
di pietra, - rispose Rube. - Segui la strada che sale verso
la cava, - precis. - Gira intorno alla collina e attraversa
la piana verso Corte Madera. Ti aspettiamo per un quarto
d'ora.
Roger era sicuro che avrebbero chiesto di tenere loro la
rivoltella, ma evidentemente se ne erano dimenticati, perch
non dissero niente e lui fece altrettanto.
- Andiamo a vedere a che punto , - disse Rube, indicando
Jellico alla finestra.
- Ci siamo quasi per l'altra telefonata di controllo, - ricord
Strunk.
- Giusto.
Quando furono vicino al tavolo, videro meglio il seghetto
che tagliava la sbarra.
- Fammi salire, - disse Strunk. - Vediamo se riesco a piegare
quella bastarda.
Jellico smont dalla seggiola per lasciare il posto a Strunk
che, afferratosi alla sbarra, si iss sul davanzale e si pieg in
due, torcendosi, in modo da concentrare tutta la forza colossale che aveva in corpo, compresa quella delle gambe. Tir
mettendocela tutta, i muscoli rigonfi.
- Niente, - disse. - Passami il seghetto.
Jellico obbed, poi salt gi dal tavolo. Roger gli scroll
il braccio in modo amichevole.
- Hai fatto un buon lavoro, - disse.
Jellico annu senza guardarlo in faccia. Big Strunk cominci
a segare sul secondo punto della sbarra. Il rumore del seghetto
sarebbe risuonato nella notte di San Quentin se non
ci fosse stato il temporale a coprire i suoni.
- Avanti, spieghiamogli il piano che abbiamo deciso, -
disse Rube avviandosi verso l'ufficio. - Ecco come ci muoveremo,
- disse a Rudy e Robillard, e chiar come si sarebbe
dovuta svolgere la fuga. Mentre Rube illustrava il piano,
Roger ebbe una folgorazione. Gli allarmi sarebbero scattati
nel momento stesso in cui avesse tardato la telefonata di controllo.
Per garantirsi la possibilit di evadere (scalzi, sotto la
pioggia), bisognava avvantaggiarsi perlomeno di ottocento
metri di strada. Anche quella sarebbe stata una bella lotta.
Non ci fossero riusciti, anche per poco, potevano pure gettare
la spugna. Gli ultimi ad andarsene avrebbero dovuto
muoversi subito dopo la telefonata di controllo per avere un
bench minimo vantaggio, e dovevano anche assicurarsi che
il sergente Blair e il vice Dog non suonassero l'allarme. Chiuderli
in una cella era la soluzione migliore. Quella di Romero
era vuota. Poi Roger s'immagin che avrebbero anche potuto
ammazzare il vecchio e il vice Dog. Quanto al vice Dog,
potevano fare quel che volevano, ma il sergente Blair non
aveva mai fatto male a nessuno in tutti i dieci anni che Roger
lo conosceva, e probabilmente neanche prima. Al sergente
Blair non doveva succedere niente. Devo riuscire a vincere
questa scommessa, pens, cosciente dell'ulteriore carico
d'ansia che comportava la sua decisione. Cambiava il modo
in cui avrebbe gestito le cose, anche se non aveva ancora ben
chiari i particolari.
Roger si domand come se la passasse Salas e si diresse
verso il ballatoio. Ancora quelle facce, ancora quelle voci.
- Ehi, amico! Ehi, Roger...
- Datevi una calmata, - disse. - Andr tutto liscio. Se
qualcuno di noi riesce a calarsi gi, tutti voialtri cani rognosi
impazzerete liberi per la Bay Area.
Che infame bugia stava raccontando... Che altro avrebbe
potuto fare? La verit li avrebbe fatti imbestialire. A Palm
Springs doveva fare sotto zero, prima che lui sguinzagliasse
quell'orda di pazzi scatenati. Per molti di loro, Roger avrebbe
volentieri fatto il lavoro del boia. Poi gli cadde l'occhio
sulla faccia di McGurk. Povero McGurk. Arrestato a Fresno
per guida in stato di ubriachezza, l'avevano messo in cella
con uno stupratore, uno di quelli che aggrediscono le donne
per strada. Aveva violentato una tipa che McGurk conosceva
e McGurk aveva massacrato di botte il pervertito, che
c'era rimasto secco sbattendo la testa sul bordo del letto. Siccome
il morto veniva da una ricca famiglia bianca, McGurk
fin per essere condannato a morte per quello che diversamente
avrebbe dovuto essere considerato omicidio preterintenzionale.
In altri tempi, Roger avrebbe scommesso che
McGurk avrebbe ottenuto l'annullamento della sentenza in corte
d'appello. Adesso era molto improbabile.
Roger and a vedere nella cella di Salas. Il messicano era
sdraiato su un fianco e dormiva come un sasso, rannicchiato
con le mani tra le ginocchia. C'era qualcosa di osceno nel fatto
che si esponesse cos, in tutta la sua vulnerabilit, nel Braccio
della morte, porta a porta con dei feroci assassini.
Inutile svegliarlo. Probabilmente le guardie l'avrebbero
beccato esattamente dov'era. Non voleva scappare. Aveva
soltanto voglia di farsi.
Quando Roger usc, il rumore aspro del seghetto tacque.
Era successo qualcosa?
Sbuc dalla penombra del ballatoio nella zona illuminata
all'ingresso. Rube, Charlie Jackson e Jellico avevano gli occhi
incollati addosso a Big Strunk, che aveva afferrato la sbarra
con entrambe le mani, i piedi piantati contro la parete e
il corpo piegato in due e sporgente in fuori. I muscoli gli si
gonfiarono di colpo quando tir la sbarra con tutta la forza.
L'aveva segata in parte. Bastava per farla muovere? In tal
caso, l'avrebbero tirata avanti e spinta indietro e sarebbe saltata,
come la molla di un grosso portablocco.
- S! - esult Big Strunk con un rantolo, scendendo gi
e guardandosi intorno. - Si  mossa. La bastarda si  mossa!
- Fammi posto, - disse Rube. - Ti d una mano.
Afferrarono insieme la sbarra e provarono a spostarla
avanti e indietro. - Sega ancora, - sugger Rube. - Solo un
altro po'.
Strunk si rimise freneticamente al lavoro. Una manciata
di minuti e si sarebbero ritrovati sul tetto.
Roger and nell'ufficio. Il sergente Blair stava facendo la
telefonata di controllo al centralino della prigione. - Chiamata
di controllo dal Braccio della morte... Blair e Powell.
- Come vanno le cose di l? - domand Rudy Wright.
- Da un momento all'altro  fatta.
Rudy teneva il piede nudo sopra la schiena del vice Dog.
Alz il tallone e lo schiacci con forza. - Be', hai sentito, figliolo?
L'agente Powell emise un rantolo di dolore. La sua faccia
era rivolta verso Roger e tradiva tutto il suo terrore. Roger
non prov alcuna compassione per lui. Il nomignolo di
vice Dog che gli avevano affibbiato derivava dal modo in cui
si accaniva contro i detenuti, con uno sprezzo particolare se
erano di colore.
Lo schianto della sbarra della finestra risuon come una
piccola esplosione. Roger si gir verso la porta. Comparve
Rube. Aveva stampato in faccia un sorriso che gli scopriva i
denti, il pollice e l'indice a formare un cerchio nel gesto di
ok. Subito dopo si allontan.
Roger and a controllare di persona. Big Strunk aveva
gi infilato la testa e stava tirando su il resto del corpo. Poi
spar nella notte di pioggia, e Rube gli fu subito dietro. Roger
torn nell'ufficio.
- S, sbirro, - stava esclamando Rudy Wright. - Ce l'hanno
fatta, e tra poco toccher a me e a te, - soggiunse, rivolgendosi
a Roger.
- Come va, sergente? - domand Roger.
Il sergente Blair scroll il capo.
In quel momento arriv Jellico. - Ehi, quello sta uscendo
dalla finestra.
- Che?
- S, sta uscendo Charlie Jack, adesso.
Roger si precipit fuori. Charlie Jackson aveva infilato i
piedi e stava scivolando fuori. Roger fece appena in tempo
a vederlo salutare con la mano, il ghigno compiaciuto del gatto
del Cheshire; poi testa e piedi scomparvero.
Un urlo lancinante di dolore richiam Roger nell'ufficio.
Rudy Wright era chino sopra il vice Dog. Le sue dita grosse
e nere erano affondate nei capelli della guardia; gli tirava
indietro la testa, poi la sbatteva sul pavimento. - Che ne dici
di questo, stronzo carogna di uno sbirro?
- Cristo! - grid il sergente Blair. - Fallo smettere.
Roger aveva gi i nervi a fior di pelle dopo aver visto
Charlie Jack squagliarsela prima del tempo. Aveva bisogno
del sergente. - Falla finita, - ordin a Rudy Wright.
Il nero si drizz in piedi, i capelli del vice Dog in una mano
e la lunga asta del galleggiante con la punta acuminata
nell'altra. - Che hai da dire, bianco? Chi cazzo ti credi di
essere?
- Negro, sono quel bianco morto di fame che ti far saltare
il cervello -. Sollev il braccio, alzando il cane della calibro
38 special. - Fuori di qui. Muoviti! - L'espressione che
aveva in faccia non lasciava dubbi sulle sue intenzioni.
Rudy Wright esit. Da Roger lo separavano un passo lungo
e un tuffo a pesce. Era grosso, veloce e forte. Era evidente
che gli ingranaggi del cervello gli giravano a pieno ritmo.
- Cammina... o sei morto, - minacci Roger. - Ho proprio
voglia di ammazzarti.
Gli occhi color ambra nella faccia scura erano un inferno
di disprezzo e odio... ma Rudy Wright fece per andarsene.
- Bastardo bianco, - disse, muovendosi verso la porta.
Sentendo quelle parole, a Roger venne da ridere. A un
certo punto, gli insulti non significano pi nulla.
- Oh, amico, - disse Robillard. - Ero sicuro che avresti
premuto il grilletto. Chiudo la porta.
- No. Devo tenere d'occhio la finestra. Non voglio che
qualcuno viene su e se la squaglia prima del tempo.
- Adesso tocca a te e a me.
Roger spost lo sguardo sul vecchio. E il vecchio aveva
un aspetto terribile.
- Va' prima tu, - disse Roger.
- Qualcuno deve badare a questi due, - disse Robillard.
- Vuoi andare, si o no?
- Che cazzo, certo che s. Voglio morire lottando, o
scappando... o che ne so...
- Li controllo io dalla porta. Vengo subito dopo di te.
Un grido di dolore e di terrore risuon nel braccio della
morte.
Roger corse verso la porta dell'ufficio. Le urla continuavano.
Venivano dal ballatoio.
- Tienili d'occhio, - grid Roger, e subito dopo si precipit
in direzione delle urla. Che cazzo stava succedendo?
Quando raggiunse l'ingresso del ballatoio, vide un crocchio
di figure che si staccavano da un corpo in caduta. Gli
ci volle un attimo per rendersi conto di ci che era accaduto:
Rudy Wright aveva preso la chiave e aveva aperto le celle.
Nella penombra erano visibili solo le sagome. Si mossero
in direzione dell'ingresso.
- Fermi dove siete! - grid Roger, levando la pistola.
Il gruppo si disperse in singole figure. Alcune si acquattarono
accanto alle celle, dietro le pareti divisorie sporgenti.
Altre si schiacciarono contro le sbarre. Continuarono ad
avanzare.
- Togliti di mezzo, - grid qualcuno.
- Meglio se vi fermate, - ribatt Roger. Le sagome accanto
alle celle si spostavano in avanti saltando la parete di
una cella alla volta. Quelli premuti contro le sbarre esterne
era difficile vederli. Anche loro si stavano avvicinando passo
passo all'ingresso?
- Spara, coglione. Tanto moriamo comunque.
Altre voci: - Sbrigati, figlio di puttana.
- Fottiamo quel bianco.
Un'altra disse: - Arrenditi, amico.
Sentendo la minaccia razzista, a Roger torn in mente che
due dei condannati li chiamavano Zebra Killers. Per mesi avevano
imperversato per la Bay Area, ammazzando i bianchi
solo perch erano bianchi. Senza quella variabile, la facilit
con cui Roger legava coi fuorilegge avrebbe avuto la meglio.
Una figura spunt da una delle pareti sporgenti delle celle
e si lanci in avanti.
Roger fece fuoco. La pistola sussult, la tremenda esplosione
rimbalz sulle pareti di cemento del blocco. La gamba
della figura usci fuori cedendo sotto il peso del corpo.
Un attimo di silenzio. Poi iniziarono a raccogliere le forze
per muovere all'attacco. Roger ripieg verso la porta dell'ufficio.
Avrebbe potuto raggiungere il cancello sul ballatoio.
Una testa fece capolino, si ritrasse.
Il telefono squill. E continu a squillare.
Di colpo la notte fuori s'illumin a giorno non appena si
accesero gli enormi riflettori e le luci alle finestre del blocco.
-  tutto finito, vero? - disse Robillard.
Roger annu senza staccare gli occhi dal cancello.
- Dir che ci hai salvato la vita, - disse il sergente Blair.
Roger accenn un mezzo sorriso. - Potrebbe non essere
un favore, il suo, sergente.
- Devo rispondere al telefono?
- S. Proceda. Che facciano presto a salire, glielo dica.
Roger gli liber una mano. Il sergente Blair alz la cornetta.
A distanza giunse il rumore di spari. Roger chiuse gli occhi.
Aveva sperato che i suoi amici ce l'avessero fatta. Sembrava
improbabile, ormai.
Non distolse lo sguardo dal ballatoio. Quando ud lo scampanellio
che annunciava l'arrivo dell'ascensore e il rumore
della chiave alla porta esterna, si punt la rivoltella alla tempia
e premette il grilletto.
Chiss se sent lo sparo.
...
.
...
FINE.